Trump e Rubio tornano all’attacco di Cuba. E lo fanno con il solito repertorio: accuse, minacce, sanzioni e una montagna di propaganda confezionata a Washington per nascondere una realtà che ormai è impossibile cancellare.
Cuba è sotto assedio
Da più di sessant’anni gli Stati Uniti tentano di piegare un piccolo paese che ha avuto la presunzione di non inginocchiarsi davanti alla principale potenza imperialista del continente. Adesso Rubio racconta che mentre il popolo cubano soffre per la carenza di carburante e per i blackout, i «leader comunisti» accumulerebbero risorse per se stessi, per l’esercito e per gli apparati repressivi, utilizzando il razionamento come strumento di controllo sociale.
Una narrazione comoda. Fin troppo comoda. Perché nella versione di Washington c’è un grande assente: il blocco statunitense.
Scompare l’embargo. Scompaiono le sanzioni. Scompaiono le restrizioni finanziarie. Scompaiono le difficoltà imposte a Cuba per acquistare carburante, tecnologie, componenti industriali e beni necessari al funzionamento della propria economia.
Rimane soltanto la fotografia della crisi. E quella fotografia viene utilizzata come arma politica. È un meccanismo vecchio quanto la guerra economica: si strangola un paese, si osservano le conseguenze dello strangolamento e poi si usa quella sofferenza per dimostrare che il paese non è capace di governarsi.
È esattamente la logica con cui Washington ha trattato Cuba per decenni. Nessuno sostiene che Cuba non abbia problemi interni. Sarebbe ridicolo. L’economia cubana è in difficoltà, le infrastrutture energetiche sono logorate e la popolazione affronta sacrifici pesantissimi. Ma proprio per questo la domanda è inevitabile: perché gli Stati Uniti, invece di rimuovere le proprie sanzioni, continuano ad aggiungere pressione a una situazione già drammatica?
La risposta è politica.
Il problema di Washington non è soltanto ciò che Cuba fa. È ciò che Cuba rappresenta
Dal 1959 l’isola ha rotto con il sistema di dipendenza economica e politica costruito dagli Stati Uniti nei decenni precedenti. Ha nazionalizzato interessi economici statunitensi, ha scelto un percorso socialista e ha rivendicato il diritto di decidere autonomamente delle proprie alleanze e del proprio modello sociale.
Per Washington, questo era intollerabile. Cuba doveva essere riportata all’ordine. E l’ordine che si vuole ripristinare non è difficile da immaginare.
Prima della Rivoluzione, l’isola era profondamente subordinata agli interessi statunitensi. L’Avana era una vetrina del turismo internazionale, dei casinò e degli affari che ruotavano attorno al capitale straniero. La mafia statunitense vi aveva costruito interessi enormi. La dittatura di Batista garantiva che quel sistema funzionasse.
Poi arrivò la Rivoluzione. E il giocattolo si ruppe. Da quel momento Cuba è diventata un esempio da cancellare.
Non perché costituisse una minaccia militare per gli Stati Uniti. Non perché avesse la possibilità di invadere la Florida. Ma perché dimostrava che anche un piccolo paese latinoamericano poteva dire no a Washington e continuare a esistere.
È questo che il blocco cerca di spezzare. Trump e Rubio possono chiamarlo «pressione», «sicurezza», «democrazia» o «sostegno al popolo cubano». Le parole cambiano. La politica resta. E la politica è quella di provocare una crisi economica abbastanza profonda da trasformarsi in crisi sociale e, infine, in crisi politica.
Poi arriverà il momento di dire: «Vedete? Il socialismo non funziona». Una profezia che Washington cerca da decenni di realizzare con le proprie mani. È difficile immaginare un’ipocrisia più grande.
Se davvero l’obiettivo fosse il benessere dei cubani, basterebbe una decisione semplicissima: fine del blocco. Lasciare Cuba libera di commerciare, acquistare, vendere, investire, scegliere i propri partner economici. Ma è proprio questa libertà che Washington non vuole concedere. Perché una Cuba libera di commerciare sarebbe anche una Cuba più libera di scegliere.
E il vero scandalo, per l’imperialismo statunitense, è precisamente questo: che Cuba continui a scegliere da sola. Non importa quante sanzioni verranno aggiunte. Non importa quante volte Rubio ripeterà le proprie accuse. Non importa quante volte la macchina della propaganda proverà a trasformare il carnefice in vittima.
La questione rimane elementare.
Cuba ha il diritto di esistere senza chiedere il permesso a Washington. E forse è proprio questo, ancora oggi, il crimine che gli Stati Uniti non riescono a perdonarle.
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