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6 febbraio, i Portuali ci riprendono per mano

Quando tutti guardano il dito, i portuali guardano la luna. Mentre ci si affanna a discutere intorno agli scontri di Torino, e a quale livello attestare la repressione del conflitto, al referendum e a quanto rischia il governo Meloni se vince il NO, alle Olimpiadi, a Sanremo e ai tanti altri disastri quotidiani del nostro piccolo Paese, la Palestina esce di scena e con lei tutti i teatri e i pericoli di guerra. I morti quotidiani a Gaza e Cisgiordania continuano, l’aggressività imperialista in Medio Oriente e in America Latina non diminuisce, anzi si aggrava e la guerra mondiale torna ad essere una concreta prospettiva per tutta l’umanità.

Nel più totale silenzio dei media di mezza europea però sta per realizzarsi l’ennesimo fatto politicamente rilevante grazie ai portuali che il 6 di febbraio sciopereranno contemporaneamente in molti porti del Mediterraneo per ribadire, con i fatti e non a chiacchiere, che le armi e i preparativi di guerra non troveranno mai disponibili i portuali in Italia, in Grecia, in Marocco, in Turchia, in Germania, in Slovenia, nei Paesi Baschi e oltre.

Uno sciopero internazionale che ha saputo andare anche oltre il Mediterraneo e coinvolgere lavoratori e sindacati anche in altri continenti, dagli USA alla Colombia, rilanciando così la funzione politica generale del movimento organizzato di classe dei lavoratori che già aveva favorito la stagione degli scioperi d’autunno di cui era stato miccia e carburante.

Uno sciopero faticosamente costruito, che ha visto muovere i primi passi durante il congresso dei trasporti della Federazione Sindacale Mondiale ad Atene nel 2025 e che è cresciuto con un lavoro certosino e non privo di difficoltà fino a diventare realtà coinvolgendo oltre i primi proponenti, i portuali italiani dell’USB. i greci dell’ENEDEP del porto del Pireo e i sindacati di molti altri Paesi, anche diversamente collocati nel panorama sindacale internazionale, ma che hanno condiviso la necessità di entrare in campo contro la guerra, facendo quello che è in loro potere: bloccare le armi per bloccare la guerra.

Uno sciopero malvisto, se non avversato, dalle organizzazioni internazionali del comparto, timorose che uno sciopero con parole d’ordine così nette contro la guerra, il riarmo, il genocidio in Palestina collegate alle condizioni di lavoro, di vita, di sicurezza e salariali potesse mettere a rischio i buoni rapporti sindacali con le controparti e soprattutto il “dialogo sociale” concesso loro dalla Commissione europea, dagli armatori e dalle compagnie portuali.

Lo sciopero ci sarà, una novità assoluta in campo europeo, travalicherà le appartenenze, coinvolgerà anche lavoratori di altri settori, studenti , attivisti contro la guerra, quel popolo che ha riempito le piazze e gli scioperi di autunno la cui memoria si vuole cancellare, la cui pericolosa e progressiva potenza è il vero obbiettivo dei provvedimenti repressivi in via di approvazione da un parlamento inane e imbelle.

Lo sciopero ci sarà e sarà un segnale politico importante, nonostante il fastidioso brusio che, a reti unificate, vuole farci dimenticare la realtà della guerra.

*Usb/FSM

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