La “democrazia apparente” domina là dove viene celebrata come massima espressione effettiva della “democrazia reale”. Ovvero il regime politico in cui i delegati eletti rappresentano (dovrebbero rappresentare) il più possibile fedelmente la “volontà del popolo”, dopo regolari elezioni totalmente libere e prive di condizionamenti.
Attualmente negli Usa tutti i sondaggi, a prescindere dalla società di rilevamento, danno la guerra all’Iran come del tutto impopolare (ben oltre il 60%), anche se la motivazione principale è tutt’altro che “etica”: il prezzo della benzina è arrivato a sfiorare i 5 dollari al gallone (circa 3,8 litri).
Ma soltanto ieri la Camera statunitense ha approvato una risoluzione per frenare la campagna militare del presidente Trump in Iran, dopo che diversi tentativi guidati dai democratici, basati sul War Powers Act, erano falliti.
Il “miracolo” si è verificato perché il deputato Jared Golden, l’unico democratico che aveva costantemente votato contro le risoluzioni dello stesso tipo, ha cambiato posizione e ha votato a favore. E quattro repubblicani — Brian Fitzpatrick, Thomas Massie, Tom Barrett e Warren Davidson — hanno votato a favore della misura.
Dal punto di vista pratico non cambia molto. Per diventare effettiva dovrebbe essere approvata anche dal Senato, dove la maggioranza trumpiana è più solida. In ogni caso Trump, come presidente, potrebbe semplicemente porre il veto e continuare a fare come vuole.
Questo episodio segnala comunque una crescita della “sofferenza” per gli effetti interni della guerra all’Iran, ed è ancora più notevole se si pensa che sui 535 membri del Congresso (100 senatori e 435 deputati) ben 361 sono stati pubblicamente finanziati dall’Aipac durante la loro campagna elettorale. Ma altre decine di milioni di dollari sono stati versati dal United Democracy Project (UDP), un altro fondo affiliato all’AIPAC, nel corso di campagne locali senza lasciare alcuna traccia riscontrabile, anche perché questo insieme di fondi e associazioni relative offrono benefit personali importanti come vacanze di lusso ed altro.
Ma cos’è l’Aipac?
L’American Israel Public Affairs Committee è considerato il “gruppo di pressione” (lobby, in inglese) più potente a Washington, visto che in pratica finanzia oltre i due terzi del Congresso in modo bipartisan, assicurando così una maggioranza stabile e ultrasolida agli interessi di Israele. Nessuna dietrologia complottista, però: il fondo si autodefinisce proprio come “lobby statunitense pro-Israele”, e se ne vanta.
Fin dal primo sguardo appare decisamente “strano” che il Parlamento di uno Stato sovrano – e che Stato! la superpotenza egemone da quasi 80 anni – sia apertamente condizionato dagli interessi di un altro (e che Stato! genocida, razzista e terrorista), definendosi peraltro “sovrano”, anzi il più sovrano di tutti, tanto da decidere motu proprio chi debba governare nei paesi sottoposti alla sua non benevola “influenza”.
L’Aipac discende dall’American Zionist Council (AZC) che nel 1962, il Dipartimento di Giustizia di Robert Kennedy voleva costringere a registrarsi come “agente straniero”, visto che riceveva la stragrande maggioranza dei suoi fondi dall’Agenzia Ebraica per Israele (un’entità paragovernativa di Tel Aviv).
Questa classificazione l’avrebbe obbligata a presentare al DOJ una dichiarazione dettagliata sulle sue attività, inclusi i rapporti con funzionari israeliani, le strategie di lobbying e un rendiconto finanziario completo ogni sei mesi. Eliminando così gran parte della segretezza che aveva storicamente caratterizzato le sue operazioni.
Per aggirare l’ordine, l’AZC si sciolse e il fondatore, I. L. Kenen, creò l’AIPAC come entità separata nel 1963, formalmente finanziata da donatori americani, evitando così la registrazione. Questa scappatoia legale è tuttora la base della sua esistenza attuale.
E’ di per sé evidente che ogni congressista eletto grazie a questo supporto (i due terzi, almeno) debba poi concedere qualcosa in cambio, e che dunque qualsiasi decisione in contrasto con gli interessi di Israele – a maggior ragione sulle questioni militari – abbia zero possibilità di diventare legge o decisione operativa. Anche nell’impossibile eventualità che Trump dovesse decidere di passare dalle parole (“sei un pazzo!”, “che cazzo stai facendo!?”, rivolto a Netanyahu) ai fatti (chessò, limitare i rifornimenti di armi e munizioni).
Ogni considerazione politica intorno alla “strana guerra” contro Iran e Libano deve necessariamente partire dalla consapevolezza che questo legame osceno – e “antidemocratico” – tra i gruppi di interesse che dominano nei due paesi è solidissimo e, al di là delle momentanee “contraddizioni tattiche” (così “Bibi” ha definito gli insulti telefonici ricevuto tre giorni fa), potrà essere sciolto solo da un fallimento epocale, a valle di una guerra perduta.
Non sarà facile, non sarà immediato, ma comincia a sembrare non più impossibile.
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