Oggi il mondo della scuola, della cultura, ma anche della politica di questo paese piangono, con la morte di Romano Luperini, la perdita di una delle ultime grandi figure ancorate al Novecento, provenienti da una storia che ha a che fare, non anagraficamente in maniera diretta ma culturalmente e per storia familiare, con la resistenza partigiana, con il comunismo, poi con la Nuova Sinistra e gli anni Settanta, senza rimanere mai prigioniera di una identità nostalgica, ma capace di attraversare anche le stagioni del riflusso e della sconfitta senza rinnegare nulla, e poi di riapparire con un portato di proposta culturale e di prospettiva capace di parlare a generazioni di studiosi militanti.
Chi ha avuto il piacere e l’onore di sentirlo parlare tante volte, fino al convegno dell’anno scorso del gruppo da lui animato, La letteratura e noi, ha sempre scorto una lucidità e una forza visionaria che aveva a che fare con la dimensione dei “destini generali”, nella denuncia della aberrazione del genocidio palestinese, argomento di quella occasione.
Parlava spesso con gli occhi chiusi, Romano Luperini, ma il suo sguardo era totalmente aperto alla realtà, perché niente di umano gli era alieno, compreso il riconoscimento leopardiano e timpanariano della fragilità umana, come parte del suo materialismo integrale. Una lezione anche questa, per noi e per la scuola e anche gli studenti .
Critico letterario, storico e teorico della letteratura, intellettuale politico, grande organizzatore culturale di riviste, collane, divulgatore nel senso migliore del termine attraverso anche la manualistica scolastica, insegnante prima della scuola e poi, molto più a lungo, dell’università, militante, scrittore.
Difficile riconoscere un primato ad una di queste attività, svincolarla dal resto, e siamo certi che tanti saranno i contributi e i momenti in cui attingere alla ricchezza di una produzione intellettuale di prim’ordine.
La lotta mentale, titolo di un suo magnifico profilo di Franco Fortini, è stata anche la sua, contro quello che chiamava il nichilismo morbido e confortevole a cui si era ridotta gran parte della intellettualità di questo paese dopo l’89 e il cambio di fase storica.
C’era da ripartire dalle scuole, così come c’era da ripartire dai testi, dall’analisi alla interpretazione, dalla Scuola, dalla sua funzione, dalla consapevolezza troppo spesso assente tra gli insegnanti di potere essere e dovere essere intellettuali che operano in una delle più nobili attività sociali, di farlo con orgoglio e consapevolezza di una funzione civile.
Sapeva troppo bene che questo era un pezzo, sia pur fondamentale, e che l’altro pezzo era l’organizzazione, la capacità di dare struttura e sedimentazione alle forze che lavorano per il cambiamento, tra le quali certamente metteva gli insegnanti e il dialogo costante e non paternalistico con gli studenti, quelli che affollavano le sue lezioni, le sue conferenze e i suoi interventi in dibattiti politici.
Ci sarebbe tantissimo da dire sui suoi studi sui classici, i suoi autori, il suo Novecento letterario, sul rapporto tra letteratura e allegoria, titolo di una rivista che è stata scuola e riferimento, sulla fine del postmoderno che ci riporta al mondo in fiamme in cui viviamo oggi.
Di dialogo e conflitto, mutuando quasi alla lettera il titolo di un suo volume, abbiamo tanto bisogno oggi, specie dentro le scuole, e di entrambi insieme perché c’è da ricostruire rapporti, pratiche, scambi, cultura, ma anche di conflitto, perché il nemico è entrato da tempo dentro le scuole e spinge perché siano enormi non luoghi di parcheggio o di avviamento al lavoro.
La lezione di Luperini è uno strumento fondamentale per chi non è disposto ad accettare tutto questo e lavora per una scuola ed un mondo diverso
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