Un decreto della Corte d’Appello di Milano, impone che entro il 25 ottobre venga chiusa l’area a caldo della ex Ilva di Taranto, in pratica il cuore della fabbrica ma anche dell’inquinamento ambientale.
I giudici milanesi hanno rigettato l’istanza di sospensiva presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia, rispettivamente proprietaria e gestore, spiegando che tra diritto a fare impresa e tutela della salute non si può che “propendere a favore delle ragioni della seconda”.
Stando al decreto l’attività dell’area a caldo a Taranto va sospesa per la presenza di 2mila tonnellate di amianto inglobate negli altiforni e perché l’Autorizzazione Integrata Ambientale non garantirebbe un’aria salubre qualora l’impianto tornasse a produrre 6 milioni di tonnellate.
Il provvedimento avrà come conseguenza un pesantissimo taglio dei lavoratori occupati alla ex Ilva, ben oltre gli attuali 4.500 cassintegrati.
Lo scorso 4 settembre erano già partite 2.500 lettere di licenziamento per i lavoratori delle ditte di appalto.
“La sentenza della Corte d’Appello di Milano riporta al centro una questione che non può più essere rinviata: il futuro dei lavoratori, la tutela della salute e il risanamento ambientale di Taranto” afferma l’USB, secondo cui la strada è chiara: “intervento pubblico dello Stato, messa in sicurezza dei lavoratori, bonifiche immediate e un vero progetto industriale capace di garantire futuro produttivo e decarbonizzazione”.
Martedi è previsto l’incontro tra governo e sindacati per discutere come affrontare la crisi occupazionale ma anche a chi verrà venduta l’area a freddo dello stabilimento che non viene colpita dal provvedimento dei giudici milanesi.
Al momento in corsa per rilevarla ci sono l’indiana Jindal e una cordata di 14 imprenditori siderurgici italiani.
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