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Sentenza (a metà) contro Glovo. “Subordinati” sì, ma senza sicurezza

È uscita ieri pomeriggio la sentenza del tribunale di Torino riguardo alla causa collettiva contro Glovo, dove si rivendicavano tre punti fondamentali, ancora assenti nel mondo di quotidiano sfruttamento delle consegne a domicilio: 

il riconoscimento della subordinazione del lavoro dei rider con l’annesso pagamento delle differenze salariali calcolate in base all’orario di lavoro effettivo (da quando si accede all’app a quando ci si scollega);

la mancata tutela della sicurezza dei propri lavoratori; 

la mancata trasparenza dell’algoritmo e la conseguente natura discriminatoria dello stesso verso i rider che si organizzano e scioperano. 

Il primo punto è stato riconosciuto dal tribunale: i rider devono essere pagati per le ore di lavoro svolte che comprendono le pause, lo spostamento e l’attesa della consegna.

Infatti, nonostante le molte sentenze vinte, ancora le aziende di delivery si ostinano ad assumere i lavoratori con contratti da finti autonomi (non va molto meglio in termini di salario e sicurezza ai rider contrattualizzati con gli accordi peggiorativi tra CGIL-CISL-UIL e Just Eat). 

Nascondendosi dietro a questa presunta autonomia del lavoro dei rider le aziende non si preoccupano affatto della sicurezza dei lavoratori. Sotto questo aspetto mancano tutte le tutele: dalle visite mediche prima e durante il periodo lavorativo alla dotazione dei mezzi di sicurezza, come il casco, dei mezzi stessi e della loro manutenzione.

Ma l’attacco alla salute e alla sicurezza dei rider non finisce qui, è ancora più subdolo: il funzionamento dell’algoritmo crea un circolo vizioso per cui più consegne fai più turni di lavoro puoi prenotare. Questa pazza corsa a cui sono costretti i rider per guadagnare due briciole li porta ogni giorno a rischiare la vita.

Per questo nella sentenza si richiedeva anche il risarcimento del danno inflitto ai rider legato al rischio di infortunio e di morte a cui quotidianamente sono sottoposti.

Ed è ancora più amara la decisione del tribunale di Torino di respingere questa richiesta, perché avviene proprio nello stesso giorno in cui arriva la notizia dell’ennesimo incidente a danno di un rider al lavoro, che è stato investito ieri sera nell’area metropolitana di Milano, causandogli l’amputazione di parte di una gamba

La Corte di Torino si è espressa negativamente anche sulla natura discriminatoria dell’algoritmo che regola il funzionamento sopra descritto.

Chi contro questo sistema di moderna schiavitù vuole organizzarsi e scioperare continua a trovarsi davanti al ricatto dell’abbassamento del punteggio dell’algoritmo – e di conseguenza della possibilità di prenotare i turni per poter lavorare – che incide non sulla giornata di sciopero, ma si proietta sui giorni a venire, causando ovviamente gravi perdite economiche a lavoratori già estremamente sottopagati.

In questo si vede il tentativo cosciente di rendere la lotta per i propri diritti materialmente insostenibile per la maggior parte dei rider, attraverso il dispositivo dell’algoritmo che ha la precisa funzione di oscurare le responsabilità e i fini di chi lo programma – le aziende di food delivery – dietro a una supposta neutralità della tecnologia

Ribadiamo la necessità dell’apertura di un tavolo in cui oltre ad Assodelivery e Just Eat siano presenti le istituzioni territoriali, che prendano posizione di fronte a tale sfruttamento e noncuranza nei confronti dei diritti dei rider e impongano soluzioni alle aziende di food delivery, partendo dall’applicazione del CCNL Logistica per tutti i rider di tutte le piattaforme senza deroghe di alcun tipo, dall’obbligo da parte dell’azienda di fornire mezzi di trasporto e di sicurezza, compresa la loro manutenzione, dalla creazione di hub logistici con docce, spogliatoi e aria condizionata dove aspettare le consegne e dalla trasparenza dell’algoritmo riguardo all’assegnazione del punteggio.

Lanciamo per giovedì 26 gennaio una nuova assemblea per continuare la mobilitazione.

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