La fragile convivenza armata tra Arabia Saudita e il movimento di Ansar Allah (Houthi) dopo la tregua del 2022 è ormai implosa. Nel corso degli ultimi giorni, una sequenza di bombardamenti incrociati e attacchi missilistici ha riportato la penisola arabica al centro delle tensioni geopolitiche globali, ribadendo il legame a doppio filo tra il conflitto yemenita, la stabilità regionale e la sicurezza del traffico marittimo internazionale.
Il portavoce della coalizione a guida saudita, il maggior generale Turki al-Maliki, ha confermato che una vasta ondata di missili balistici e droni kamikaze lanciati dallo Yemen ha preso di mira infrastrutture nelle province meridionali di Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran, mentre il Ministero dell’Energia ha dovuto ammettere colpi diretti e incendi presso installazioni del settore energetico nel sud, con la temporanea sospensione delle attività operative in alcuni siti.
Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha rivendicato i colpi inferti al colosso petrolifero Saudi Aramco e alla strategica base aerea di Khamis Mushait. Le forze Houthi, inoltre, hanno riattivato con decisione le linee di contatto occidentali a ovest di Taiz e a sud del porto di Hodeidah, spingendo i propri avamposti verso lo snodo vitale di Bab el-Mandeb, che controlla gli ingressi al Mar Rosso.
Ansar Allah sottolinea anche che non si è trattato di un attacco privo di provocazione: le azioni militari sono state condotte come rappresaglia contro le recenti incursioni dei sauditi, che hanno nei fatti riaperto le ostilità nello Yemen.
Un raid aereo di Riyad ha centrato un istituto di detenzione ad al-Hazm, nella provincia yemenita di al-Jawf, causando la morte di sette persone, tra cui un bambino, e il ferimento di diversi altri detenuti e visitatori. Yahya Saree ha quantificato in oltre 120 i raid condotti su quattro governatorati yemeniti nei giorni immediatamente precedenti.
Gli scontri vanno comunque collocati all’interno di un quadro strategico ben più ampio. Con il traffico di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz già fortemente compromesso dall’aggressione all’Iran, il controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb rappresenta una leva fondamentale per gli Houthi rispetto alla rinnovata aggressività saudita.
I dati segnalano che il riaccendersi degli scontri ha già fatto crollare del 40% i carichi di greggio al porto saudita di Yanbu, sul Mar Rosso. Inoltre, il controllo dello Stretto offre all’Asse della Resistenza uno strumento ulteriore di deterrenza regionale, potendo mettere sul tavolo una certa influenza sui costi dell’energia.
Una rappresaglia su larga scala trascinerebbe nuovamente le forze armate saudite nel pantano yemenita, ma un’eccessiva tolleranza rischia di normalizzare il tiro al bersaglio sulle raffinerie e sulle città del Regno. Allo stesso tempo, dal Pakistan arrivano segnali che un estendersi del conflitto potrebbe portare Islamabad ad onorare il recente accordo difensivo con Riyad.
Il che non significherebbe necessariamente una svolta nella guerra, soprattutto perché è da vedere chi e cosa il Pakistan impegnerebbe in Arabia. Ma di certo è un’opzione che nemmeno gli Houthi vogliono veder realizzarsi, soprattutto perché, per ora, le minacce pakistane sono evidentemente finalizzate a congelare la situazione fintanto che non si avranno avanzamenti sul dossier iraniano, di cui sono stati mediatori. Tanto più ora che il perimetro delle alleanze in Asia Occidentale vede importanti novità.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
