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Mosca risponde all’attacco al dormitorio di Starobelsk: pioggia di droni e missili sull’Ucraina

La notte del 2 giugno ha visto un massiccio attacco russo a diversi obiettivi in Ucraina, a Kharkiv, Dnipro, Zaporizhzhia e soprattutto Kiev. Secondo le autorità ucraine, Mosca ha lanciato 656 droni e 73 missili di vario tipo, inclusi vettori balistici, da crociera e ipersonici. Solo 33 missili e 33 droni avrebbero però raggiunto i propri bersagli, provocando 17 morti e un centinaio di feriti.

Il Ministero della Difesa russo ha confermato l’operazione, parlando di un attacco diretto contro infrastrutture militari, depositi di carburante, nodi di trasporto e aeroporti. Mosca aveva annunciata che sarebbe arrivata presto la ritorsione per gli atti terroristici di Kiev, che lo scorso 22 maggio ha bombardato un dormitorio studentesco a Starobelsk, nella regione di Lugansk, uccidendo 21 persone.

L’Ucraina, da parte sua, ha respinto le accuse affermando di aver preso di mira un centro di comando per droni. Ma quello del 22 maggio non è l’unico crimine che è stato commesso negli ultimi giorni. Basti pensare al drone guidato con fibra ottica che ha fatto danni alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, e di cui, nonostante tutto, i media nostrani faticano ancora a indicarne la “paternità” ucraina.

Nella stessa notte del 2 giugno, le forze armate russe hanno confermato di aver abbattuto 148 droni ucraini diretti su vari obiettivi. Altri devono aver però colpito i propri bersagli. È stato infatti segnalato che, nel territorio di Krasnodar, un drone ha colpito la raffineria di petrolio di Ilsky, un impianto dalla significativa capacità di raffinazione di circa 6,6 milioni di tonnellate all’anno. L’impatto ha provocato un vasto incendio.

Ad ogni modo, il bombardamento russo mostra le netta differenza di possibilità militari tra gli attori in campo, e anche il tentativo di esercitare una certa pressione sull’andamento della guerra, anche in relazione alla disponibilità, da parte degli alleati europei di Kiev, di sedersi a un tavolo di tratttive, consapevoli della propria posizione debole.

Al contrario, i paesi europei continuano a tenere l’atteggiamento di chi ha già vinto una guerra invece disperata. Dopo il tentativo di far passare un drone deviato dagli ucraini e finito in Romania come un attacco russo, di ieri è la notizia dell’ennesimo atto di pirateria, con la Marina francese che, supportata da quella britannica, ha intercettato nell’Atlantico una petroliera considerata parte della “flotta ombra” di Mosca.

Tornando a Kiev, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scritto su X che la potenza di fuoco russa mostrata in nottata non fa che confermare la necessità di un maggiore supporto da parte dei paesi occidentali. “L’Europa – ha commentato – ha bisogno della propria difesa antimissile, in modo che questa guerra possa finalmente concludersi. E c’è assolutamente bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti nella fornitura di missili ai Patriot“.

Che la difesa antimissile possa far finire la guerra è un’affermazione piuttosto audace. Piuttosto, si tratterebbe di uno strumento per agitare un certo riequilibrio delle forze in campo prima di sedersi al tavolo delle trattative – comunque da sconfitto. Lo stesso Zelensky, in un’intervista rilasciata il 31 maggio alla CBS News, ha evocato una cruciale “finestra di opportunità” per sedersi e parlare coi russi, prima del prossimo inverno, indicando chiaramente quali dovranno essere i mediatori della sponda europea: Londra, Parigi e Berlino.

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