Se volessimo tracciare una rappresentazione visiva della profondo contrasto esistente nell’Esagono, quasi “girassimo” un film sulla lotta di classe in Francia, resuscitando indegnamentte quel genio di Godard, dovremmo scegliere due sequenze della giornata di martedì: quella del “Presidente” dei ricchi, Emmanuel Macron, e quella di sindaco de La France Insoumise in un comune del Nord parigino, Bally Bagayoko.
Il primo assisteva martedì mattina ad un primo lancio sperimentale di un nuovo missile intercontinentale ad opera di un sottomarino nucleare al largo di Finistère, definendolo un «messaggio forte» verso gli avversari della Francia.
Il secondo, per la seconda volta, faceva da “scudo umano” davanti ad un bellicoso schieramento di poliziotti, cercando di proteggere gli studenti delle medie superiori, scesi in piazza insieme al personale della funzione pubblica, in una epica giornata di lotta che ha riguardato la quasi totalità delle facoltà universitarie e buona parte degli istituti dell’istruzione superiore.
Per dovere di cronaca, quello che è diventato un vero e proprio idolo della gioventù francese dei quartieri popolari – parte di quella “nuova Francia” di cui parla la LFI – è stato scortato da un gruppo di giovani ed “esfiltrato”, si direbbe in gergo militare, fuori dalla zona di pericolo; la fascia tricolore che veste dal primo giorno della mobilitazioni non ha affatto dissuaso la polizia dalla carica.
Da una parte la Francia proiettata verso il riarmo, con un approccio bellicista esplicito come se fosse già in guerra, dall’altra quella che – a causa delle politiche di austerità che prediligono l’incremento delle spese militari alla tutela dei residuali “beni pubblici” – ha trasformato le scuola pubblica in una sorta di parcheggio fatiscente dove insegnanti ed operatori scolastici hanno come unica prospettiva il burnout.
Tagliamo con l’accetta: da una parte la Francia delle élite, in mobilitazione permanente per la guerra e un’organica conversione industriale per farla; dall’altra la mobilitazione permanente per rimettere la questione sociale al centro dell’agenda politica e lottare contro gli strumenti che rafforzano una feroce dominazione di classe: il razzismo, il sessismo, in generale il suprematismo bianco diventato lessico comune, grazie alla costante opera di legittimazione dei temi dell’estrema destra e del perenne drenaggio della “fascisteria” d’Oltralpe nei ranghi del RN – come Bardella, di cui sono uscite le vecchie esternazioni antisemite -, erede di quel FN fondato dal torturatore coloniale Le Pen e dai “collabo” nostalgici del regime di Vichy.
Tra gli slogan più urlati, come ai concerti dei rapper più “impegnati”, c’è quello in italiano ritmato a mo’ di coro da stadio, “Siamo tutti antifascisti”, ed il ritornello della canzone più famosa dei Béruier Noire: la jeunesse emmerde le Front Nationale. Il verso di una iconica banda punk dei tempi che furono è diventato il grido di rabbia di una giovanissima generazione di antifascisti.
La Francia delle élite ha due strumenti con cui cerca, senza grande successo, di far ripiegare la mobilitazione: le forze dell’ordine che si comportano come un esercito di occupazione in un contesto neo-coloniale – in continuità con il modus operandi utilizzato nei quartieri popolari – con un postura ultra-muscolare e repressiva che fa impallidire ciò che è successo nell’anno di passione dei gilets jaunes.
È significativo di come, ai tempi di quella mobilitazione, quando si erano iniziati ad attivare gli studenti delle scuole medie superiori dei quartieri popolari nella regione parigina, avevamo visto scene che rimandavano alla repressione anti-algerina durante la lotta di liberazione nazionale lanciata dal FLN anche all’interno dell’Esagono.
Così come avevamo visto già durante il movimento dei gilets jaunes, le regole d’ingaggio sono passate dal “contenimento”, che aveva caratterizzato la gestione dell’ordine pubblico dal ’68 in poi, alla volontà di “sfondamento” con l’uso massiccio di un armamentario bellico, come l’IDF in Cisgiordania o l’ICE negli Stati Uniti.
Se cessi di essere cittadino e diventi suddito e ti ribelli diventi “nemico pubblico” e ti mandano contro CRS, BAC e RAID.
L’altro strumento sono i media meanstream, in cui la fasciosfera degli tecno-oligarchi ha un ruolo tutt’altro che marginale. La loro narrazione tossica sta però entrando in cortocircuito perché un conto è utilizzare quello che si chiama disinformazione strategica su un “nemico esterno”, tutt’altro straparlare della maggioranza della popolazione interna.
A poco può servire la politica del “fusibile” – il sacrificio del primo ministro – tradizionalmente adottata dai Presidenti della Repubblica per arginare la radicale perdita di consenso, specie se consideriamo lo scoglio della legge finanziaria “lacrime e sangue” di quest’anno che, se approvata con la fiducia, porterebbe alla possibilità retroattiva di una mozione di sfiducia per un governo che non ha mai avuto – è bene ribadirlo – una maggioranza su cui appoggiarsi.
Certamente c’è sempre una parte della popolazione che non fa parte delle élite che può fungere da “Vandea” perché sente minacciati i propri interessi sia da parte di chi sta in alto che dai movimenti politico-sociali che stanno incendiando la polveriera francese: è lo zoccolo duro dell’elettorato di ciò che rimane dei gollisti, tradizionale partito dell’ordine, e della Le Pen. La quale ha forse fatto già l’errore fatale di stigmatizzare gli attuali movimenti…
C’è un particolare, però: non siamo di fronte a degli Émeuts (tumulti) localizzati in alcune aree metropolitane con al centro solo una porzione della popolazione razzializzata (era avvenuto spesso dopo l’ennesima uccisione di un giovane per mano delle forze della polizia), ossia una forma di espressione politica di chi non ha altri strumenti. Queste sono mobilitazioni radicali di massa che partono da e presidiano uno degli ultimi cardini della Francia repubblicana: la scuola pubblica.
E nemmeno siamo di fronte ad un movimento spurio e polimorfo, non inquadrato sindacalmente e nemmeno orientato politicamente in maniera esclusiva come quello dei gilets jaunes, che esprimeva la legittima frustrazione della Francia “peri-urbana” senza darsi – a parte alcune componenti a cui abbiamo dato spazio sul nostro giornale, partecipando al loro sviluppo – un programma di rivendicazioni organiche; quelle era quindi più un sintomo di un malessere agente, causato dalle molteplici fratture che attraversavano le società, che non un fattore propositivo.
Certo, c’è quella parte della Francia anche nelle attuali mobilitazioni, ma la direzione di marcia, gli strumenti organizzativi e l’orientamento politico è chiaro come il sole, e la tanto auspicata “convergenza delle lotte” potrà avere come maggior punto di caduta, per una serie di momenti di sviluppo intermedi, lo sciopero del 5 novembre – ufficialmente contro la finanziaria – che sarà più simile agli scioperi generali del Maggio Francese, nella possibilità reale di bloccare il Paese, rispetto a quelli fino qui visti.
Non è assolutamente prevedibile cosa accadrà da qui ad un mese, ed “in mezzo” c’è anche lo sciopero internazionale ed internazionalista contro il traffico di armi nei porti a cui ha aderito la CGT francese, con le relative mobilitazioni.
Con un po’ di enfasi potremmo dire che i “fronti della lotta di classe” – sia per quanto riguarda le componenti che ingaggiano oggi la battaglia in tutte le loro forme (politico, social sindacale e strategico/ideologico), sia per ciò che concerne le specificità in cui si articolano abitualmente – non si stanno più giustapponendo ma, in prospettiva, fondendo.
Cosa si chiede, se non in maniera non del tutto cosciente, ad un “sistema” da decenni rimasto sordo ad ogni richiesta di cambiamento, se non un’alternativa di sistema ed un corso politico-sociale radicalmente diverso? Certamente lo si fa attingendo alle migliori tradizioni della storia del Paese che ha visto avanzare le proprie istanze di emancipazione grazie alle barricate.
Qui ci viene in soccorso Robespierre: “Vi dicevo che il popolo deve fare affidamento sulla propria forza. Ma quando è oppresso, quando può contare soltanto più su sé stesso, sarebbe un vile chi gli dicesse di non sollevarsi. Proprio quando tutte le leggi sono violate, quando il dispotismo tocca l’apice, quando la buona fede ed il pudore vengono calpestati, il popolo deve insorgere”.
E stavolta l’insurrezione potrebbe essere continentale e policentrica.
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