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Fosche nubi sul narco-clown di Kiev

C’è un momento, nella carriera di ogni uomo considerato indispensabile, in cui qualcuno smette di domandarsi come salvarlo e comincia discretamente a chiedersi chi verrà dopo.

Per Volodymyr Zelensky quel momento potrebbe essere arrivato.

Sulla Berliner Zeitung, infatti, è comparso un commento firmato da Nicolas Butylin dal titolo inequivocabile: «Il tempo di Zelensky è scaduto». L’autore arriva a sostenere che dimissioni ordinate e volontarie potrebbero essere la decisione politicamente più saggia rimasta al presidente ucraino.

Una precisazione è doverosa, proprio per evitare le solite semplificazioni: non è la “linea ufficiale” della Berliner Zeitung, ma un commento pubblicato dal quotidiano tedesco.

E tuttavia la notizia politica sta proprio qui.

Quella domanda ora si può fare.

E la si può fare non a Mosca, non su qualche oscuro canale Telegram filorusso, ma sulle pagine di un quotidiano tedesco.

Il quadro attorno a Zelensky, del resto, è diventato decisamente meno rassicurante: il consenso non è più quello monolitico dei primi anni di guerra, le indagini anticorruzione continuano a lambire ambienti molto vicini al potere e sulla scena politica cominciano a muoversi figure capaci di rappresentare una reale alternativa.

C’è Mykhailo Fedorov, che ha riaperto pubblicamente il tema delle elezioni anche durante il conflitto.

E soprattutto c’è Valerij Zaluzhny, l’ex comandante in capo delle forze armate ucraine, che nei sondaggi ipotetici continua a mostrarsi un avversario tutt’altro che ornamentale.

Insomma, il problema per Zelensky non sembra più essere soltanto Mosca.

Potrebbe cominciare a essere anche Kiev.

Ed è qui che la faccenda assume contorni quasi teatrali.

Perché quando un leader viene trasformato per anni nel simbolo stesso di una nazione, arriva inevitabilmente il giorno in cui qualcuno deve affrontare la domanda più scomoda:

che cosa succede quando il simbolo comincia a pesare più del sistema che dovrebbe rappresentare?

Attenzione: nessuno sta dicendo seriamente che Zelensky cadrà domani mattina. Conserva ancora un sostegno significativo e una parte consistente della popolazione ucraina ritiene che le elezioni vadano rinviate fino alla fine delle ostilità.

Ma il tabù si è rotto.

E quando si rompe un tabù politico, raramente torna integro.

Fino a ieri sembrava quasi sconveniente perfino immaginare un’Ucraina senza Zelensky. Ora, invece, sui giornali occidentali comincia a comparire quella domanda che ogni potere teme più delle proteste:

E dopo di lui?”

Il bello dei grandi racconti eroici è che funzionano splendidamente finché le luci restano puntate sul protagonista.

Poi, però, qualcuno accende quelle della platea.

E improvvisamente si vedono le quinte, i suggeritori, i conti da pagare e soprattutto quelli che stanno già provando il costume del prossimo atto.

A Kiev il sipario non è ancora calato.

Ma qualcuno, a quanto pare, ha già cominciato a guardare l’orologio.

* da Facebook

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