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Francia. Abolito il “codice nero”… dopo 341 anni!

Della storia di un Paese che ha impiegato 341 anni per togliere dal proprio diritto un testo che dichiarava gli esseri umani “biens meubles” (beni mobili), come un tavolo, come un bue, come un campo di canna da zucchero. Un testo che stabiliva con la precisione burocratica di un contabile che lo schiavo fuggitivo alla prima fuga si vedeva tagliare le orecchie e marchiare a fuoco con il giglio di Francia sulla spalla, alla seconda, il tendine del ginocchio, alla terza, la morte.

Un testo redatto da Colbert la cui statua, con imperdonabile sfacciataggine, continua a vegliare davanti all’Assemblea Nazionale mentre i deputati si asciugavano le lacrime.

Trecentoquarantuno anni. Due guerre mondiali. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il processo di Norimberga. Decenni di filosofi, intellettuali, premi Nobel che hanno scritto fiumi di parole sull’universalismo, sulla dignità umana, sulla civiltà occidentale come faro del mondo. Paesi bombardati, invasi, distrutti in nome della democrazia e dei diritti umani.

E nel frattempo, nel ventre del diritto francese, dormiva tranquillo un codice schiavista che nessuno aveva mai formalmente abrogato.

Non per dimenticanza. Per indifferenza strutturale.

Le leggi di Norimberga furono smantellate, perseguite, insegnate, trasformate in paradigma assoluto dell’orrore giuridico. La Germania fu sconfitta militarmente e costretta a fare i conti con se stessa. Non per maturazione morale spontanea, per rapporti di forza.

Il Codice Nero invece non fu mai impugnato con quella stessa urgenza, quella stessa ferocia, quella stessa assolutezza. Perché le sue vittime erano africane. Perché l’Africa non ha eserciti di occupazione. Perché il dolore nero non pesava abbastanza sulla bilancia dell'”universalismo” europeo.

E c’è un altro articolo del Codice Nero che merita di essere letto ad alta voce oggi, nel 2026, in Francia. L’articolo 3: è vietato qualsiasi esercizio pubblico di una religione diversa da quella cattolica, apostolica e romana. Gli schiavi devono essere battezzati a forza nella fede cristiana. Chi non si conforma è punito come ribelle. Lo schiavo deve avere l’anima del padrone ma non ha anima giuridica.

Questo articolo è del 1685. Ma la Francia che nel 2026 si asciuga le lacrime in Parlamento è la stessa Francia che da decenni combatte una crociata permanente contro l’Islam, contro il velo delle donne, contro la “visibilità religiosa” nei luoghi pubblici. La stessa Francia che impone alla donna musulmana di scegliere tra la sua fede e la spiaggia, tra il suo corpo e la Repubblica. La stessa Francia che chiama tutto questo laicità.

Il Codice Nero imponeva il battesimo cattolico allo schiavo africano strappato alla sua terra, alla sua lingua, alla sua famiglia, alla sua fede.

La Repubblica francese vieta alla nipote di quello schiavo di coprirsi i capelli.

Il nome è cambiato. La logica è la stessa: il corpo nero e musulmano deve conformarsi, deve rendersi accettabile, deve farsi leggibile secondo i codici del padrone che oggi non si chiama più padrone, si chiama République une et indivisible.

Louis Sala-Molins – uno dei rarissimi filosofi francesi ad aver guardato in faccia questo testo – lo disse con un’amara lucidità nel 1987, quando pubblicò Le Code Noir ou le calvaire de Canaan, il primo studio filosofico serio su questo documento: “Abbiamo una filosofia che si occupa di universalismo, di sovranità, della grandezza del soggetto. Ma quando si tratta di schiavitù, non c’è nessuno.

Nessuno. Per secoli.

Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Diderot – le stelle fisse del firmamento illuminista, i padri fondatori dei diritti universali – guardarono la tratta, guardarono le piantagioni, guardarono il Codice Nero e trovarono sempre una ragione per non chiedere l’abolizione immediata. La filosofia delle Lumières è nata con questo testo nel corpo come un parassita che nessuno voleva nominare.

L’universalismo europeo è universale per chi conta. Per gli altri, c’è sempre una clausola, un’eccezione, un “bisogna aspettare i tempi maturi.

I tempi maturi sono arrivati nel 2026.

E allora la cerimonia di ieri è riuscita in qualcosa di straordinario: ha trasformato una vergogna plurisecolare in un momento di orgoglio repubblicano. Il Parlamento si è congratulato con se stesso per aver finalmente eliminato ciò che avrebbe dovuto non esistere mai o almeno scomparire nel 1848, o nel 1945, o nel 1948 con la Dichiarazione Universale, o nel 2001 con la Legge Taubira, o in uno qualsiasi degli innumerevoli “momenti storici” in cui la Francia ha proclamato di essere la patria dei diritti umani.

Invece no. Bisognava aspettare il 2026. E bisognava votarlo.

Votarlo. Come si vota una legge sul traffico stradale. Come si vota un provvedimento fiscale. Sessantuno articoli che codificavano la negazione assoluta dell’umanità di milioni di persone e per cancellarli dal diritto ci vuole una proposta di legge, una commissione, un dibattito parlamentare, il sostegno di Macron, e infine 254 voti favorevoli.

Nemmeno uno contrario. Grande unanimità. Grande Repubblica.

La statua di Colbert è ancora lì.

* saggista e scrittore algerino, vive in Italia. Da Facebook

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