Questo editoriale apparso su Le Monde Diplomatique è importante sul piano strettamente teorico-politico perché, nel bel mezzo di una mobilitazione conflittuale estremamente aspra, in Francia, pone il problema di “dove e come si vuole andare” con il complesso dei movimenti.
E’ una domanda che si impone qualsiasi siano le preferenze politiche o ideologiche (individuali, collettive, di gruppo organizzato, ecc), spaziando dal far crescere sempre esponenzialmente il tono del confronto col governo fino alla canalizzazione politico-istituzionale, ovviamente di estrema sinistra relativamente alla geografia parlamentare.
E qui emerge la prima grande differenza con il nostro paese, perché in Francia una sponda parlamentare seria esiste – La France Insoumise – mentre in Italia no (e con la nuova legge elettorale pretendono di impedire che possa nascere)
Al livello teorico classico è il problema di definizione della strategia del movimento di classe e dei suoi alleati di fase e quindi anche delle tattiche conseguenti, uscendo dalle trappole logiche autocentrate tipiche dello spontaneismo e da quelle del parlamentarismo “senza se e senza ma”.
Il convitato di pietra sono i rapporti di forza complessivi tra le classi in un paese capitalistico avanzato (quindi la questione riguarda tutti i paesi occidentali, il nostro compreso), cui partecipano oggettivamente tutti i soggetti sociali e politici di un paese (oltre che i poteri esterni che hanno un peso sui singoli paesi), andando decisamente al di là della presenza numerica in piazza (un elemento dell’equazione complessiva, ma non certo l’unico né quello decisivo) e rimandando allo Stato come “forza concentrata del dominio di classe“.
Che è poi la questione dei corpi militari, oltre che di quelli polizieschi (i parà a guardia dei negozi del lusso, a Milano, sono una pagliacciata che allude però a ben altri scenari possibili, nel paese di Piazza Fontana e della stazione di Bologna).
Nonché delle loro culture e fedeltà reali in un assetto istituzionale che ormai va liquidando come “inefficiente” la democrazia parlamentare e soprattutto lo stato di diritto, i contrappesi e le libertà elementari. In tutto l’Occidente capitalistico, a partire dagli Usa e – qui in Europa – dalla Francia. Ovvero dai paesi in cui la “democrazia moderna” è nata.
Diciamo che la discussione a questo livello è stata abbandonata, nella sinistra radicale, oltre 40 anni fa.
Se oggi torna non è per una curiosità intellettuale, ma sotto la pressione della Storia. Che notoriamente se ne frega dei “mi piacerebbe che…”
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Già solo per il fatto che la velocità degli eventi in corso ci fa irresistibilmente pensare a quella frase di Lenin secondo cui “ci sono settimane in cui accadono più cose che in un decennio“, sappiamo molto esattamente in che tipo di periodo siamo entrati: stra-ordinario.
La saturazione della mente non è il minore dei suoi pericoli. Per camminare in eventi di tale densità, serve una linea (strategica, ndr). Il problema qui è che ce ne sono diverse: due. Di cui bisogna prima dispiegare le logiche, per poterne trovare una terza, che le riconcili.
Linea 1 — Lo straripamento straripa: così sia
Che straripi, è per così dire nel suo concetto. Che cosa travolge lo straripamento? Il quadro istituzionale. Per una ragione delle più semplici: quello ha totalmente fallito. Dalle manifestazioni-salsiccia alle elezioni più ufficiali, passando per i referendum carta-igienica, i grandi dibattiti monologanti, le convenzioni cittadine pantomima o i quaderni di doglianze preimballati in sacchi della spazzatura, ha fallito.
A meno che non sia riuscito come la finta parvenza che “era sempre-già stata” così. Un simulacro di “vi ascoltiamo“, che nasconde la realtà di “faremo ciò che vogliamo“.
Si riconosce indubitabilmente l’imbecillità borghese dalle deplorazioni della “brutalizzazione“. In un ordine borghese i cui valori la impregnano, più o meno, la popolazione generale non ha infine altro desiderio che di vivere tranquillamente la propria vita materiale. Perché, su questo fondo di aspirazione alla tranquillità, essa arrivi a innervosirsi, significa che le sono state fatte considerevoli violenze in precedenza.
Detto altrimenti: che è stata brutalizzata. Brutalizzata, la società – borghesia esclusa – non ha cessato di esserlo da tre decenni, in un crescendo di aggressioni che non poteva mancare di produrre i suoi effetti. Perché c’è un’economia generale della violenza.
L’economia generale della violenza funziona secondo il principio fondamentale della reciprocità: negativo. Alla prima brutalizzazione risponderà prima o poi una violenza di ritorno.
È un’idea a cui l’editorialismo borghese, la cui vita materiale non ha mai registrato il minimo scossone, è incapace di accedere. È dunque, senza sorpresa, il primo a fare coro dietro le eruzioni dei demagoghi — e a ripetere dietro Darmanin “brutalizzazione” e “bordellizzazione“.
Piaccia al cielo che l’Assemblea sia stata bordellizzata (anche poco): almeno è un segno che non è ancora più estranea alla vita del paese. Che vi arrivino, che vi si esprimano, gli echi, già molto attutiti, della bordellizzazione prima, la bordellizzazione sociale e politica governativa poi, è pur sempre il minimo.
Ma precisamente: viene un tempo in cui le espressioni “attutite” non bastano più. Se “fare i conti” non è dire troppo poco. Perché la realtà è che l’incredibile cumulo di brutalizzazioni neoliberiste ha portato il corpo sociale al suo punto di rabbia. Quando un insieme collettivo è stato portato a un punto di rabbia, non ci si deve stupire che faccia cose da arrabbiati.
Si noterà, per esempio, che oltre alle famose scarpe da ginnastica, del resto trovate interessanti persino dai poliziotti stessi (una volta sul posto…), alcuni supermercati sono stati saccheggiati: per mangiare. Avvertimento di passaggio al governo: quando la popolazione è stata portata, da violenze successive, a non poter più mangiare a sazietà, allora quel governo deve prepararsi giorni difficili: agitati. Non ci si mette di traverso a un popolo che chiede da mangiare: è irresistibile, travolge tutto.
Segnaliamo, sempre di passaggio, che in materia di grandi superfici con saracinesca volatilizzata per ragioni alimentari, non si è ancora visto nulla. Perché tutto questo accade mentre la crisi finanziaria, la crisi economica, la crisi energetica, e soprattutto la crisi alimentare, non sono nemmeno ancora arrivate.
Il “quadro istituzionale” che, non contento di aver prodotto questo, ha metodologicamente soppresso ogni via di ricorso, merita solo la rovina, e se questa rovina deve essere violenta, così sia — economia generale della violenza.
Linea 2 — troppi pericoli fuori dalle soluzioni istituzionali
I processi a carattere insurrezionale, potenzialmente rivoluzionari – perché è in una tale zona che stiamo entrando – questi processi, con tutta la loro parte di violenza, devono essere colti da uno sguardo da fisico (1).
All’opposto dell’inanità moralistica, propria del pensiero borghese, da Le Monde a Mediapart passando per France Inter, che non ha altra vista sulle cose che attraverso “i valori”, il metodo materialista – il solo che permetta di avere qualche intelligenza delle situazioni storiche – è un punto di vista da fisico: analizza rapporti di forza, individua i processi di induzione che ne fanno sorgere di nuovi, ne reperisce i gradi di libertà, ne misura le latitudini strategiche, ne esamina i rapporti reciproci — e senza raccontarsi storie: senza prendere il proprio desiderio per la realtà.
Qui, la fisica non dimentica di vedere le forze della reazione. Di cui si sa fin dove è capace di arrivare in situazioni storiche simili. Dunque immaginiamo: lo straripamento è riuscito. L’insurrezione ha trionfato, il regime è a terra. E poi?
E poi c’è la possibilità del ritorno di manovella reazionario. Sotto forma di putsch. Queste forze che non si vedono molto — e per forza: sono sullo sfondo dell’evento —, queste forze non sono per questo scomparse. Sono anch’esse arrabbiate, ma di tutt’altra rabbia, sono armate (numero di fucili nelle campagne), hanno tutta la connivenza dell’apparato di forza, la polizia e l’esercito.
Che cosa dire dell’esercito, appunto? — in generale l’attore putschista per eccellenza, e per buona ragione, sempre la stessa questione di ultima istanza: le armi, quelli che le hanno, e quelli che non le hanno. In uno dei suoi recenti “Moments politiques“, Jean-Luc Mélenchon, partito proprio per strigliare una polizia degenerata, sottolinea per contrasto la lealtà “repubblicana” dell’esercito. È davvero degno di fiducia come lui crede?
È ben certo, all’opposto dei malati aggrappati al potere, che l’esercito – qui da intendere: lo stato maggiore – rifiuterebbe che le forze siano impegnate nel mantenimento dell’ordine altrimenti che sotto forma di gestualità a fini di intimidazione. L’esercito non ne ha né la vocazione, né gli strumenti, né i metodi. La sua alternativa è delle più semplici: o resta passivo o spara col fucile d’assalto, non dispone di alcun terzo termine.
Per ora — clausola da tenere a mente —, per ora, dunque, lo stato maggiore è costituito da gente di alto livello di formazione intellettuale, razionale, e infine, anche se è un paradosso, tutto fuorché guerrafondaia. Per una ragione del resto delle più semplici: loro sanno cos’è la guerra, in condizioni di scontro relativamente simmetriche, o di fronte ci sono armi anche lì — e questo all’opposto delle brutture poliziesche che si mettono in quattro su un ragazzino di quindici anni.
Detto ciò, si è fatto il giro de “l’esercito” per questo? Non proprio. Come potrebbe infatti il processo di fascistizzazione che, dall’alto, scende progressivamente in tutti gli strati dello Stato, prefetti, commissari, rettori, direttori di ospedali, servizio di intelligence, presidenti di università, presidi stessi, che si vedono sempre più numerosi avallare, talvolta persino anticipare le soluzioni repressive e liberticide, come potrebbe questo processo non lavorare anche l’esercito?
Lo lavora. Nei bassifondi della truppa si portano svastiche tatuate e nelle camerate si tende il braccio alla prima occasione. Nessuna illusione da farsi: nell’esercito, la marea bruna non fa che cominciare a salire, in tutta impunità macroniana del resto (promemoria: ministro della difesa, Lecornu). È contenuta dai piani alti, ma fino a quando? Non si avrebbe senza dubbio alcuna difficoltà a trovare qualche alto graduato con idee, diciamo, non proprio “repubblicane”. Per ora minoritari (?).
Riassumiamo: l’esercito, nelle sue condizioni presenti, non andrà — realisticamente — al mantenimento dell’ordine, non sparerà sulla folla. Ma quando venga a crollare completamente il regime, cioè l’ordine istituzionale nel suo insieme, e si apra il vertiginoso vacuum che segue questi crolli, comincerà forse a porsi nuove domande.
In tempi ordinari, l’esercito prende le istituzioni come gli si danno: stabilite, consolidate. Ma nulla è più estraneo alla psiche militare del vuoto istituzionale e del suo disordine. È il momento in cui “l’esercito”, e questa volta ufficiali superiori compresi, si ricorda di avere le proprie vedute sul mondo sociale e che, se vuoto istituzionale c’è, è urgente colmarlo. In adeguamento con le sue idee — poiché che ne ha la possibilità e l’occasione.
Le idee politiche e sociali dell’esercito in generale sono progressiste? Vediamo, riflettiamo — boh. Si sa perfettamente dove lo portano spontaneamente le sue inclinazioni per l’ordine, e se la reazione entra nella battaglia post-caduta, la raggiungerà. Con le sue armi. Questa volta, pronta a servirsene. Poiché si tratterà di difendere il suo ordine.
Per quanto spiacevoli, bisogna pensare queste possibilità. E a un modo per trovare a evitarle se venissero a presentarsi. Modi al plurale, in questo caso: ce ne sono due — ma due soltanto.
Primo modo: un processo rivoluzionario non ha la minima possibilità a meno che: 1) l’apparato di forza dell’ordine rovesciato sia stato esso stesso interamente distrutto — e le sue armi recuperate; o 2) un apparato di forza alternativo sia costituito quasi immediatamente, lui fedele alla rivoluzione, e sufficientemente potente e sufficientemente in fretta per dissuadere i resti dell’ordine antico.
Caso di applicazione: 1917, Trotsky, Armata rossa. Che questa storia sia (in parte) poi finita male non è la questione. La questione è ciò di cui una rivoluzione è capace in materia di creazione istituzionale “flash” per perseverare nel suo essere. Per non parlare nemmeno delle illusioni liriche (bookchiniane o altre) delle “comuni libere”, le teorie del “doppio potere” sono amabili fantasticherie finché non pensano le loro condizioni di possibilità, condizioni che hanno essenzialmente a che vedere con i mezzi di forza per resistere alla forza della reazione — alla sua forza armata.
Guardiamo le cose un po’ freddamente: queste condizioni sono state raramente riunite — la rivoluzione spagnola, e le sue brigate internazionali, che si sarebbero potute mettere a confronto con l’esempio precedente, sono lì per attestare che la condizione necessaria talvolta non è affatto sufficiente.
Se dunque le condizioni sufficienti, e nemmeno le necessarie, non sono riunite, che fare? La risposta è: il secondo modo. Tanto vale dirlo subito: il secondo modo è deludente. Il secondo modo dice: quando la situazione è tale che non si hanno i mezzi per ri-creazioni istituzionali immediate atte a proteggere la rivoluzione, si mira meno in alto della rivoluzione. Ritorno alla nicchia istituzionale. Ritorno penoso all’anima, ma ritorno razionale alla mente — perché non è razionale abbandonarsi alla passione rivoluzionaria se è per finire schiacciati a colpo sicuro.
Applicazione nella situazione presente: la nicchia istituzionale razionale si chiama LFI. Bisogna essere deficienti come un “morocrate” (2) da talk show per trasformare Jean-Luc Mélenchon in un piromane pronto a incendiare tutto, quando è così visibilmente un uomo delle istituzioni, e anche un uomo dell’ordine.
Nella turbolenza in corso di accelerazione, LFI tiene la sua linea strategica senza sforzo: gli basta lasciarsi andare alle tendenze del suo habitus istituzionale. LFI, fondamentalmente istituzionale, non ha difficoltà a essere ben posizionata in una situazione in cui non c’è soluzione che istituzionale.
Linea 3 — spingere per aiutare a “fare meglio”
Incontestabilmente, la linea istituzionale ha razionalità per sé. Ha anche la sua parte di ipocrisia. Perché, in realtà, è lo straripamento, e solo lui, che crea la situazione. Blocchi, scontri con una polizia odiata, invasioni dei bei quartieri, auto-riduzioni (o la sovversione della società dei consumi presa sul serio nei suoi stessi valori): nient’altro saprebbe produrre la messa in tensione che fa la situazione politica presente.
Ce ne stiamo accorgendo al contrario nel momento in cui ci troviamo in procinto di tornare alle ripetitive manifestazioni-mostro tanto mostruose quanto innocue — “Una giornata senza incidenti maggiori” si rallegra Le Monde, si rallegra Nuñez, a proposito della mobilitazione del 24 ottobre.
Schema più volte sperimentato, in particolare durante il movimento delle pensioni del 2023 quando, campione puro della stupidità istituzionale, l’Intersindacale-CFDT immaginò di far piegare Macron con una tranquilla dimostrazione simbolica del numero — il genere di argomento a cui una psiche come quella di Macron, installata al vertice dei poteri della V Repubblica, non aveva alcuna possibilità di arrendersi mai.
Se il movimento presente non vuole conoscere lo stesso triste destino, avrà bisogno di nuovo degli “incidenti”: unico motore del progresso della situazione. O sarà l’insabbiamento e la stanchezza — alleati di sempre del potere che ha per sé tutte le forze dell’inerzia.
La “soluzione istituzionale” in fin dei conti ha il pregio di avere per sé la sua razionalità strategica, dovrebbe entrarvi altrettanto bene il lasciar fare, il che gli permetterà – diciamo le cose – di recuperare qualcosa piuttosto che niente.
Combinazione mutuamente vantaggiosa, perché, comunque, la nicchia istituzionale, così com’è, ha un leggero sapore amaro. Quando si presentano aperture del formato degli eventi attuali, è normale volerne “di più” — cioè voler andare il più lontano possibile prima di tornare alla nicchia.
Detto altrimenti: come avvicinare linea 1 e linea 2, e persino tenerle un po’ insieme? Anche qui, non 36 risposte. Nemmeno due, una soltanto: l’entrata in scena della classe lavoratrice. Che si dice spesso un po’ troppo in fretta “scomparsa”. Ma le cui “grandi occasioni” aiutano a ricordare che è ancora lì.
La sua mobilitazione è ora l’imperativo strategico del momento. La reazione non può nulla contro lo sciopero, purché sia generale e riconducibile — oppure deve passare tutti i punti di svolta del pinochettismo.
Lo sciopero di massa è un operatore politico di una potenza folle. Cadendo sulla situazione presente, le sue proprietà propulsive sono fantastiche. Installa un nuovo registro di “incidenti”, meno rischioso per i protagonisti, più inarrestabile per il potere. In breve, modifica l’atmosfera del tutto, e tanto più in quanto la crisi presente, all’opposto di ciò che fu Maggio 68, ha per proprietà di unire trasversalmente tutte le componenti del movimento per le loro comuni condizioni di esistenza materiale.
Che si sia dovuto tornare sulla tesi dei “due Maggio 68”, quello degli studenti e quello degli operai, che ci siano stati contatti tra questi due gruppi, è certissimo. E tuttavia i motivi rispettivi restavano largamente eterogenei.
È infinitamente meno il caso adesso. Operai, studenti, agricoltori, funzionari, camionisti, utenti avranno tanto meno difficoltà a ritrovarsi in quanto sono tutti nella stessa merda.
Allora ora, immaginiamo — di nuovo. Se il regime cade, ma su questa base – la base di una situazione di cui lo sciopero generale, con la sollevazione della gioventù, avrà occupato il centro – tutto differisce considerevolmente. Non c’è semplice ritorno alla nicchia istituzionale-elettorale. Perché un nuovo rapporto di forza è stato posto. E nulla di ciò che segue potrà fare come se non fosse il caso.
Le coordinate abituali del dibattito politico ne sono radicalmente modificate, poiché la situazione politica, inedita, è uscita da una dinamica che avrà messo i rapporti di produzione al centro dell’equazione — la questione di cui la repubblica del capitale ha giurato che mai sarebbe stata dibattuta. E che crea la situazione verrebbe finalmente alla parola su sfondo di una sconfitta storica della borghesia.
Cosa potrebbe seguirne? La risposta dipende dal sapere fin dove, nella dialettica relativamente contraddittoria del movimento e della ri-cattura istituzionale, lo straripamento avrà spinto il suo vantaggio: sotto forma dello sciopero, in quanto avrà esplicitamente problematizzato i rapporti sociali di produzione. Cioè articolato che il salariato, definito dal diritto del lavoro stesso come rapporto di subordinazione, “non se ne vuole più“.
Dai “gilets jaunes” alle pensioni passando per la rivolta Nahel, tutto è fallito fino ad ora. Ma tutto ha costruito, tutto ha lasciato tracce. Ormai unite le une alle altre. Così che oggi “tutto” può riuscire.
“Tutto“, cosa? Si tratta di proferirlo a voce bassa. Al punto in cui siamo, è da tempo che abbiamo superato la soglia delle “rivendicazioni”. Questa faccenda non si risolverà con un aumento del Salario minimo, con “revisioni” di Parcoursup o con promesse di crediti evidentemente mendaci per l’edilizia scolastica.
Questo potere è andato troppo oltre. Deve pagare. Deve cadere.
* da Le Monde Diplomatique
(1) A chi, con una certa presunzione epistemologica, potrebbe obiettare che «la fisica è una scienza esatta e che il mondo sociale rientra nelle scienze sociali», precisiamo che qui si parla di fisica nel senso di Spinoza.
(2) dal greco mōros, “sciocco”, e kratos, “potere”, definisce un sistema di governo o di gestione istituzionale caratterizzato dal dominio degli stolti o degli incompetenti.
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