Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c’è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.
Trump minaccia attacchi “a un livello molto più alto“. Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la “pausa” dell’operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
Perché?
La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione).
Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.
E poi il dato che spiega tutto sulla richiesta di “cessate il fuoco”. Per intercettare i missili e i droni iraniani, gli americani hanno consumato il 53% degli intercettori THAAD e il 43% dei Patriot del loro arsenale. In poche settimane. Le difese sono esauste. Dietro la cortina della propaganda, l’impero più armato del pianeta scopre di non avere più scudi.
I droni iraniani, quelli che il Pentagono dovrebbe aver imparato a riconoscere dalla guerra in Ucraina, hanno sfondato. Russia e Iran hanno condiviso intelligence di targeting. Le basi USA, fisse e prevedibili, sono diventate bersagli comodi.
Ed ecco il paradosso geostrategico. L’America non chiede la pace perché vuole la pace. La chiede perché non può più permettersi la guerra. Stanotte [giovedì 7 maggio, ndr], intanto, mentre noi dormivamo, le navi iraniane sono state colpite di nuovo, il copione del dominus che alza la voce per nascondere che le mani gli tremano. Trump dice “alzeremo il livello“, ma intanto manda i mediatori pakistani a Teheran con una “framework” in 14 punti.
Lo Stretto di Hormuz resta chiuso. 1.500 navi commerciali in attesa. Il prezzo del greggio Brent è schizzato sopra i 115 dollari, e quando ieri si è sussurrato di un accordo è crollato a 100. È questa la vera leva, l’unica leva, su cui ancora regge la mossa americana.
Eppure il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha scritto su X: “Sappiamo bene che la continuazione dello status quo è intollerabile per l’America; mentre noi non abbiamo nemmeno cominciato.” Non abbiamo nemmeno cominciato.
Per due decenni l’Occidente ha venduto al mondo l’idea che le sue guerre fossero inevitabili e vittoriose, sponsorizzate dal monopolio della tecnica e dalla supposta indifferenza dei popoli colonizzati al proprio destino. Oggi, in Medio Oriente come in Ucraina come a Gaza, perché i fili sono tutti connessi, quella narrazione si sgretola. Non perché ci siano nuovi imperi, ma perché il vecchio impero non riesce più a sostenere il peso del proprio mito.
Trump tratta da posizione di forza? No. Tratta da posizione di necessità. Ed è una differenza enorme, che cambia il senso di tutto. Il senso della guerra, dei morti, delle macerie, e anche delle prossime narrazioni che ci verranno servite nei telegiornali.
Quando un impero comincia a chiedere la pace alle condizioni dell’altro… è già un altro mondo. Solo che al momento nessuno ancora lo ha capito.
* da Facebook – Cfr. Karen DeYoung e Susannah George, “Trump threatens ‘higher level’ attacks“, The Washington Post, 7 maggio 2026.
Analisi satellitare: Evan Hill, Jarrett Ley, Alex Horton, Tara Copp, Dan Lamothe.
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