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La proprietà privata come limite per lo sviluppo. Il caso Google

Il problema – pratico e teorico – non è nuovo. Ma nell’epoca della Rete, e soprattutto nell’ideologia idiota per cui la Rete sembra immateriale e non costosa (un “non problema”, un servizio gratuito perenne, su cui magari fare marketing furbesco, sia politico che merceologico), era stato accantonato tra le tante cose “vecchie”, di cui non era più necessario occuparsi ora che siamo nel “nuovo”.
Ma i fatti – e la teoria – hanno la testa dura. Sicuramente più dura degli ideologi “nuovisti” (e ce ne sono di più svegli di un Veltroni…).
La questione è chiaramente posta da Krugman, peraltro molto corretto nel riconoscere a Ryan Avent il merito di aver esposto i dati e i poblemi che Google sta incontrando: un servizio universale presenta costi fissi elevati per chi li gestisce, ma utenti molto diversi quanto a intensità di utilizzo. Nel caso di Google – che al di là dell’interfaccia essenziale richiede server hardware continuamente aggiornati, innovazioni software in grado di far fronte a un traffico dati esponenzialmente crescente, una quantità di personale per nulla irrilevante e di alta qualità professionale, retribuito di conseguenza – gli investimenti fissi sono molto costosi. Ma i ricavi, essenzialmente quelli pubblicitari, per quanto giganteschi, a un certo punto fanno fatica a tenere il passo dei costi fissi.
Basta alzare il prezzo!, direbbe l’idiota di turno. E qui c’è la complicazione, “vecchia” sul piano teorico ma “nuova” solo per il settore in cui si manifesta. I “clienti” – imprese o persone fisiche – hanno caratteristiche di utilizzo del servizio assolutamente diverse. Chi ne fa un uso intensivo e professionale, un puntello essenziale della propria attività, può anche essere disposto a sobbarcarsi un aumento di prezzo (anche qui, con grandi differenze difficilmente predeterminabili); chi ne fa un uso saltuario, e fin qui gratuito, storcerà facilmente il naso davanti a una richiesta di pagamento anche minima.
Ovviamente la prima categoria è numericamente abbastanza ristretta, la seconda di dimensioni planetarie. Ogni aumento di prezzo comporta dunque una drastica riduzione del numero di clienti che, potenzialmente, potrebbero incrementare in futuro il proprio utilizzo di quei servizi. Insomma, si rischia di perdere clientela a venire.
Ma non può neanche ridurre la qualità o la quantità dei servizi offerti, altrimenti otterrebbe lo stesso risultato negativo, aprendo la strada a concorrenti più piccoli ma agguerriti (come sta già avvenendo, nel settore dei motori di ricerca). Il problema, insomma, non ha soluzione dentro il quadro che mantiene la entralità intoccabile della “proprietà privata” di un “servizio universale”.
L’interesse generale nascosto nel ragionamento di Krugman sta dunque nell’analogia che lui stesso istituisce tra i servizi di Rete e il trasporto pubblico. Hanno le stesse caratteristiche (alti costi fissi, investimenti e manutenzione continua, “utenza” molto differenziata), presentano criticità identiche (la determinazione del prezzo ottimale)… E soltanto la proprietà pubblica – in regime di monopolio – può risolvere  alla fine le incertezze di un monopolista privato. Perchè se quel servizio universale è indispensabile –  e lo è certamente, perché è stato l’uso sociale a determinarne l’effettiva centralità per la vita del sistema e delle singole persone – soltanto la proprietà pubblica può garantirne, redistribuendone le “diseconomicità” sulla contabilità nazionale, l’esistenza – e persino l’efficienza – sul lungo termine.
Se pensiamo a quanti distruttori sono all’opera in Italia, nei governi degli ultimi venti anni come nelle redazioni dei media principali, per demolire i servizi pubblici essenziali (dai trasporti alla sanità, dall’istruzione alla previdenza, ecc), abbiamo un quadro realistico dell’abisso in cui ci stanno precipitando: teorico e ideologico, certamente, ma soprattutto pratico, perché stanno distruggendo una rete infrastrutturale che ha fin qui presieduto al mantenimento della coesione sociale e quindi dell’efficienza anche economica dell’intero sistema. A chi parla di “ulteriori privatizzazioni”, insomma, bisognerebbe staccare la spina e farlo precipitare nella fossa del “disagio economico”.
Però… Il diavolo del “socialismo necessario” si annida davvero nel più inaspettato dei dettagli….

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Krugman: Google Economics, ovvero il futuro dei servizi basati sul web

di Paul Krugman
La decisione di Google di chiudere il servizio Google Reader ha lasciato di stucco parecchie persone di mia conoscenza e ha scatenato un grosso dibattito sul futuro dei servizi basati sul web. L’analisi più interessante, secondo me, l’ha fatta Ryan Avent sul The Economist, in un recente articolo intitolato Google’s Google Problem, dove sostiene che Google fornisce un’infrastruttura pubblica di fondamentale importanza, ma sembra non avere interesse alla sua manutenzione.

Ho cercato di ragionare sulla faccenda in termini di microeconomia più o meno standard, ed ecco quello che è venuto fuori.

Per cominciare, un concetto consolidato, anche se non frequentemente citato, è che, anche nel mercato più normale che ci sia, un monopolista con costi fissi elevati e una capacità limitata di operare una discriminazione dei prezzi fra i clienti può non riuscire a realizzare profitti dalla fornitura di un bene, perfino quando i guadagni potenziali per il consumatore superano i costi di produzione. Sostanzialmente, se il monopolista cerca di imporre un prezzo corrispondente al valore che attribuisce al bene chi ne fa un utilizzo intenso, non attirerà, in numero sufficiente a coprire i costi fissi, chi ne fa un utilizzo a bassa intensità; se chiederà un prezzo basso per attirare chi ne fa un uso a bassa intensità, non attirerà in misura sufficiente l’eccedenza di utilizzatori ad alta intensità, e anche in questo caso non riuscirà a coprire i costi fissi.

Quello che aggiunge Avent a questa discussione è uno sguardo sull’effetto delle esternalità di rete, dove il valore del bene per ogni singolo utilizzatore dipende dal modo in cui lo usano molti altri. In una certa misura il monopolista può trarre vantaggio da queste esternalità perché fanno salire il prezzo che la gente è disposta a pagare, e dunque non sono certo che influiscano sulla logica della fornitura o non fornitura del bene. Però comportano che, se il monopolista continua a non trovare conveniente fornire quel bene, le perdite per i consumatori sono molto maggiori che nella tradizionale analisi della determinazione dei prezzi in un monopolio.

Qual è la risposta, allora? Come scrive Avent, esempi storici con le stesse caratteristiche – come le reti di trasporto urbano – sono stati risolti attraverso la fornitura pubblica. Sembra difficile in questa fase immaginare le ricerche sul web e le funzioni collegate come servizi pubblici, ma è qui che conduce questa logica.

Per illustrare la mia tesi, guardate in questa pagina un caso ipotetico in cui la domanda viene sia da utilizzatori ad alta intensità, disposti a pagare profumatamente per un servizio, sia da utilizzatori a bassa intensità, disposti a pagare una cifra limitata. A causa dei costi fissi, il costo medio per utilizzatore diminuisce con l’aumentare del numero degli utilizzatori. Dal disegno si vede chiaramente che non c’è nessun prezzo a cui il monopolista è in grado di coprire i suoi costi, in questo caso: ma le perdite derivanti dal fornire il servizio a un prezzo tale da attirare gli utilizzatori a bassa intensità sarebbero molto inferiori ai guadagni derivanti dall’avere a disposizione il servizio per gli utilizzatori ad alta intensità.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

da IlSole24Ore
5 aprile 2013

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