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Dalla Cina con disorientamento

Quella dei mercati è stata una sentenza. Dal lato statunitense (che coincide poi con il punto di vista degli altrimenti anonimi “mercati”) l’incontro di Trump con Xi Jinping non ha prodotto i risultati sognati. Qualche Boeing civile in più da vendere, forse un po’ di prodotti agricoli oltre quelli già acquistati dai cinesi, ma poca sostanza economica e soprattutto geopolitica. Troppo poco per festeggiare, e quindi le borse hanno perso parecchio terreno.

Certo, Pechino auspica che lo Stretto di Hormuz torni attraversabile liberamente e senza pedaggi, ma Xi ci ha tenuto a ricordare che era già così prima che Usa e Israele, l’ultimo giorno di febbraio, cominciassero “una guerra che non doveva iniziare”.

In ogni caso, la Cina ignora palesemente le “sanzioni” statunitensi. All’inizio di maggio il governo di Pechino ha ordinato alle sue raffinerie petrolifere che acquistano greggio da Teheran di non rispettare né applicare le sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.

E in questi giorni il Ministero del Commercio cinese ha confermato che tali sanzioni “non dovrebbero essere riconosciute, attuate o rispettate“, considerandole misure unilaterali prive di fondamento nel diritto internazionale. Subito dopo la CNN ha riferito che Donald Trump ha annunciato di stare valutando la possibilità di revocare le sanzioni contro le aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.

Certo, cala anche la tensione su Taiwan, ma Trump si è in qualche modo impegnato a ripensare la promessa vendita di armi a Taipei per 14 miliardi di dollari. E a dichiararsi contrario a che l’isola dei nazionalisti, sconfitti da Mao nel ‘49, si dichiari indipendente. Di fatto  un siluramento del Partito progressista democratico (DPP) di Lai, al potere a Taipei. Non proprio una vittoria, diciamo…

Del resto, come fanno osservare testimoni italiani dalla Cina, si sono confrontati “uno statista che esprime il minimo indispensabile della cortesia protocollare e dell’eloquenza orientale, e un mercante che usa un linguaggio semplice di luoghi comuni ed espressioni di marketing di basso livello (thank you thank you great honor fantastic day magnificent welcome)”.

Mismatch notevole, perché lo statista ragiona sui secoli, o almeno sui decenni, mentre il mercante si regola sulla tempistica tipica della “trimestrale di cassa”. Nel caso di The Donald dilatata al massimo alle prossime elezioni di midterm (meno di sei mesi).

Non era del resto il primo incontro tra i due, ma dal primo sono passati nove anni. In mezzo c’è stata la parentesi-continuità di Biden, con le sue guerre non strillate ma pericolosissime (l’Ucraina, in primo luogo).

Soprattutto, Cina e America sono cambiate parecchio in quanto a peso delle rispettive economie nel mercato mondiale. Nel 2017, Trump ha incontrato Xi come leader di una Cina in ascesa; nel maggio 2026, sta incontrando il leader di una Cina che si vede come una superpotenza sicura e uguale”, ha sintetizzato Heidi Crebo-Rediker, senior fellow presso il Council on Foreign Relations.

Numeri alla mano, nel 2025, la Cina è stata un partner commerciale più importante degli Stati Uniti in ben 157 paesi, ossia il 67% delle 233 aree geografiche tracciate da Trade Data Monitor. 

Mentre la Cina, insomma, espande la sua influenza pacifica in tutto il mondo, riduce anche la propria esposizione commerciale e finanziaria rispetto agli Stati Uniti, mitigando così l’impatto di qualsiasi tariffa venga in testa al tycoon. Nel primo trimestre del 2026, gli Stati Uniti hanno rappresentato solo il 10% delle esportazioni totali della Cina, in calo rispetto al 18,2% del 2016 prima della prima guerra commerciale di Trump, secondo i dati doganali cinesi.

Nel frattempo, la Cina è stata quest’anno la destinazione per il 4,5% delle esportazioni totali statunitensi, in calo rispetto all’8% del 2016.

Con una sottigliezza che svuota ancor più l’impatto dei dazi Usa. Il calo dell’interdipendenza diretta tra gli Stati Uniti e la Cina è stato in parte compensato dall’aumento di canali che portano comunque merci cinesi in America ma attraverso paesi terzi. La quota del Messico come intermediario è passata dal 6,7% nel 2000 al 24% nel 2020, mentre la quota del Vietnam è passata dallo 0,3% al 7,9%. Ironicamente, forse, Xi ha portato Trump a visitare la “fabbrichetta” dove si producono anche i berretti “Maga”, vendendone milioni… negli Usa. 

Non è del resto una novità storica che quando si usano sanzioni o tariffe, si indeboliscono simmetricamente le relazioni commerciali che davano “leva”, ossia possibilità di influire, sul paese partner-concorrente.

Lo dimostra anche la rarefazione degli investimenti diretti (IDE) tra i due paesi, in seguito a divieti imposti dagli Usa all’acquisto di asset ritenuti strategici (ad esempio alcuni porti) da parte di aziende cinesi. Cui sono ovviamente seguite misure analoghe nei confronti a imprese Usa.

Ma è rispetto al resto del mondo che la differenza appare notevole. Nel 2016, gli Stati Uniti sopravanzavano la Cina quanto a investimenti diretti in 56 economie, mentre Pechino era in vantaggio in appena 24 paesi.

L’anno scorso c’è stato quasi il pareggio per quanto riguarda la massa totale degli investimenti, anche se resta ancora un piccolo vantaggio nel numero dei Paesi (42 per gli Usa, 30 per la Cina).

Inoltre proprio la guerra contro l’Iran ha posto la Cina in una posizione migliore. Aggressività militare a parte, la chiara spinta statunitense per il controllo delle residue riserve petrolifere del pianeta (attacco al Venezuela, bombardamenti in Nigeria, caos nel Golfo) e quindi per una base energetica “old style”, facilita enormemente “La posizione dominante della Cina sulla tecnologia dell’energia pulita […] mentre i paesi cercano di migliorare la loro sicurezza energetica”.

L’erosione dell’egemonia è lenta, ma inesorabile. 

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