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Quel che zoppica nel tentato “attentato” all’aereo da Dubai

Alla fine “l’attentato” preannunciato più volte da Netanyahu è arrivato. Non è stato proprio quel che sperava il vertice di Israele, appare anche piuttosto “casareccio” nell’attuazione, ma sufficientemente simile ad attentati veri da poter passare per tale.

Andiamo però con ordine. Nella mattinata di mercoledì 30 settembre volo di FlyDubai è stato costretto a un atterraggio d’emergenza in Arabia Saudita, a Tabuk, dopo che il copilota ha aggredito il primo pilota con l’obiettivo di far schiantare l’aereo, su cui viaggiavano 174 passeggeri, quasi tutti israeliani.

Sulle prime la notizia parlava di una rissa tra i due piloti – sì – ma con altra nazionalità: uno russo e l’altro ucraino. Comprensibile che potesse esserci qualche screzio…

Poi la contronotizia. Il russo e l’ucraino c’erano davvero, ma tra i passeggeri. Sono infatti due piloti della stessa compagnia che tornavano indietro per un turno di riposo. Bloccato “l’attentatore”, si sono messi ai comandi ed hanno fatto atterrare il velivolo, cosa impossibile per chiunque altro a bordo.

Il co-pilota bloccato dopo aver ferito il collega indiano, e a sua volta ferito non dalla “reazione dei passeggeri” ma dagli agenti della sicurezza israeliana a bordo in incognito, è di nazionalità omanita.Ora viene descritto come un possibile “integralista” perché sarebbe stato visto “pregare in maniera eccessiva” e “non dava la mano alle donne“.

Non deve sorprendere che tutti i piloti a bordo fossero “stranieri”. Nei paesi arabi del Golfo, ricchi di petrolio e gas ma non di popolazione, è normale che a lavorare siano quasi soltanto immigrati. Indiani, pakistani, bengalesi e cingalesi per i “lavori pesanti”, mentre per le professioni si prende un po’ di tutto, purché con le competenze giuste. I “locali”, in genere, danno gli ordini…

La dinamica, ancora da indagare, pare abbastanza semplice. Il volo FZ1073 di FlyDubai – decollato dall’aeroporto internazionale di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti – ha lanciato un segnale di emergenza dopo due ore di volo. I dati di tracciamento hanno evidenziato un’improvvisa perdita di quota del velivolo, che è sceso di 4mila metri in soli 29 secondi. Nella cabina di pilotaggio stava avvenendo la “rissa”, con il pilota omanita deciso a far schiantare l’aereo a terra e l’indiano – Smit Machchhar il suo nome – che non poteva ovviamente essere d’accordo.

Quando Machchhar è riuscito a sbloccare la porta della cabina, nonostante tutto, sono entrati gli agenti in borghese che hanno immobilizzato il copilota armato di un taglierino.

Da dove nasce allora il format dell’”attentato”?

L’areo emiratino era diretto a Tel Aviv, con 174 persone a bordo, quasi tutte israeliane. L’ipotesi più attendibile – al momento – è che l’omanita abbia improvvisato proprio per questo una mossa suicida, alla “muoia Sansone con tutti i filistei”, come risposta solitaria al genocidio e alle guerre in Medio Oriente.

Israele, a partire da Netanyhau e dal ministro della difesa Katz, insiste invece sull’”attentato terroristico”, ossia sull’evocazione di un “nemico islamista” tale da giustificare la continuazione della “guerra su sette fronti” almeno fino alle elezioni del 27, quando “Bibi” potrebbe finire defenestrato senza peraltro che lo stato sionista cambi di una virgola la sua aggressività mondiale.

Da parte nostra siamo costretti a far notare un paio di banalità piuttosto decisive. Un “attentato terroristico” richiede l’esistenza di una organizzazione. Un pilota affiliato ad un’organizzazione, anche se di dimensioni artigianali, ha cento modi di introdurre a bordo quanto occorre – può bastare qualche etto di esplosivo – per provocare la caduta dell’aereo senza possibili intoppi né salvataggi in extremis.

Ed un’”organizzazione terroristica” – possibilmente fantasma e non reale, perché i terroristi veri come Al Jolani, ex capo dell’Isis in Siria, è ora presidente ricevuto dappertutto in Occidente – è ciò di cui Israele ha bisogno per andare avanti nel suo disegno espansionista e genocida.

Cosa abbia pensato e fatto il pilota omanita lo sapranno per primi i servizi segreti sauditi che lo stanno interrogando  e – come ha purtroppo sperimentato il giornalista Kashoggi – non conoscono limiti, al pari degli altri servizi omologhi. Poi verrà elaborata una versione pubblica confezionata in modo da soddisfare i gusti e le necessità degli altri attori in Medio Oriente. Oppure no, perché anche l’Arabia Saudita appare un po’ stufa di “soddisfare Israele”.

Per l’immediato, insomma, siamo costretti a sorbirci il “trattamento hollywoodiano” messo in piedi dall’hasbara ed accolto senza dubbi dal sistema mediatico occidentale, con “l’idraulico eroe” che sarebbe entrato per primo nella cabina di pilotaggio.

I dettagli sono in questo senso importanti: “Un idraulico israeliano che non aveva mai praticamente preso un aereo in vita sua ha visto cosa stava succedendo. L’aereo stava andando in picchiata, l’idraulico ha trascinato il copilota via dai comandi: lavorare con i tubi rende forti… Ha preso i comandi, è stato in grado di risollevare l’aereo prima che si schiantasse. Poi sono intervenuti uomini della sicurezza che erano seduti in coda e sono intervenuti altri piloti“.

E’ la versione raccontata da Trump dopo una telefonata con Netanyahu, aggiungendo altri “scoop” deliziosi: “Un idraulico ha avuto la capacità di prendere i comandi e di evitare un disastro. E ha detto che ha imparato a pilotare un aereo guardando un programma in tv, Air Disasters“.

Diciamoci la sincera verità: chi di voi non sarebbe in grado di pilotare un aereo da 120 milioni, lungo 44 metri, pesante 70 tonnellate, dopo aver visto distrattamente qualche telefilm catastrofista?

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2 Commenti


  • mauro

    ultima notizia:un testimone presente sull’aereo ha sentito il”terrorista”gridare Allah hakbar…ma tu guarda un po’…


  • Renato Riccio

    una vera e disgustosa idiozia quello dell’idraulico eroe.
    La domanda da farsi è : tutto questo a chi giova.
    La risposta la darebbe anche un bambino.

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