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Coca Cola. Zero diritti una sola risposta: resistenza e lotta

Siamo davanti al municipio di Nogara, in provincia di Verona, comune nel quale ha sede il più grande stabilimento Coca Cola d’Europa. Qui lavorano quattrocento dipendenti addetti alla produzione e un centinaio di lavoratori della logistica. Quest’ultimo comparto è stato affidato da Coca Cola alla multinazionale svizzera Kuhene Nagel, la quale si appoggia al Consorzio Soluzioni Globali che, a sua volta, affida il servizio al Consorzio Vega, il quale, tramite la cooperativa Zetajob, sua consorziata, subentra nell’appalto alla Cooperativa Smart, facente parte del Consorzio Soluzioni Globali: un sistema di scatole cinesi, funzionale alla de-responsabilizzazione dell’impresa, allo sfruttamento, alla precarizzazione e alla flessibilizzazione del lavoro.

Incontriamo i lavoratori in presidio che lottano per mantenere il posto di lavoro, il contratto a tempo indeterminato, comprensivo di art. 18, e il diritto a fare attività sindacale.

A seguito dell’ennesimo cambio d’appalto del settore logistico, il subentrante consorzio Vega, come da copione, pretende di privare i lavoratori dei diritti acquisiti (art. 18) e d’imporre il contratto a tutele crescenti (Jobs act). La nuova ditta impone, inoltre, l’espulsione di quattordici lavoratori dichiarati in “esubero”, con tanto di firma dei sindacati complici.

In realtà, come recita il comunicato di Adl Cobas, “casualmente dodici sono iscritti ad Adl Cobas e due di questi sono delegati sindacali. Si tratta di un’operazione messa in atto da Coca Cola, consorzi e cooperative con la complicità dei sindacati Uila e Fildi (i quali hanno firmato l’accordo sugli esuberi) per eliminare una presenza scomoda e sindacalizzata”.

Lo stabilimento di Nogara è, tuttavia, in ottima salute, tanto che dovrà assumere lavoratori stagionali in vista dell’aumento produttivo estivo. Di qui l’amplificarsi della protesta: dei settantasette lavoratori assunti dal nuovo gestore in subappalto, trenta decidono di non accettare il contratto al ribasso e di solidarizzare con i quattordici “proscritti”. Ora, quindi, sono quarantotto i posti di lavoro a rischio.

Dalle molte testimonianze raccolte al presidio, emerge che la lotta sindacale vera e conflittuale si paga con un costo umano altissimo: il posto di lavoro.

In questa vertenza non è in gioco solo il rispetto dei diritti acquisiti, compreso l’articolo 18, ma la stessa libertà sindacale, quella che permette al lavoratore di scegliere quale organizzazione debba tutelare i suoi interessi. Purtroppo quello di Nogara non è un caso isolato di offensiva padronale, al contrario questa politica di aggressione sta diventando sempre più diffusa e paradigmatica.

Questa, come tante altre, è una delle forme violente che assume la lotta di classe dall’alto contro i lavoratori, trasformati in “salariati della precarietà”, della flessibilità, dell’insicurezza e della temporaneità. D’altronde, la logistica è oggi il punto nevralgico del sistema globalizzato di produzione – distribuzione: il capitale non tollera nessun vincolo o rallentamento che possa intralciare il flusso continuo delle merci, pena la perdita immediata di profitto.

La lotta qui a Nogara, come in molte altre realtà produttive, sembrerebbe assolutamente impari: da un lato una multinazionale, coadiuvata da leggi sul lavoro al ribasso e da sindacati complici, dall’altro lavoratori, quasi tutti migranti, che difendono con le unghie e con i denti salario, dignità e diritti. Sono i tanti Abd El Salam dei “picchetti duri” che stringono rapporti di solidarietà tra lavoratori, consapevoli del fatto che solo la lotta paga e del principio che se toccano uno toccano tutti.

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