Il primo turno delle elezioni presidenziali lascia il Brasile sul ciglio di un crepaccio politico ed esistenziale.
Con il 47,14% dei voti a favore di Flávio Bolsonaro contro il 45,03% dell’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva, il Paese si avvia a un secondo turno drammatico. Ma l’impatto reale di questa tornata elettorale va ben oltre il dato del candidato alla presidenza: a definire il futuro della nazione è un’astensione record, con 34 milioni di brasiliani che hanno rinunciato a votare, unitamente a una mutazione profonda del Congresso.
Il nuovo Senato brasiliano vede una maggioranza schiacciante della destra radicale e pentecostale. Il Centro politico tradizionale è stato spazzato via, sostituito da un blocco teocratico e ultraconservatore.
Il parallelo storico più calzante non va cercato nelle democrazie occidentali, ma nella Rivoluzione Iraniana del 1979.
Come accadde a Teheran, la massa consegnò il potere a una teocrazia pensando di abbattere la corruzione dell’élite.
Tuttavia, sebbene il Brasile rischi di compiere la medesima scelta democratica verso il proprio oscurantismo, il voto a Flávio Bolsonaro sancisce la scelta elettorale di una totale normalizzazione della criminalità d’élite. Ecco forse l’unica differenza rispetto a Teheran: qui non c’è stata la benché minima intenzione di contrastarla.
Guardo questa retrocessione deliberatain materia di diritti civili, politici, ambientali e di genere e non mi capacito, nonostante lo avesse previsto nei miei scritti.
Sotto la copertura della difesa della “famiglia tradizionale” e dei valori evangelici, il progetto legislativo punterà d’ora in poi a smantellare le garanzie costituzionali per le minoranze, criminalizzare la salute riproduttiva e subordinare lo Stato di diritto alle gerarchie religiose, come promesso dai candidati eletti alla Camera dei Deputati e al Senato, nonché dallo sfidante di Lula.
Il curriculum di Flávio Bolsonaro e di buona parte dei candidati eletti con l’estrema destra sono intrisi di pesanti scandali di corruzione, indagini per riciclaggio e accertati legami con le milizie paramilitari urbane o rurali. Eppure… vengono acclamati a furor di popolo come se a contare fosse esclusivamente la capacità di farsi strada con la violenza o l’imbroglio.
Com’è possibile, vi state chiedendo?
Cercherò di spiegare la mia personale interpretazione di queste elezioni, sebbene non siano ancora finite.
Nelle urne si è consumata una rivoluzione morale al contrario: non importa più come hai ottenuto i soldi, importa solo quanto riesci a ostentare e chi puoi corrompere. I guai giudiziari e la vicinanza al crimine organizzato, o i festini con donne giovanissime, non sono più una macchia indelebile, ma vengono assimilati al “curriculum dell’uomo forte” che sa “godersi la vita”.
Il sospetto di illegalità si dissolve di fronte al fascino del potere economico esibito.
In questo contesto si inserisce il successo travolgente degli “influencer fascisti” arrivati al Congresso brasiliano.
Vi parlo di cifre impressionanti, con candidati capaci di raccogliere fino a 3 milioni di voti a testa. Ditemi se questo non è il sintomo di una trasformazione strutturale del consenso politico?
Si tratta di figure figlie dell’algoritmo, la cui retorica si fonda su due pilastri complementari:
La diffusione capillare dell’odio: discorsi violenti diretti contro le donne, la comunità LGBTQIA+ e i popoli indigeni, indicati come capri espiatori di ogni problema economico e sociale.
L’ostentazione del mito del successo individualista: foto in Lamborghini, viaggi in jet privati, soggiorni in hotel a cinque stelle e promesse di facili guadagni con criptovalute o mercati finanziari opachi.
È come se l’elettorato si fosse comportato da “follower”, comprando il mito bolsonarista dell’arricchimento rapido come unica via di salvezza personale, in contrapposizione alla solidarietà sociale promossa dalla sinistra.
L’ascesa di questo ecosistema digitale reazionario è il risultato di massicci finanziamenti internazionali. Flussi di capitale da fondazioni ed entità estere riconducibili all’asse USA/Israele che sostengono campagne di disinformazione e produzione di contenuti radicali. L’estremismo bolsonarista ha trasformato l’aspirazione all’emancipazione economica, in un’arma di distruzione della coesione sociale.
L’idea di “emancipazione collettiva” (migliorare le condizioni di una classe o comunità attraverso servizi pubblici e diritti) è stata totalmemte sostituita con quella di “scalata individuale”. Non si chiede allo Stato una scuola pubblica migliore o una sanità efficiente, ma una tassazione minima o la libertà totale per inseguire la propria ricchezza, che comunque non basta mai.
L’esibizione del privilegio per parte di un politico non genera invidia o sdegno, ma diventa una promessa di ciò che chiunque potrebbe raggiungere se la pensa e agisce nello stesso modo.
È la ricchezza l’unica validazione morale definitiva per l’elettorato che compie questa scelta, che sia falsata dagli algoritmi oppure no. Praticamente ci sta dicendo che chi ha successo “ha ragione”, a prescindere dalle regole o dalla legalità.
Giunto a un punto di non ritorno, il Brasile deve decidere se arrendersi a una teocrazia anarchico-liberista. Un modello politico che riduce le fratture sociali a uno spettacolo per influencer, assolve i legami con il crimine in nome del successo individuale, mette all’asta le ricchezze nazionali al miglior offerente e converte le conquiste civili in un lontano retaggio della storia.
* da Facebook
Fonti
1. Folha de São Paulo: “Diferença entre Flávio e Lula é a menor da história no 1º turno em eleição presidencial” (04/10/2026)
2. Folha de São Paulo: “Abstenção bate recorde e vai a 21%, com mais de 33 milhões de ausentes” (04/10/2026)
3. Estadão: “Guerra de dossiê, vídeo e até relato de orgias: o que está por vir no 2º turno entre Lula e Flávio” (04/10/2026)
4. Uol: “Senado: Bolsonaristas ficam a poucos votos de poder cassar ministros do STF” (04/10/2026)
5. Uol: “Michelle, Carlos, Jair Renan e irmão Renato: veja eleitos do clã Bolsonaro” (04/10/2026)
6. Folha de São Paulo: “Deputada estadual mais votada em SP já agradeceu pela colonização e disse que indígenas são canibais”
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Andrea Vannini
stendiamo un velo pietoso su ” il parallelo storico più calzante” con la rivoluzione iraniana del 1979 e non con le “democrazie occidentali”. con la speranza che alla fine Lula batta bolsonaro, è da notare come l’ imperialismo usa sia tornato a galvanizzare le oligarchie latinoamericane e a attuare una “reconquista” della America Latina. É anche da notare che quando si combatte nelle urne è facile perdere e se si vince la vittoria elettorale di per sé é effimera. la lotta é per il potere politico e non per il governo. ciò vale in America Latina ma vale anche in Europa.
Redazione Contropiano
Grazie per avercelo ricordato ma sappiamo da sempre che “potere” e “governo” sono due cose parecchio diverse, e puoi pure prendere il secondo senza graffiare affatto il primo.
Non censuriamo i pezzi che troviamo, perché bisogna avere rispetto per chi pensa e scrive, anche quando non siamo d’accordo (a proposito del confronto col 1979..)