Un uomo fermato davanti ai suoi figli, immobilizzato da più agenti e portato in questura con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale dopo aver semplicemente chiesto spiegazioni per alcune frasi offensive e discriminatorie ricevute da un poliziotto. È quanto mostrano le immagini circolate nelle ultime ore relative a quanto accaduto a Milano, sabato 9 maggio, davanti al ristorante Baobab.
Il protagonista della vicenda è Diala Kanté, orafo italo-senegalese, che quella sera si trovava insieme ai suoi bambini quando un gruppo di agenti è arrivato nella zona per effettuare dei controlli. Alla richiesta di mostrare i documenti, Diala avrebbe collaborato senza opporre alcuna resistenza. Eppure, secondo le testimonianze raccolte, la situazione sarebbe degenerata quasi subito.
Tra gli agenti presenti vi sarebbe stato anche un poliziotto già conosciuto da Diala per precedenti controlli. “C’era anche uno che si chiama Angelo De Simone che dice di essere il capo e che ho già sentito dire parole razziste come: voi senegalesi siete i peggiori oppure siete in tanti, andate via”, ha raccontato.
Sarebbe stato proprio dopo alcune frasi offensive e discriminatorie rivoltegli da un agente in borghese che Diala avrebbe chiesto spiegazioni. Da lì, secondo quanto emerge dai video e dalle testimonianze, sarebbe scattato immediatamente l’ordine di fermarlo.
Le immagini mostrano una scena profondamente inquietante: Diala viene circondato, spinto a terra e immobilizzato davanti ai suoi figli, che piangono e chiamano il padre. Nel video non si vedono aggressioni nei confronti degli agenti né comportamenti violenti tali da giustificare l’intervento coercitivo. Eppure l’uomo viene accusato di resistenza a pubblico ufficiale e portato in questura, dove sarebbe stato trattenuto per oltre dodici ore.
Secondo quanto ricostruito, durante la stessa serata sarebbero state fermate e condotte in questura anche altre tre persone di origine africana che avevano protestato verbalmente contro la violenza del fermo e contro il modo in cui Diala era stato buttato a terra davanti ai bambini.
A denunciare pubblicamente l’accaduto è stata tra le prime Selena Peroly, attivista e influencer italiana di seconda generazione, che ha parlato apertamente di razzismo e abuso di potere: “La mia denuncia viene proprio dal cuore, perché io un domani avrò dei figli che sono nati in Italia e cosa insegnerò a loro? Cosa gli dirò di fronte a qualcuno che magari dice che non sono a casa loro? Sono a casa loro. È giunta l’ora che l’Italia cambi. Lo Stato sostiene questo razzismo e molti dei politici italiani sostengono questo sistema. Chi ci difende quando è la polizia stessa che commette questi reati?”.
Parole durissime che pongono una questione ormai impossibile da ignorare. Perché il punto non riguarda soltanto il singolo episodio, ma un modello sempre più diffuso di gestione sicuritaria e discriminatoria dell’ordine pubblico. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le denunce di profilazione razziale, violenze durante i controlli e abusi nei confronti di giovani, migranti e persone nere. E troppo spesso il reato di resistenza a pubblico ufficiale sembra trasformarsi nel dispositivo attraverso cui chi denuncia un abuso diventa automaticamente il colpevole.
Sotto il ministero Piantedosi, la polizia italiana appare sempre più vicina a un modello di controllo selettivo e intimidatorio che ricorda le pratiche dell’ICE statunitense durante la stagione trumpiana: controlli aggressivi, costruzione permanente del sospetto verso le persone razzializzate, uso della forza come dimostrazione di potere e criminalizzazione immediata di chi contesta soprusi o discriminazioni.
Il video di Milano mostra qualcosa che va oltre il singolo fermo. Mostra la normalizzazione di pratiche arbitrarie che colpiscono soprattutto chi appartiene a gruppi sociali già esposti a marginalizzazione e razzismo. E mostra anche il rischio di un clima politico e culturale in cui il semplice chiedere rispetto può trasformarsi in motivo di arresto.
“Questa situazione mi ha toccato nel profondo soprattutto perché è accaduta davanti ai miei figli”, ha dichiarato Diala Kanté. “Io chiedo a chi ha il potere di fermare queste cose, chiedo solo giustizia; che le persone che mi hanno fatto queste cose siano identificate e che non si ripetano più. Indipendentemente dal colore della pelle o dalla nazionalità, gli esseri umani devono essere trattati come esseri umani, punto e basta. Io vorrei che i miei figli crescano in un paese così, per questo andrò fino alla fine di questa lotta. Non lo faccio per me: quello che mi hanno fatto mi ha fatto male, ma quello che mi fa più male è quello che hanno visto i miei figli. Vedrò se la giustizia in questo paese vale per tutti”.
Netta anche la richiesta di Selena Peroly: “Io vorrei che giustizia sia fatta e chi deve pagare paghi, anche se questa persona ha la divisa”.
* da Osservatorio Repressione
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