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Intervista al sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko

Bally Bagayoko: «Ora una risposta politica, o la protesta non si fermerà». La destra, sia francese che italiana, ha dichiarato guerra al sindaco che “sta sulle barricate” insieme ai suoi concittadini. Ci è sembrato doveroso intervistarlo, ieri, prima delle manifestazioni…

450.000 manifestanti, di cui 100.000 solamente a Parigi. In questa giornata di sciopero generale era accanto ai liceali a Saint-Denis, comune della banlieue della capitale di cui é sindaco. La Cgt e gli altri grandi sindacati hanno annunciato un nuovo sciopero per giovedì. Sarà ancora presente e qual è il bilancio della mobilitazione?

Si, ci sarò, perché è il momento della de-escalation e soprattutto della risposta politica, non della risposta repressiva. Ero accanto a loro la settimana scorsa e lo sarò ancora nei prossimi giorni.

Ci sarò perché sono dei liceali, quindi dei minori, e dobbiamo tutti garantire che non ci siano dei feriti tra di loro. E oggi l’inquietudine è grande perché si tratta di una ampia mobilitazione e chiedo a tutti quelli che partecipano di manifestare pacificamente.

Il Presidente della Repubblica e il ministro dell’Interno hanno una responsabilità e chiedo loro di trasmettere un messaggio rassicurante per evitare di trovarsi davanti a un dramma.

Ho visto delle azioni della polizia totalmente sproporzionate rispetto alla pacificità del corteo. Io stesso sono stato colpito da dei tiri di gas lacrimogeno e ho rischiato di essere manganellato, mentre invece ero presente per assicurare che non ci fossero violenze. Ho anche visto dei ragazzi accanto a me che si sono fatti colpire mentre erano inermi e con le braccia alzate.

Questa non è la risposta politica attesa. Il Presidente della Repubblica deve intervenire all’altezza dei valori repubblicani, mentre ora li sta calpestando. Sono relativamente inquieto perché a ogni sequenza di questa mobilitazione lo Stato è rimasto in ritardo.

In principio ha lasciato che l’indignazione salisse, perché da diversi anni nessun investimento è stato fatto, in particolare per rispondere alla promessa repubblicana che, su tutto il territorio francese, ci siano le i mezzi per l’insieme dei liceali di studiare in delle condizioni degne.

Le rivendicazioni sono chiare, dalla mancanza di professori a un orario scolastico che ha pochi eguali in Europa, dalle infrastrutture degradate ai problemi nell’orientamento scolastico. Abbiamo un dispositivo parcoursup che ha lasciato duemila studenti senza formazione. Quindi sono inquieto perché, dopo essere passati da una forma di indifferenza e di ritardo nella risposta da parte del governo, ora arriva solo la risposta repressiva.

Palazzo Matignon [la sede del primo ministro, ndr] ha insistito, ieri sera, perché queste rivendicazioni siano espresse in maniera pacifica; lei ha parlato, la settimana scorsa, di una violenza che può essere legittima da parte dei liceali… Considera i suoi propositi ancora validi, ora che fa un appello a la de-escalation perché temete degli incidenti più gravi?

C’é qualcosa di molto particolare, perché coloro che sono responsabili di questa situazione, cioé il governo, non hanno avuto alcuna parola né di conciliazione, né di risposta politica concreta, e nessuno è andato a chiedergli di render conto sulla questione, né in parlamento, né sui mezzi d’informazione.

E non spetta al ministro dell’Interno Laurent Nuñez di dare una risposta educativa. Lui porta soltanto una risposta securitaria, con tutte le conseguenze che vediamo.

Io non rinnego nulla di quello che ho detto, cioé che la violenza può essere legittima. E quando dico ciò intendo due cose: la prima è che la storia francese lo rende evidente, tutti i progressi sociali si sono sviluppati, sfortunamente, su delle forme di violenza. La seconda è perché i fenomeni che osserviamo, da una parte della risposta repressiva e dall’altra delle rivendicazioni, si rifanno a questa storia.

Diversi giornalisti vi hanno chiesto, dato il bilancio di 215 liceali feriti e diversi mutilati, se si é sentito in qualche modo responsabile, visto che ha accompagnato e difeso fin dall’inizio questo movimento. Cosa risponde?

Quando mi presento davanti ai licei, e invito ciascuno a farlo, di fronte ai battaglioni di poliziotti in tenuta antisommossa, sono là per calmare ed evitare il confronto. Le immagini che sono circolate, estrapolate dal loro contesto, sono strumentalizzate.

Sfido chiunque, nell’ambito di una grande manifestazione, di andare a spegnere un incendio o togliere dei barili infiammabili senza farsi manganellare. Quindi, quando lo fanno, come nel mio caso, é un segno di rispetto. Indipendentemente da tutti quelli che puntano il dito contro noi sulla responsabilità delle violenze.

I primi responsabili sono coloro che hanno fallito nel mantenere la promessa repubblicana di una scuola degna per tutti. Trovo quindi scandaloso di chiedermi di precisare il mio pensiero sulla questione, e di dover rispondere a un governo che mi accusa di attizzare le violenze, quando le rivendicazioni dei liceali non sono nemmeno ascoltate.

Trovo che sia un attitudine totalmente irresponsabile, da parte di una grande potenza mondiale come la Francia, di scaricare la responsabilità di un movimento su un sindaco di periferia. Mentre la loro prima responsabilità, per quanto riguarda le funzioni sovrane dello Stato sull’educazione, coesione sociale e giustizia, è totalmente fallimentare, come dicono tre rapporti parlamentari.

In particolare sui quartiere popolari, e quindi una forma importante di diseguaglianza. La mia posizione, come padre di famiglia e educatore, è chiara. No alla violenza gratuita, ma le rivendicazioni vanno ascoltate.

Questa rabbia liceale è partita dalle banlieues. C’è la sensazione, come lei dice, di essere stati per molto tempo abbandonati?

Molto chiaramente. Un segno di rispetto, però, è riconoscere la legittimità della loro parola. Lo paragono ad esempio alla mobilitazione sulle violenze sessuali, che di cui sono uno strenuo difensore.

Non si comincia col dire ‘aspettate, quello che dite è falso‘. Si comincia per dire ‘sì, vi crediamo‘ per poi studiare il dossier. La stessa cosa vale per i liceali. La cronologia, ricordiamolo, è indignazione, rivendicazioni massive in maniera pacifica, poi raggruppamento e contagio, in seguito alla risposta repressiva e, infine, conflagrazione generale su tutto il territorio francese.

Non facciamo finta che lo Stato abbia risposto fin da subito. Avrebbero dovuto aprire delle discussioni con i presidi, che a loro volta avrebbero dovuto ricevere i responsabili delle organizzazioni liceali. E nessun preside ha ricevuto l’autorizzazione di ricevere le loro rivendicazioni.

Il governo ha atteso che la mobilitazione esplodesse, per poi cercare dei colpevoli. È una forma di debolezza dire che è colpa de la France Insoumise. Io rivendico di essere dalla parte dei miei cittadini, e i liceali ne fanno parte.

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