Durante la sua seconda visita a Riyad in meno di un mese, lo scorso mercoledì, l’auto-proclamato presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, siglando una serie di accordi chiave che spaziano dalla cooperazione militare allo sviluppo del paese, dopo i quasi 15 anni di guerra civile fomentata dalle potenze occidentali.
Il Ministero degli Esteri siriano, Asaad al-Shaibani, ha definito l’intesa tra i dicasteri della Difesa dei due paesi come l’accordo più rilevante tra quelli siglati, pur non avendone divulgato pubblicamente i termini. Questo sviluppo si inserisce in un quadro geopolitico dell’Asia occidentale che si sta muovendo velocemente, con la precipitazione causata dalla fallita aggressione israelo-statunitense all’Iran.
Pochi giorni prima, era stato lo stesso titolare degli Esteri di Damasco che, durante la conferenza sulla sicurezza Manama Dialogue in Bahrein, aveva rivelato che il suo paese stava valutando l’ingresso nel Patto della Mecca, l’alleanza di mutua difesa che coinvolge Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. I rappresentanti dei tre paesi hanno recentemente incontrato anche i vertici iraniani.
Il nodo che è sullo sfondo di questa “frenesia” diplomatica è, come al solito, Israele, con le sue continue aggressioni e la destabilizzazione regionale che esso provoca, con pesanti ripercussioni sui PIL di tutti i paesi dell’area. L’adesione a questa alleanza offrirebbe alla Siria una deterrenza cruciale per proteggere l’integrità del proprio paese di fronte alle crescenti incursioni sioniste.
Le forze armate di Tel Aviv continuano a portare avanti il progetto “Sufa 53”, una linea di fortificazioni lunga 70 chilometri tra Quneitra, Al Asha e Al Rafid funzionale a rafforzare l’occupazione delle alture del Golan. L’iniziativa risale al 2022 (ben prima del 7 ottobre 2023) e per gli abitanti della zona ciò ha significato la perdita di aree agricole e per il pascolo, alterazioni del flusso naturale delle acque e, in varie circostanze, la confisca dei terreni e la cacciata dalle proprie case.
Durante i colloqui, al-Sharaa e Mohammed bin Salman hanno analizzato l’attuale situazione internazionale. Hanno discusso degli effetti dell’escalation militare sulla sicurezza regionale, sulla sicurezza della navigazione marittima, sull’affidabilità degli approvvigionamenti energetici e sulla stabilità economica globale.
Entrambi i leader hanno lanciato un forte appello per una de-escalation e per la risoluzione pacifica delle controversie che insistono sull’Asia occidentale, sollecitando l’immediata cessazione di tutte le azioni che minacciano le rotte marittime nel Mar Rosso e negli stretti di Bab al-Mandeb e Hormuz. Continua a prendere forma l’idea di una cornice di sicurezza regionale che sia centrata sull’accordo tra i paesi dell’area, che ridimensionerebbe pesantemente l’ingerenza statunitense.
Parallelamente alle intese militari, l’agenzia di stampa ufficiale saudita (SPA) ha confermato che il Fondo Saudita per lo Sviluppo fornirà 403 milioni di dollari in prestiti a Damasco, a condizioni agevolate. I fondi, formalizzati in sei accordi con il Ministero delle Finanze siriano, sono destinati a ripristinare i settori nevralgici del Paese.
105 milioni di dollari verranno usati per rafforzare la protezione civile, 100 milioni per ricostruire le strutture sanitarie danneggiate, 90 milioni per la riabilitazione della centrale termoelettrica di Aleppo, 60 milioni per la riparazione delle abitazioni civili, e 30 milioni per lo sviluppo dei sistemi di acqua potabile a Damasco e Idlib.
I due governi hanno inoltre siglato un memorandum d’intesa sulla cooperazione industriale e altri due focalizzati sull’agricoltura e sulla protezione ambientale. L’Arabia Saudita si presenta oggi come il principale sostenitore del nuovo governo dell’ex “qaedista” al-Sharaa, ma la posta in gioco è evidentemente più grande.
Un’intesa militare che coinvolga anche la Siria significherebbe la costruzione di una vera e propria cintura intorno a Israele, con l’Egitto che ha inoltre appena approvato il sostegno militare a Riyad nel combattere Ansarallah in Yemen.
La questione degli Houthi rimane un dossier su cui i sauditi non sembrano disposti a trattare, ma è innegabile l’importanza – nell’analisi generale di ciò che si muove in questo quadrante fondamentale – di una serie di dialoghi di alto livello che tengono ai margini gli interessi delle potenze imperialistiche, e del loro braccio armato sionista.
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