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E’ crisi del trasporto pubblico in Campania

L’autentica implosione che sta interessando tutte le aziende dei trasporti a Napoli ed in Campania, al di là dei peculiari fattori afferenti ai classici casi di grassazione e di affarismo economico che rappresentano il dato strutturale delle economie al Sud e non solo, mostra, inequivocabilmente, il futuro prossimo che si approssima sul versante del diritto alla mobilità e del complesso delle politiche del welfare. Su questo vedi altre corrispondenze sul giornale Contropiano.

Oramai è evidente che la vera problematica che sottende a questa autentica esplosione a catena delle varie società che gestiscono la rete del trasporto pubblico locale in Campania è rappresentata dalla stringente contraddizione tra una idea di diffuso diritto alla mobilità e l’immanenza di una fase politica e sociale dove l’austerity diventa la linea di condotta e la modalità vigente della vita e delle relazioni sociali.

Infatti se osserviamo le varie configurazioni di queste società è possibile notare che almeno teoricamente è prevista una buona integrazione ed intermodalità tra le varie reti dei trasporti nell’area metropolitana napoletana e nell’insieme della regione. Certo si potrebbe obiettare che le politiche tariffarie sono care, che le linee dei pendolari sono comunque penalizzate ma, almeno sulla carta, è prevista una copertura decente dell’intera regione.

Questa strutturazione è avvenuta negli anni passati quando il fiume di denaro preveniente dall’Unione Europea (i vari FES, POR……) ha reso possibile la realizzazione di opere pubbliche e di una gigantesca mole di affari che, a vario titolo, hanno premiato il sistema politico, nella sua forma bipartizan, le imprese e i settori vincenti della criminalità organizzata. A questo proposito è utile ricordare – perché questo dato è poco noto – che il primo tratto di TAV in Italia è stato realizzato tra Napoli e Roma con una spesa esagerata e con arricchimento di imprese la cui composizione è direttamente riconducibile non solo alle società della Lega delle Cooperative ma anche a quelle del network crinale dei casalesi.

Adesso – da quando i fattori di crisi economica generale si stanno riverberando concretamente nella società con il loro feroce portato antisociale – iniziano ad avvertirsi, con crescente accelerazione, le conseguenze di questa nuova, e per taluni aspetti, inedita situazione.

Capita, quindi, che i fondi comunitari si esauriscono, che le banche smettono di elargire prestiti e fidejussioni alle società, che il governo centrale vara le politiche di tagli e rigore e che le regioni e le amministrazioni locali vengono costrette ai tetti di spesa e ai vincoli di bilancio.

E’ naturale, allora, che in questo contesto si innesta una sorta di perversa concatenazione che sta facendo saltare, attraverso lo strumento del fallimento finanziario, le varie società del trasporto pubblico locale e tutto l’indotto correlato ad esse.

Si spiegano, dunque, gli stipendi non pagati, i fornitori e le banche che reclamo improvvisamente i crediti e la babele di forme di lotta che, in queste settimane, stanno attraversando l’area metropolitana e la regione.

A fronte di questa situazione, che non può più essere interpretata ed affrontata con metodologie riconducibili ad un corso della crisi e ad una fase economica oramai alle nostre spalle, bisogna che quanti agiscono sul versante del conflitto sindacale e sociale riqualifichino le loro modalità di agitazione e di azione.

Continuare a pensare che i lavoratori possono difendere il posto di lavoro e il loro stipendio chiusi nel loro ridotto aziendale e territoriale, pensare, ancora, di legare il proprio destino individuale a quello della propria azienda confidando, magari, che l’incrudirsi della crisi colpisca altri e non il proprio comparto diventa inefficace oltre che patetico.

Su questo versante è – come al solito – deleterio il comportamento delle organizzazioni sindacali collaborazioniste le quali essendo legate, a doppio filo, con i loro sponsor politici sono incapaci di cogliere la nuova dimensione dello scontro e sono alla continua ricerca di una improbabile nuova fase di concertazione la quale, alla luce degli attuali scenari economici, diventa una impossibile araba fenice.

Ritorna, a questo punto, come sempre, il rompicapo politico ed organizzativo della riunificazione del fronte di lotta sociale e del superamento di quegli antichi steccati tra lavoratori i quali hanno impedito, fino ad ora, di mettere in campo i necessari coefficienti di forza sociale capaci di porre un deciso stop a tali politiche antipopolari e alla filosofia dell’austerity.

Attorno a questo ineludibile passaggio di metodo e di sostanza si misurerà la maturità e l’autorevolezza del sindacalismo conflittuale e di quelle soggettività politiche e sociali le quali stanno prendendo consapevolezza che il vecchio compromesso capitale/lavoro è tramontato e che non sarà più rieditabile nelle rassicuranti forme del passato.

Oggi questo tornado economico e sociale sta investendo il comparto dei trasporti mentre già si annuncia una nuova e più feroce mannaia su ciò che residua della sanità pubblica in Campania e in tutto il paese.

A quanti hanno questa consapevolezza, a quanti saranno, comunque, costretti a prenderne atto sotto l’incalzare dei colpi della crisi, il compito della resistenza, del conflitto e dell’organizzazione autonoma ed indipendente.

* Rete dei Comunisti -Napoli

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