In Francia la tensione è forte in questo 6 ottobre.
Giornata di mobilitazione nazionale, studenti e sindacati uniti nelle piazze.
Battezzata «acte III», in ricordo delle rivolte dei gilets jaunes che contabilizzavano le successive azioni di massa settimanali in altrettanti “actes”, quella di oggi non è più solo una protesta studentesca, e neppure solo un importante sciopero sindacale unitario contro un governo ultraliberista che investe in guerra e impoverisce il popolo.
La mobilitazione nazionale di oggi è innanzitutto la formalizzazione di una frattura profonda che attraversa la Francia.
Non si tratta più solo di rivendicazioni economiche, la moltiplicazione degli arresti, più di 5 mila i fermati, di cui 1802 (1483 minorenni e 319 maggiorenni), sono già sotto procedimento giudiziario, la brutalità documentata dell’azione delle forze repressive, le cariche della polizia nei licei e nelle università. E poi gli adolescenti mutilati e sempre di più.
Tutta questa proliferazione di violenza di Stato non è più letta come un’azione di “ordine pubblico”, ma come il sintomo terminale di un potere che ha esaurito ormai tutti gli argomenti «democratici» e non può neppure più salvare le apparenze.
Nel crepuscolo del «regno» di Emmanuel Macron, il dialogo sociale è stato definitivamente sostituito dalla violenza repressiva. Come prima, più di prima.
Il ricorso sistematico a forze (sempre più speciali) antisommossa dotate di «dispositivi militari intermedi» a elevato impatto traumatico — denunciato con forza dalla Ligue des droits de l’homme (LDH) – svela la fragilità di un esecutivo isolato e barricato dietro i muri blindati del Palazzo.
I proiettili di gomma dei LBD 40, le granate acustiche e di frammentazione GM2L – lo hanno visto tutti – non erano affatto destinate a ipotetiche frange isolate, cattivi e irriducibili black bloc, marginali adulti in divagazione che si infiltrerebbero fra gli studenti provocando incidenti e disordini (ci sono anche quelli, naturalmente, ma vengono pure “sgamati”).
No. Lo hanno ben visto tutti, le immagini rimbalzano sui social. Queste armi sono attualmente utilizzate per sparare contro degli studenti, dei liceali, degli adolescenti, che rivendicano risorse per l’istruzione e dignità per il proprio futuro.
Per la LDH, la “brutalizzazione della gioventù” è il segno tangibile di una violenza di Stato sproporzionata, un tentativo di soffocare il dissenso con la forza anziché con la mediazione politica.
Anche il sindacato della magistratura è intervenuto con fermezza pubblicando un comunicato ufficiale intitolato «Cessons de réprimer la jeunesse pour la faire taire» (Smettiamo di reprimere la gioventù per farla tacere).
«I militanti della CGT saranno presenti per proteggere gli studenti delle scuole superiori, perché siamo rimasti scandalizzati da ciò che abbiamo visto negli ultimi dieci giorni e da questa repressione senza precedenti organizzata dal governo», ha affermato stamane Sophie Binet, la segretaria generale della CGT.
«Una democrazia non può confondere una mobilitazione giovanile con una minaccia da eradicare. Ed è esattamente ciò che il governo sta facendo». La responsabile del principale sindacato francese ha sottolineato come il vocabolario, repressivo, del mantenimento dell’ordine pubblico abbia ormai sostituito quello del Ministero dell’Istruzione, definendo la scelta del governo di rispondere con la forza anziché con il dialogo “un errore politico maggiore“.
La CGT chiede il ritiro immediato del piano di bilancio che prevede, per la scuola, il taglio di 1.588 cattedre, ed esige invece l’apertura immediata dei licei per le assemblee studentesche e un piano di assunzioni straordinario per personale medico e docenti.
La maligna narrazione che diffondeva quotidianamente il governo, secondo cui i giovani sarebbero “manipolati” da regie occulte, vale a dire LFI, appare ormai una retorica logora, dalla malafede apparente.
Siamo nel bel mezzo del triste finale della del ciclo macroniano.
Il “progetto centrista” che prometteva di arginare gli estremi si congeda lasciando una Francia polarizzata e instabile, sospesa sull’orlo di un abisso istituzionale. Ed anche finanziario.
Quanto potrà reggere il governo del fedele Lecornu senza maggiornaza parlamentare per fare passare la loi de finances?
E se non ci riesce? Se viene censurato e se la mozione di censura passa?
Se il governo cade, che margine di manovra resta ancora a un Presidente la cui popolarità è al di sotto delle mattonelle di un marciapiede, quale possibilità se non quella di sciogliere le camere?
Si giungerebbe dunque alle elezioni politiche prima di quelle presidenziali, scardinando così ogni schema prestabilito.
Marine Le Pen, che vedeva l’Eliseo come un traguardo prossimo, avverte ora che la marcia trionfale del Rassemblement National (RN) si potrebbe improvvisamente inceppare, frenata da una sequenza di rivelazioni di stampa e scosse giudiziarie che ne minano la strategia quindicennale di “normalizzazione”.
Le rivelazioni di Mediapart sulle dichiarazioni antisemite di Bardella, il delfino di Marine e futuro primo ministro promesso, hanno fatto saltare i nervi ai vertici del RN. In una conferenza stampa all’Assemblea Nazionale, Marine Le Pen ha reagito con una violenza verbale inedita, invitando i giornalisti di Mediapart a indossare “un costard en Kevlar”, ossia un completo in Kevlar, il materiale dei giubbotti antiproiettili!
Oltre quaranta redazioni francesi hanno denunciato la gravità di tali minacce rivolte a dei giornalisti, a un organo di stampa.
Pubblicamente Marine Le Pen ha rinnovato la sua “totale fiducia” a Bardella per evitare il crollo del tandem politico. Nel frattempo fonti interne al RN confessano ai giornalisti “il timore” che i messaggi antisemiti attribuiti a Bardella e pubblicati da Mediapart siano assolutamente autentici.
Una crepa insanabile per un partito che cercava di cancellare le sue fondamenta fasciste e antisemite per accreditarsi oggi come scudo della comunità ebraica francese. E Mediapart promette ancora nuove rivelazioni nei prossimi giorni…
A questa tempesta mediatica si somma la pesante spada di Damocle giudiziaria che pende sulla stessa Le Pen.
La candidata all’Eliseo è stata infatti condannata in appello per l’affare dei finti assistenti al Parlamento Europeo, una condanna che prevede una pena detentiva e, soprattutto, una condizione di inéligibilité. Anche se il ricorso in Cassazione ha momentaneamente sospeso l’esecuzione della pena, permettendole di restare in lizza, un rigetto del ricorso che intervenisse prima delle elezioni farebbe scattare la sua immediata esclusione dalla corsa all’Eliseo.
Mentre la destra estrema si arrocca, difendendo i propri leader dalle accuse di antisemitismo e corruzione, la “sinistra molle“, i “progressisti”, si presentano dilaniati, ridotti a uno spettacolo di frammentazione e conflitti fratricidi. Lontani i tempi dell’unione programmatica, le correnti moderate si scontrano in una spirale di veti incrociati e insulti a mezzo stampa, incapaci di esprimere una leadership condivisa o una visione di futuro che non sia la mera autoconservazione.
In questo scenario allo sbando, solo Jean-Luc Mélenchon e la dinamica di LFI sembrano oggi capaci di catalizzare le forze di sinistra e sulla base di un programma che è esplicitamente anticapitalista.
Mélenchon appare sempre più come l’unico in grado di resuscitare «le Peuple de gauche» nel suo spirito, come nel suo nuovo insieme. La sua strategia punta immediatamente alla «convergenza tra i sindacati dei lavoratori, il movimento giovanile e l’opposizione parlamentare di sinistra e questo – insiste – crea una protezione reciproca “a testuggine” e rende possibile una dinamica d’insieme».
La difesa intransigente de la République, dei suoi valori fondanti, di fronte alla saldatura tra l’autoritarismo liberale del macronismo in fase terminale e il neo-fascismo lepenista che oscura l’orizzonte.
Oggi, nelle piazze francesi si misurerà la possibilità, la capacità, di concretizzare una dinamica importante. Una forza in movimento capace di portare un’alternativa di sinistra anticapitalista al governo del Paese. Prima che sia troppo tardi.
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