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Gli operai Irisbus chiamano a riaprire le fabbriche chiuse

L’iniziativa, organizzata dal Comitato No Debito e dal Comitato di Resistenza Operaia dei lavoratori dell’Irisbus punta – oltre ad esprimere la necessaria solidarietà con una vertenza sindacale importante e significativa – ad accendere l’attenzione sulle tante mobilitazioni in corso contro i processi di ristrutturazione che stanno cancellando migliaia di posti di lavoro attraverso la chiusura, la delocalizzazione e il drastico ridimensionamento di numerose aziende.

Basta scorrere, quotidianamente, la cronaca ed è possibile prendere anno della vera e propria macelleria sociale che sta cancellando decine di migliaia di posti lavoro. Da Nord al Sud del paese, dai grandi gruppi industriali alla rete delle piccole e medie imprese, dall’infinito ed articolato arcipelago dell’indotto fino alle diverse filiere produttive diffuse sui territori è una continua emorragia occupazionale che sta provocando l’esplosione dei tassi di disoccupazione e la diffusione generalizzata della precarietà del lavoro e della vita.

Per il prossimo futuro ciò che si annuncia non promette nulla di buono.

L’incidere dei fattori di crisi economica, le relative misure antisociali che i governi e le varie amministrazioni sono costrette a varare, i crescenti diktat della Troika europea e le conseguenti direttive comunitarie saranno ulteriori grimaldelli che smantelleranno ciò che residua dell’apparato industriale e provocheranno altre dismissioni produttive.

Oramai il numero delle ore della cassa integrazione (sia quella ordinaria e sia quella straordinaria) ha superato ogni record e, da più parti, si fa notare che le prossime scadenze di rifinanziamento di tali ammortizzatori sociali sono un terno al lotto per i lavoratori stante il perdurare della crisi e la penuria dei fondi destinati a tali provvedimenti.

Del resto le lunghe stagioni della cassa integrazione che “accompagnavano” i lavoratori verso ipotesi pensionistiche convenienti e di buoni trattamenti di fine rapporto sono definitivamente tramontate. La stessa vicenda dei cosiddetti esodati è paradigmatica di come l’evaporarsi del vecchio compromesso sociale tra capitale e lavoro produce, inevitabilmente, insicurezza sociale, fine delle vecchie certezze e nuovi livelli di frammentazione sociale tra i lavoratori e nell’insieme della società.

Una condizione inedita, che spesso coinvolge lavoratori non più giovani ma ancora non sufficientemente vecchi, i quali vengono confinati in una sorta di limbo sociale che li spersonalizza, cancellando la loro precedente identità, e li sollecita ad una perenne competizione (..al ribasso) verso gli altri lavoratori e gli strati sociali meno garantiti.

Non a caso uno dei problemi del nuovo esecutivo governativo, se mai riuscirà ad estrinsecarsi nelle prossime settimane una nuova forma di governo, sarà il reperimento dei fondi per rifinanziare gli ammortizzatori sociali.

E non è un caso che le attuali preoccupazioni di Cgil, Cisl e Uil sono appuntate su tale questione la quale, negli ultimi due anni, è stata una sorta di azione narcotizzante e depotenziante verso le possibilità di una esplosione di conflitto generalizzata a fronte della pesantezza dell’attacco padronale e governativo.

La lotta contro la chiusura delle fabbriche, le esperienze in corso, le alternative possibili.

Negli ultimi mesi si sono prodotte una infinità di vertenze sindacali, grandi e piccole, le quali, a vario titolo, hanno posto il tema della difesa dei posti di lavoro e dell’apparato industriale.

Sono migliaia le pratiche aperte presso le sedi ministeriali a Roma che descrivano intere aree del paese a rischio di desertificazione produttiva ed occupazionale. Sono centinaia le aziende che hanno portato i libri contabili in tribunale in quanto stritolate dal tritacarne della crisi e della sfrenata competizione globale.

Spesso le strade della capitale sono state percorse da cortei operai (dai lavoratori del Sulcis, a quelli dell’Ilva, da quelli della Fiat a quelli della Fincantieri…) i quali, però, non sono riusciti a far avanzare le rivendicazioni di lotta oltre la proroga della cassa integrazione ed un generico impegno a difesa dell’occupazione.

Su tale condizione di debolezza politica pesanti sono le responsabilità dei sindacati collaborazionisti (compresa la Fiom di Landini) e di una sinistra sempre più integrata agli inviolabili totem capitalistici i quali hanno svolto non solo la loro abituale funzione di acquiescenza e di subordinazione alle compatibilità padronali e del mercato ma hanno, costantemente, operato affinché le vertenze sindacali rimanessero confinate dentro gli angusti ambiti aziendali, categoriali e territoriali.

In tal modo hanno alimentato la perniciosa logica al minimo sforzo presente nei comportamenti oggettivi e spontanei dei lavoratori i quali, dentro le difficoltà e l’innegabile disorientamento di questa fase politica, fanno fatica a comprendere ed interiorizzare la portata generale dello scontro e sono orientati ad accontentarsi ed adeguarsi verso soluzioni compromissorie e tendenti alla riduzione del danno.

Si tratta, dunque, per quanti stanno operando alla ricostruzione/connessione delle vertenze e delle varie mobilitazioni in atto di assumersi una responsabilità politica ad ampia scala i cui prossimi passaggi politici ed organizzativi non saranno lineari o privi di contraddizioni ma riverbereranno, anche tra i lavoratori e l’insieme dei ceti popolari, delle conseguenti devastanti derivanti dai fattori di crisi economica e sociale.

In questo contesto le vicende dell’Ilva di Taranto, del Sulcis, della Maflow, della Richard Ginori, dei lavoratori meticci della logistica, dell’Irisbus, della Fiat e delle tante altre vertenze sono un utile banco di prova per misurare e sperimentare percorsi di lotta e di organizzazione in grado di superare gli innaturali steccati posti da padronato e sindacati collaborazionisti verso l’enucleazione di proposte in grado di determinare livelli di unità e di possibile ricomposizione politica e materiale all’altezza delle sfide poste dal capitale.

Nell’ultimo periodo, anche grazie alla lotta dei lavoratori di Taranto contro Riva e contro l’abominevole ricatto dello scambio tra garanzia del lavoro e tutela della salute, si è riproposta, con più forza e chiarezza, l’idea/forza della Nazionalizzazione delle imprese come obiettivo in grado di porre un argine all’azione disarticolante del padronato e dell’insieme dei poteri forti del capitale.

Diciamo subito che la parola d’ordine della Nazionalizzazione di imprese (ed anche delle banche) è una parola d’ordine che, per la portata dell’obiettivo materiale a cui allude, necessità di una spinta sociale enorme in grado di modificare i rapporti di forza in campo.

Un protagonismo sociale e conflittuale, ancora tutto da costruire, che implica un cambio di marcia sul versante culturale ma soprattutto un approccio al conflitto inteso come strumento necessario non solo per difendere, qui ed ora, l’occupazione ma anche come viatico possibile per modificare i rapporti di forza nei posti di lavoro, nei territori e nella società.

Bene, quindi, stanno facendo quei compagni che stanno accendendo l’attenzione politica sulla Cassa Depositi e Prestitii individuata come uno strumento da aggredire per reperire le risorse necessarie per quelle operazioni di nazionalizzazione e di riconversione atte a concretizzare gli obiettivi delle mobilitazioni. Nel contempo, sempre per reperire le risorse necessarie, c’è l’intero capitolo delle spese militari che continua a drenare soldi verso un comparto squisitamente antisociale che andrebbe messo seriamente in discussione.

In tale contesto l’Assemblea del 6 Aprile a Grottaminarda, voluta fortemente dai compagni dell’Irisbus e rilanciata, sul piano nazionale, dal Comitato No Debito, può configurarsi come un momento di confronto tra attivisti politici e sociali per discutere collettivamente su come far intrecciare le varie mobilitazioni facendo lievitare proposte di mobilitazione per i prossimi mesi.

La Rete dei Comunisti non farà mancare un suo contributo all’assemblea anzi è impegnata quotidianamente alla piena riuscita politica ed organizzativa di questa scadenza di mobilitazione.

L’appuntamento di Grattaminarda ci consentirà, inoltre, di iniziare a far veicolare, in un contesto vivo e dinamico, la proposta politica della necessità della Rottura dell’Unione Europea che presenteremo pubblicamente alla nostra prossima Conferenza Annuale il 21 Aprile a Roma.

Una proposta di mobilitazione e di organizzazione, culturale e politica, che punta – esplicitamente – alla rottura della gabbia autoritaria dell’Unione Europea proponendo la costruzione di un nuovo spazio euro/mediterraneo per l’Italia, i paesi dei PIGS e quelli più direttamente sotto il peso dei provvedimenti dei tecnocrati di Bruxelles e di Francoforte.

Un involucro politico nel quale è possibile ascrivere le lotte di resistenza e le tante vertenze che sono costrette a difendersi dai diktat della Troika e che possono collocare le loro specificità in un rinnovato quadrante analitico internazionale ed internazionalista.

Infatti solo in una processualità di massa, a scala multinazionale, sarà possibile rendere operative le parole d’ordine del non pagamento del debito, della nazionalizzazione di industrie strategiche e banche e di promozione di Referendum in grado di far esprimere le popolazioni contro gli strangolatori trattati europei.

La Cassa Depositi e Prestiti è stata privatizzata nel 2003, con l’arrivo delle Fondazioni bancarie (30%). Per favorirne l’ingresso, sono state assegnate loro azioni privilegiate (con diritto a dividendi annuali extra, pari al 3% più inflazione del valore nominale) e presenze maggioritarie negli organismi di governo dell’ente. Da quel momento, la tipica funzione pubblica sino ad allora perseguita da Cassa Depositi e Prestiti è scomparsa in favore di :

A) investimenti con l’unico scopo di produrre utili per gli azionisti (le Fondazioni bancarie in dieci anni hanno incassato profitti annuali del 10-12%)
B) nessuna considerazione nelle scelte d’investimento ai bisogni del Paese e alle necessità delle comunità locali, effettuate invece unicamente per scopi finanziari;
C) finanziamento degli enti locali con tassi di mercato e non più agevolati, contribuendo, assieme all’irrigidimento del patto di stabilità interno, al progressivo blocco della loro attività e funzione sociale

+ Rete dei Comunisti

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