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I sauditi propongono all’Iran un patto di non-aggressione tra i paesi della regione

L’Arabia Saudita sta muovendo passi diplomatici significativi per definire una cornice di sicurezza comune per tutta l’Asia Occidentale, che potrebbe rappresentare la pietra tombale sul fallimento dell’aggressione israelo-statunitense.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, che cita fonti diplomatiche occidentali e arabe, Riyad avrebbe avviato discussioni con i propri alleati circa l’ipotesi di un patto di non aggressione che includa l’Iran e gli altri stati della regione.

L’ispirazione sarebbe la formula poi ratificata negli “Accordi di Helsinki” del 1975. Quel modello, che stabilì alcuni principi di sicurezza comune e cooperazione economica tra i paesi europei e i blocchi contrapposti della Guerra Fredda, rappresenta per Riyad la chiave per gestire il quadro regionale, che ha mostrato un Iran capace di colpire obiettivi strategici e resistere all’aggressione.

Appare evidente che la deterrenza iraniana costituita dagli sciami di droni e dal programma missilistico sarà difficilmente toccata da qualsiasi tipo di soluzione del conflitto in corso, e perciò per l’Arabia Saudita risulterebbe sensato cercare un accordo che ne limiti l’esposizione, soprattutto dopo che le basi statunitensi si sono dimostrate più un bersaglio sul proprio territorio che una garanzia di sicurezza.

L’intesa dovrebbe però essere regionale, e i sauditi contano sul fatto che molti stati arabi e musulmani accusano il primo ministro Benjamin Netanyahu di aver trascinato Washington e l’intera area in una guerra funzionale solo ai sionisti, mentre cresce l’ostilità alle operazioni israeliane in Libano, Gaza e Siria.

Per Riyad, ciò potrebbe rappresentare anche una contromossa alla linea collaborazionista degli Emirati Arabi Uniti (EAU), che sembrano aver  partecipato con più convinzione all’aggressione all’Iran. Gli Emirati sono usciti dall’OPEC con l’intenzione di approfittare di maggiore autonomia sulla produzione di petrolio e sul legame strategico con Israele, ma un nuovo quadro di cooperazione economica regionale potrebbe colpirli significativamente.

Stando a quanto riporta il Financial Times, il progetto ha già raccolto il sostegno informale di diverse capitali europee e delle istituzioni dell’UE. Tuttavia, il percorso è pieno di ostacoli. Il primo è rappresentato da Israele. Un diplomatico arabo ha avvertito: “dipende tutto da chi ne fa parte: nel clima attuale non saresti in grado di coinvolgere Iran e Israele… senza Israele potrebbe essere controproducente perché, dopo l’Iran, Israele è considerato la principale fonte del conflitto“.

Pur usando un linguaggio diplomatico, è evidente che il vero impedimento è Tel Aviv. L’Iran potrebbe essere anche disponibile a sedersi allo stesso tavolo, purché riceva garanzie di sicurezza sul futuro. I sauditi devono però aver presente che anche gli USA rappresentano un nodo non indifferente: è difficile che Teheran approvi un accordo in cui non sia esplicitato l’impossibilità che le basi sul territorio dei paesi coinvolti vengano fornite per le operazioni di eserciti stranieri (cioè delle truppe stelle-e-strisce, appunto).

Parallelamente, l’Arabia Saudita sta promuovendo anche un’ulteriore trasformazione dei confini delle alleanze economiche e geopolitiche nella regione. Ai sauditi si associano il Pakistan, la Turchia e l’Egitto in quella che qualcuno ha definito una “NATO islamica“.

A Reuters, un funzionario indiano ha confermato venerdì che Abu Dhabi e Nuova Delhi stanno stringendo nuovi accordi di cooperazione strategica in materia di difesa, riserve petrolifere e approvvigionamento di gas liquefatto.

Il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha confermato lunedì la proposta a Turchia e Qatar di unirsi all’intesa che Islamabad ha già con Riyad. L’obiettivo è quello di creare “un’alleanza economica e di difesa che riduca al minimo la dipendenza da paesi esterni alla regione“. Il riferimento indiretto è evidentemente a Washington.

Se in questa alleanza economica possa rientrare anche il nuovo regime di passaggio per lo Stretto di Hormuz è tutto da capire. I sauditi, al momento, potrebbero essere maggiormente preoccupati delle perdite per la sua chiusura, che da possibili pedaggi. Bloomberg riporta che la produzione di petrolio ad aprile è arrivata a 6,316 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal 1990. La produzione è crollata del 42% da febbraio.

E anche se Xi Jinping a Pechino ha confermato a Trump che si oppone a tasse di passaggio per lo Stretto, tutte le maggiori testate internazionali riportano che almeno una trentina di navi cinesi, tra mercoledì e giovedì, lo hanno attraversato, secondo una serie di protocolli concordati con le autorità iraniane.

Questa era una delle poche leve rimaste in mano a The Donald: alla Casa Bianca vengono tolte sempre più carte dalle mani…

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