Tredici università del Regno Unito hanno concordato con BAE Systems, il principale colosso britannico della difesa, misure di sicurezza e strategie comunicative per gestire e contenere le manifestazioni studentesche filopalestinesi nei campus. A svelarlo è un’inchiesta congiunta condotta da Liberty Investigates e Al Jazeera, basata su decine di comunicazioni interne, email e documenti ottenuti tramite richieste di accesso agli atti.
Le carte descrivono un rapporto ravvicinato tra le amministrazioni accademiche e l’azienda bellica, caratterizzato da segnalazioni preventive, sorveglianza dei canali digitali degli studenti e interventi disciplinari concordati. Tra gli atenei coinvolti spiccano le istituzioni di Manchester, Nottingham, Southampton, Birmingham, Strathclyde e la Cranfield University.
BAE Systems le classifica formalmente come “partner strategici”, erogando complessivamente fino a 15 milioni di sterline (circa 20 milioni di dollari) all’anno attraverso convenzioni e finanziamenti di lungo termine. A dimostrazione di come l’infestazione dei privati nell’università pubblica sia anche uno strumento per imporre politiche non controllabili “democraticamente”.
E in questo caso, a tutela dell’economia del genocidio dei palestinesi, usando le necessità finanziarie come leva politica. Oltre un terzo degli atenei d’Oltremanica versa in condizioni di deficit di bilancio. 11 delle 13 università finite sotto la lente dell’inchiesta aderiscono a un consorzio istituito con il Ministero della Difesa britannico che mette in palio quote di un fondo da 182 milioni di sterline destinato alla ricerca e al reclutamento in ambito militare.
Al centro delle contestazioni studentesche vi è il coinvolgimento di BAE nella catena di fornitura dei caccia F-35 utilizzati dalle forze armate israeliane durante le operazioni militari a Gaza. I documenti interni mostrano come, già nell’agosto 2024, la società abbia incoraggiato gli atenei partner a elaborare una linea comunicativa congiunta per limitare la solidarietà con la Palestina.
La cooperazione, tuttavia, non si è limitata alla gestione delle pubbliche relazioni. Le corrispondenze documentano richieste dirette da parte del colosso bellico in merito all’ordine pubblico durante le fiere del lavoro e di reclutamento. Diversi atenei hanno controllato alcuni studenti e li hanno sottoposti a procedimenti disciplinari, quando questi hanno contestato la complicità del complesso militare-industriale con i crimini israeliani.
Addirittura, le università di Southampton e Nottingham hanno rassicurato i vertici societari monitorando attivamente le pagine social delle associazioni pro-Palestina per intercettare in anticipo gli annunci di presidi di protesta. In pratica, le istituzioni accademiche hanno punito la libertà di espressione, facendo direttamente le veci politiche delle imprese di armamenti.
La pubblicazione dell’inchiesta ha suscitato immediate prese di posizione internazionali. Gina Romero, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di riunione pacifica e di associazione, ha sottolineato che quando atenei pubblici recepiscono indicazioni operative e strategie di sicurezza dall’industria bellica per reprimere i propri iscritti, il confine tra istruzione superiore e interessi corporativi della difesa collassa, riducendo il dissenso a un mero rischio aziendale da mitigare a favore degli sponsor.
Reazioni sdegnate sono arrivate anche dalla sfera politica britannica: il deputato ed ex leader laburista Jeremy Corbyn ha qualificato come “inquietante oltre ogni misura” il livello di compenetrazione tra il settore delle armi e gli istituti universitari, osservando che la repressione contro l’attivismo studentesco non era mai stata così marcata come in questa fase storica.
Di fronte alle accuse, gli atenei hanno difeso la propria condotta, respingendo l’idea di aver subito condizionamenti esterni. I portavoce hanno sostenuto che le decisioni in materia di ordine pubblico e i provvedimenti disciplinari rimangono autonomi, ribadendo di rispettare il diritto alla protesta pacifica nei limiti di legge e di predisporre misure di sicurezza proporzionate per tutelare l’incolumità generale.
BAE Systems non ha commentato i dettagli dell’inchiesta, richiamandosi a dichiarazioni pregresse in cui afferma di non vendere armi in via diretta a Israele. In entrambi i casi, un evidente manipolazione della realtà, anche quando questa è incontrovertibile, pur di non ammettere di essere parte di un processo di pulizia etnica, e di promuovere in patria il restringimento delle libertà democratiche.
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