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In Bolivia nulla tornerà come prima

I cinquanta giorni di blocchi hanno dimostrato la schiacciante superiorità delle forze popolari di fronte a un apparato inoperante. Tuttavia, la risoluzione temporanea del conflitto è stata realizzata attraverso la frattura del blocco popolare e l’uso della forza militare bruta.

La notte del 19 giugno sarà ricordata come il momento in cui la leadership della Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha consumato il suo tradimento, firmando un patto alle spalle delle basi popolari indigene e spezzando il blocco di resistenza.

La pretesa di istituire uno stato liberale con sogni “libertari” (nell’accezione di Milei, ndt) che non è ancora nato, dimostrandone la totale incapacità di generare egemonia, è ricorso alla corruzione aperta: buoni diesel per i trasportatori, bonus di 5.000 miliardi per mettere a tacere i settori minerari e promesse di impiego precario a El Alto. Immediatamente dopo, il 20 giugno, il regime ha scatenato la sua macchina coercitiva dichiarando lo Stato di Emergenza e militarizzando il paese.

Di fronte a questo tradimento e al pericolo imminente di violenza statale, l’avanguardia indigena-nativa ha eseguito una manovra tattica impeccabile: una ritirata strategica. Le masse non sono state sconfitte, sono semplicemente passate alla resistenza passiva per riorganizzare le loro forze di fronte al logoramento e al tradimento.

Il presidente Paz ha mantenuto la sua carica, ma è stato ridotto alla condizione di amministratore di un “governo autolesionista”, paralizzato dal terrore di fronte a una mobilitazione che sa di non poter contenere due volte. La vera tragedia di questo regime risiede nelle contraddizioni insormontabili verso i suoi finanziatori e alleati. Paz non è il proprietario della sua agenda; è ostaggio degli impegni strutturali che ha assunto.

Per sopravvivere, il governo è costretto a cedere al capitale transnazionale. I suoi patti con l’asse di estrema destra (legami con Donald Trump e promesse di accelerazione estroattivista a figure come Elon Musk) gli impongono di rispettare la consegna del litio boliviano, la più grande riserva al mondo.

Allo stesso tempo, deve onorare il proprio debito verso l'”Asse Agroindustriale” delle lobby e degli imprenditori di Santa Cruz, che chiedono di consolidare l’attuazione della abrogata Legge 1740 per avanzare sui territori indigeni e sulle foreste amazzoniche

Ancora più soffocanti sono le condizioni imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Per rendere validi i prestiti che sostengono il suo fragile modello, Paz è costretto a eseguire una terapia d’urto neoliberale:

● Privatizzazione delle imprese pubbliche e alienazione delle risorse nazionali strategiche.

● Riduzione dell’intervento statale, che implica licenziamenti massicci, tagli sociali e flessibilità del lavoro che ha già cercato di imporre (e su cui è dovuto tornare indietro) con il Decreto 5503.

● Svalutazione ufficiale della valuta, trascinata giù dalla forte pressione per legalizzare un tasso di cambio di 30 bs/dollaro, distruggendo il potere d’acquisto della classe operaia.

Il muro costituzionale e lo scontro finale

Qui risiede l’impasse del regime. Rodrigo Paz cerca di imporre sogni “libertari”, nello stile di Milei o Trump, ma si scontra frontalmente con la realtà istituzionale del paese.

L’architettura della Costituzione Politica dello Stato (CPE), istituita nel periodo della Rivoluzione Democratica e Popolare, ha definito la Bolivia come uno “Stato Sociale di Diritto” e una democrazia basata sul popolo, che oggi rappresenta una barriera legale di contenimento contro lo smantellamento del paese. La CPE garantisce la proprietà statale delle risorse strategiche (Litio, Gas, Miniere, Acqua) e ferma sul nascere le aspirazioni di privatizzazione.

Tuttavia, la vera trincea di quell’epoca non è fatta di carta. E oltre all’inchiostro e ai margini del testo costituzionale, sono le strade che sono state istituzionalizzate come il fattore di veto politico definitivo. Le strade bloccate, le assemblee territoriali e la mobilitazione di massa non sono più anomalie congiunturali, ma sono emerse come la vera sovrapotenza del paese.

Nella Bolivia del 2026, il Palazzo del Governo può redigere decreti di privatizzazione e firmare patti con capitali stranieri, ma l’ultima parola è dettata dall’asfalto. L’esperienza accumulata di 50 giorni di paralisi nazionale ha lasciato una lezione irreversibile: il blocco sostenuto è stato perfezionato come arma strategica per eccellenza e contrappeso socio-politico assoluto al tradimento dello Stato.

Conclusione: Governare la Bolivia trasformata del 2026 con i manuali di esclusione e obbedienza degli anni ’90 è un suicidio politico.

La contraddizione centrale di questo catastrofico stallo ha raggiunto il punto di rottura: se il governo non si conforma alle richieste del FMI, dell’asse “libertario” internazionale e dell’agrobusiness, crolla finanziariamente. Ma se tenta di compiere anche solo un passo per rendere efficaci queste misure (decretare un aumento della benzina, una svalutazione ufficiale o privatizzare il litio), farà esplodere istantaneamente la polveriera sociale.

Qualsiasi di queste misure massificherà la protesta. L’attuale smobilitazione è solo una pausa tattica.

Qualsiasi tentativo del governo di rispettare i suoi patti neoliberisti sarà il catalizzatore che trasformerà questo ritiro in una mobilitazione assoluta, segnando l’inevitabile scontro finale di un regime che ha già esaurito il suo tempo nella storia.

Come avvertì il leader aymara e protomartire Túpac Katari di fronte al giogo coloniale prima di essere giustiziato: “Uccideranno solo me, ma domani tornerò e sarò milioni.” 

Oggi, quei milioni sono il soggetto politico ineludibile di questa nuova era, trasformato nel veto popolare definitivo che attende, pazientemente e organizzato, il momento esatto per dare vita alla nuova Bolivia.

* da Rebelion/Resumen Latinoamericano

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