Menu

Trump-Xi, non è stato solo uno show

Il commento più perspicace che mi è capitato di leggere sulla visita di stato di Xi Jinping che si è conclusa ieri negli Stati Uniti è un post secco su LinkedIn, pubblicato da una donna cinese. Non riesco a ritrovarlo – dunque non posso citare l’autrice – ma ricordo che recita così: solo se sei potente vieni rispettato.

La Cina che Donald Trump ha offeso ripetutamente ai tempi del suo primo mandato (2017-2021), tra l’altro dandole dell’untrice globale durante la pandemia di Covid-19 e ribattezzando quella malattia “virus cinese”, non è la stessa Cina di cui, da giovedì a sabato, ha accolto il leader con una pompa tale da suscitare inquietudine in patria (tra i suoi stessi repubblicani) e all’estero.

Per comprendere perché il presidente Usa abbia alla fine optato per una linea più accomodante nei confronti di Pechino – che probabilmente porterà avanti fino a quando, il 20 gennaio 2029, dovrà lasciare la Casa bianca – bisogna ricordare i fattori principali che hanno determinato questa scelta che, a giudizio di chi scrive, come ben sintetizzato dal post della signora cinese, vanno ben al di là di un mero calcolo elettoralistico di Trump, atteso il 3 novembre alla prova delle urne per il Mid Term:

  • la Cina è diventata, sempre più, una superpotenza commerciale. Nel 2025 ha registrato un surplus di 1.200 miliardi di dollari e monopolizza l’export di terre rare, indispensabili per l’industria elettronica e bellica degli Usa (e di altre economie avanzate);
  • l’influenza internazionale di Pechino è cresciuta notevolmente, spinta dalle iniziative promosse dalla leadership cinese (Global Development Initiative e Belt and Road Initiative, tra le altre) e favorita dall’unilateralismo di Trump;
  • l’esercito popolare di liberazione si è rafforzato: nel Pacifico occidentale – soprattutto nei “mari della Cina” (Mar cinese meridionale e Mar cinese orientale) – l’egemonismo statunitense ha incontrato finalmente un argine;
  • l’hi-tech cinese – rappresentato dalle sue compagnie di internet e di intelligenza artificiale – ha fatto passi da gigante, con la conseguenza che il paese sta riducendo in quest’ambito cruciale le dipendenze dalle economie più avanzate, in primis quella statunitense.

Di fronte a questa ascesa – apparentemente inarrestabile, ma non priva di contraddizioni –, alla strada dello scontro Trump ha preferito quella del dialogo, inaugurata col faccia a faccia di Busan, in Corea del Sud (30 ottobre 2025) e proseguita col summit di Pechino (13-15 maggio 2026). A questo approccio – che quest’anno vedrà i due incontrarsi ancora in occasione del vertice dell’Apec a Shenzhen (18-19 novembre) e, per la quarta volta, del summit del G20 a Miami (14-15 dicembre) – negli ultimi giorni si è voluto dare il massimo risalto mediatico, con Trump e consorte che sono andati a ricevere gli ospiti cinesi fin sulla pista della base di Andrews, gli affettuosi messaggi di benvenuto e lo sfarzoso cerimoniale riservato dalla Casa bianca a Xi e sua moglie, Peng Liyuan.

Accordi e disaccordi

Tuttavia gli esiti concreti del summit rivelano che quello che è cambiato è il metodo dell’amministrazione Trump, che, con la Cina, è diventato dialogante, non la dinamica delle relazioni tra le prime due economie del pianeta, due superpotenze, che resta di competizione e rivalità. Questo vertice però – è importante sottolinearlo – non era stato organizzato per sottoscrivere intese di rilievo, ma, appunto, per soprattutto per dare continuità al nuovo corso.

Come che sia, il caso che meglio rappresenta le difficoltà di Washington e Pechino – mentre il Congresso, il Pentagono e la Cia restano ostili alla Cina – di trovare compromessi sostanziali è quello dell’intelligenza artificiale, sulla quale nei giorni scorsi si sono moltiplicati gli appelli alla cooperazione bilaterale, dopo gli allarmi lanciati dagli esperti Usa del settore sulla possibilità che la tecnologia esca fuori controllo.

Trump ha spento le speranze di chi auspica una collaborazione fruttuosa tra i due paesi leader nello sviluppo dell’AI. «La Superintelligenza sarà un tema di discussione molto importante, ma voglio lasciarla esattamente dov’è», ha tagliato corto, mentre Xi ha sostenuto che andrebbe mantenuta sotto il controllo umano e dovrebbe servire l’interesse pubblico.

Nei giorni scorsi, le aziende cinesi erano state accusate di aver sottratto e copiato modelli americani attraverso «campagne di distillazione su scala industriale». Pechino aveva reagito contro-accusando Washington di voler imporre un monopolio sulla nuova tecnologia e frenare lo sviluppo della Cina, e minacciando contromisure.

Nel Fact Sheet, non un vero e proprio comunicato, della Casa bianca, si sottolinea che Trump ha ottenuto da Xi l’ok a chiamarla “Superintelligenza” e che tra i due paesi partirà un dialogo formale sull’AI.

Di fatto, Cina e Stati Uniti andranno avanti sviluppandola ognuno a modo suo: indirizzata dallo stato, open source e forse meno performante quella cinese; in mano alle corporation, finanziarizzata e con poche regole quella a stelle e strisce. Trump e Xi non ne rallenteranno la corsa come Ronald Reagan e Michail Gorbačëv fecero con l’atomica: i modelli non hanno ancora prodotto i disastri della bomba e Trump ha illustrato con chiarezza adamantina il suo punto di vista: «Chi vince sull’AI, vince su tutto».

Anche sul commercio non c’è ancora un’intesa, nonostante le trattative mensili tra le rispettive delegazioni. Lo sbarco a Washington del segretario generale del Partito comunista è stato preceduto dall’annuncio dell’estensione di due mesi – fino al 10 gennaio – della tregua di un anno sui super-dazi, siglata dai due il 30 ottobre scorso.

È il segnale che Washington e Pechino, in questa nuova fase che i cinesi hanno etichettato come “stabilità strategica costruttiva”, vogliono confrontarsi sulle questioni più spinose, ma anche della difficoltà di raggiungere un compromesso, che il segretario al tesoro, Scott Bessent, e il vice premier e responsabile per l’economia, He Lifeng, stanno discutendo da un anno. Ieri Bessent ha dichiarato che l’amministrazione repubblicana è «disponibile sia a continuare semplicemente con l’intesa raggiunta a Busan sia a valutare un accordo più ampio», caldeggiato dai cinesi.

Raggiunta un’intesa di massima su un regime tariffario reciprocamente non penalizzante su 30 miliardi di beni “non sensibili”, in entrambe le direzioni, tra i quali rientrerà l’aumento delle importazioni cinesi di soia e altri prodotti agricoli statunitensi.

Trump ha ottenuto l’impegno della Cina a importare, nel 2027 e 2028, almeno 10 milioni di tonnellate di carbone Usa all’anno, mentre si sta ancora discutendo sul controllo dell’export di terre rare, che Pechino vuole sentirsi libera di rallentare, come forma di rappresaglia rispetto a

È stato ufficialmente istituito il Board of Investment, ideato durante la visita di Trump in Cina a maggio.

Per quanto riguarda i dossier internazionali, la Cina ha mostrato disponibilità ad aiutare Trump a tirarsi fuori dal pantano di Hormuz, mediando tra Washington e gli amici iraniani.

È interessante notare che Xinhua ha diffuso una nota separata per approfondire il commento di Xi sulla posizione della Cina riguardo al Medio Oriente, senza fare altrettanto sulla guerra in Ucraina:

La Cina ha sempre ritenuto che la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi debbano essere rispettate. La Cina ha costantemente svolto un ruolo costruttivo nell’allentare le tensioni e riportare la situazione alla calma, incoraggiando tutte le parti a optare per la pace e a mantenere vivo lo slancio dei negoziati. La Cina sostiene il ritorno di Stati Uniti e Iran al Memorandum d’intesa di Islamabad, auspicando che entrambe le parti tornino al più presto sulla via della soluzione delle questioni attraverso il dialogo e i negoziati, giungano infine a un accordo globale che comprenda anche la questione nucleare e raggiungano quanto prima la pace.

Chi la dura la vince

Xi ha intensificato la pressione sul presidente Usa per ottenere concessioni su quella che lo stesso Trump ha recentemente definito “merce di scambio”, (bargain chip), ovvero l’isola di Taiwan, la cui “riunificazione” alla madrepatria per Pechino è invece parte integrante della strategia di Grande rinnovamento della nazione cinese (Zhōnghuá mínzú wěidà fùxīng).

Xi ha invitato Trump a trattare la questione taiwanese «con attenzione» e ad adottare la «posizione corretta», opponendosi all’indipendenza dell’isola. La Cina è pronta a dare una mano in Medio Oriente, e forse anche a qualche altra concessione, se otterrà uno stop alla vendita di armamenti statunitensi (11 miliardi di dollari già approvati e 14 miliardi in attesa dell’ok di Trump) a quella che Pechino considera una provincia ribelle.

Ma è improbabile che Trump possa scostarsi dalla tradizionale politica Usa di “ambiguità strategica” e sostegno militare, a scopo “difensivo”, a Taiwan.

Fin dal momento in cui Trump, il 5 novembre 2024, è stato rieletto, la diplomazia cinese ha lanciato un’offensiva indirizzata alla Casa Bianca, utilizzando come ambasciatrici le corporation Usa, oltre ai normali canali diplomatici e ai media, che Pechino utilizza sempre meglio (non va sottovalutato, a tal proposito, il ruolo svolto, sui social, da commentatori, ricercatori, giornalisti e influencer occidentali folgorati sulla via di Pechino)

Alla carota Pechino ha alternato il bastone del blocco dell’export delle terre rare, al quale la Cina è ricorsa, per la prima volta, per rispondere ai super-dazi varati da Trump col Liberation Day, il 2 aprile 2025.

Su Taiwan in particolare l’offensiva diplomatica di Pechino nei confronti di Washinton è stata martellante, perché la leadership cinese sa che quella di Trump è un’amministrazione non solo meno ideologica di quella precedente, ma anche sgangherata.

Insomma Xi è arrivato al summit della Casa Bianca al culmine di un intenso lavoro, svolto dagli organismi preposti del partito e dalla diplomazia, indirizzato a centrare i due obiettivi strategici per Pechino:

  • stabilizzare le relazioni con Washington, in modo tale da rimuovere o, quantomeno, depotenziare le politiche dell’avversario che potrebbero rallentare lo sviluppo socioeconomico della Cina (dazi, restrizioni alle esportazioni, conflitti che danneggiano le catene di approvvigionamento);
  • fare un passo avanti in direzione della “riunificazione pacifica” di Taiwan, traguardo più difficile da raggiungere, nonostante l’indifferenza palesata da Trump nei confronti del governo di Taipei e il ritardo nell’approvazione della seconda commessa militare record per l’isola.

In definitiva, anche se il summit Trump-Xi alla Casa Bianca non ha prodotto grandi risultati concreti, esso riflette il consolidamento della nuova fase delle relazioni bilaterali, che i cinesi hanno chiamato “stabilità strategica costruttiva” e che Pechino preferisce di gran lunga rispetto all’abbozzo di containment che ha caratterizzato la politica cinese dell’amministrazione guidata da Joe Biden.

Come scrisse Henry Kissinger nel 2018:

penso che Trump possa essere una di quelle figure che, di tanto in tanto, compaiono nella storia per segnare la fine di un’epoca e costringerla a rinunciare alle proprie pretese. Questo non significa necessariamente che lui ne sia consapevole o che stia pensando a una grande alternativa. Potrebbe essere semplicemente un caso.

* da Rassegna Cina

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa
‹

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *