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La risposta alla Coca Cola di Nogara: “il vostro ordine è costruito sulla sabbia”

“Appena squillò la tromba tutto era pronto sulla terra, e Geova divise il mondo tra Coca-Cola Inc., Anaconda, Ford Motors, e altre società….

(Pablo Neruda, Canto generale)

E la tromba è davvero squillata, nientemeno che dall’ambasciata americana, intervenuta, facendo pressioni sul Ministero dell’Interno, per difendere i profitti della Coca Cola.

La mattina del 6 aprile, intorno alle 6.30, la multinazionale senza volto, col suo sistema di scatole cinesi, di articolazioni inaccessibili, di appalti, subappalti, cooperative, capetti e caporali, ha ottenuto lo sgombero dei lavoratori in lotta per la difesa del lavoro e delle libertà sindacali, dopo nove giorni di occupazione e otto lunghissime notti di resistenza trascorse sul tetto dello stabilimento. ”A seguito dell’intervento delle forze dell’ordine che hanno ristabilito una piena legalità e sicurezza”, la Coca Cola HBC Italia ha poi annunciato la ripartenza della produzione.

Ai proprietari del mondo basta poco: una piccola pressione ed ecco che viene ristabilita immediatamente la loro “legalità”, quella che s’impone in modo totalitario attraverso lo sfruttamento spietato dei lavoratori, la sistematica e predatoria spoliazione del territorio (la Coca Cola utilizza tre pozzi d’acqua ceduti a 13mila euro l’anno, mentre la stessa quantità ai cittadini comuni costerebbe 600mila euro l’anno), la corsa al ribasso dei diritti, la violazione delle libertà sindacali, la manipolazione dei bisogni degli individui e le particolari franchigie, “dovute” ai colonialisti nelle proprie colonie, che garantiscono loro o a chi ne fa le veci, l’impunità. Solo qualche giorno fa mogli e figli dei lavoratori dello stabilimento di Nogara sono stati aggrediti con le pistole taser, armi notoriamente illegali, dagli scherani assoldati dal capitale.

I lavoratori in lotta, ieri mattina, sono stati circondati dai vigili del fuoco, dalla Digos e dai carabinieri e sono stati costretti ad abbandonare la “roccaforte” della resistenza, mentre le loro “cose” venivano cinicamente scaraventate giù sull’asfalto e con esse il futuro di quarantacinque famiglie.

Schermata del 2017-04-07 09-06-49Una nuova pagina è stata scritta nella storia del braccio di ferro in atto tra i lavoratori in lotta e la multinazionale, una storia fatta di ricatti e intimidazioni, come nella giornata del 5 aprile, nella quale, in occasione dello sciopero dei lavoratori della Coca Cola, l’azienda, utilizzando la logica del divide et impera, ha lasciato a casa i dipendenti, imponendo il fermo temporaneo della produzione “per motivi di sicurezza”. In questo modo, inevitabilmente, si mettono i lavoratori gli uni contro gli altri: un clima da America degli anni Venti, da pressioni con ogni mezzo, da ricatti ai lavoratori sindacalizzati che ricordano i famigerati yellow dog contracts e la lotta senza quartiere condotta dall’alto contro il lavoro. E più le élite dominanti avvertono il pericolo della solidarietà tra lavoratori, più colpiscono, cercando di isolarli e atomizzarli, trattando, come avviene a Nogara, il futuro di quarantacinque famiglie come un problema di ordine pubblico.

Inutili, peraltro, sono i tentativi di mascherare le ragioni dei licenziamenti, determinati da un presunto “esubero”. I licenziati, iscritti all’Adl Cobas, preferiscono, infatti, definirsi “proscritti”, ritenendo che la causa del licenziamento sia la loro lotta contro gli abusi del capitale.

I tetti del mondo, tuttavia, sono tanti e tanti se ne possono ancora occupare: non saranno le pistole taser a fermare i lavoratori della Coca Cola. Alla globalizzazione della produzione e della distribuzione si risponde con l’internazionalizzazione della lotta. Una bella notizia che rincuora: i dipendenti della Coca Cola di Francoforte sono scesi in sciopero, solidarizzando con i lavoratori di Nogara.

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