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Nubi dense sul futuro a breve dell’Unione Europea

C’è un mismatch mostruoso tra la comprensione dei problemi vissuti dall’Unione Europea mostrata dagli analisti più seri e la riflessione politica nella “sinistra antagonista” (non parliamo poi di quella presente nella cosiddetta “sinistra radicale”, tutta e solo concentrata sulla “riformabilità” di questo ingranaggio distruttivo).

Abbiamo perciò scelto questo articolo di Adriana Cerretelli, da Il Sole 24 Ore, che va a pescare in uno studio del think tank Bruegel per cercare di “anticpare le tendenze”. La cosa è abbastanza normale, in ambito internazionale. I think tank servono esattamente a questo: a disegnare scenari, attribuendogli un coefficiente di probabilità, in modo da supportare le decisioni dei policy makers. Si può discutere della credibilità degli indicatori adottati come riferimento principale, non della serietà e tantomeno dell’utilità – anche per noi antagonisti – di questi lavori. Stare immersi sempre nel “quotidiano”, nel corto raggio, non ci permette affatto di essere “a contatto con la realtà”. Al contrario, e possiamo ben dirlo noi che ci occupiamo indegnamente di informazione, la realtà tende a sfuggirci quanto più cerchiamo di aderirivi. I cambiamenti sono preannunciati da molti segni, certamente, ma una frazione infinitesima di quelli con cui veniamo letteralmente bombardati in ogni istante della giornata.

Cosa dice la ricerca del Bruegel? Che nel giro di un altro quinquennio – un attimo, nella storia umana e nella vita di tutti noi – potremmo trovarci in una situazione del tutto differente. E senza neppure evocare scenari catastrofici (scarsità di prodotti petroliferi, crisi finanziarie violente, guerre più consistenti di quelle euromediterranee degli ultimi venti anni, ecc) .

Basterà la naturale evoluzione immanente al business as usual per far sì che l’Unione Europea attuale si venga a trovare in una situazione pericolosa. Basterà la crescita economica della Cina e degli altri “emergenti” cui abbiamo trasferito l’onere e il profitto della produzione manifatturiera a rovesciare le attuali gerarchie globali. E la stessa Eurozona – in ogni caso quasi una “superpotenza”, sebbene con armamenti assai inferiori a quelli dei principali “concorrenti” (Usa, Russia, a stessa Cina) – sarà relativamente meno importante di ora.

Tanto da mettere in discussione la sua stessa tenuta unitaria. La moneta unica, per esempio, è stata pensata e costruita – tramite le decine di patti e trattati che ci hanno costruito una gabbia intorno – “per stabilizzare il flusso degli scambi intra-comunitari nel mercato unico”. Ma a quella data – e in parte già ora, se si guarda ai flussi di esportazione dalla Germania – i traffici commerciali dei vari paesi saranno principalmente extra-Ue. Un’avvisaglia forte si trova già anche nelle preziose slide del Centro studi di Federmeccanica; persino l’Italia è già su questa strada.

Ma se i rapporti commerciali sono soprattutto con l’esterno, allora quella moneta – strutturata così com’è, funzioni della Bce comprese – diventa un problema. Crescente nel tempo.

Naturalmente tutto spinge per una “integrazione accelerata”, per raggiungere una “competitività” dell’intera area rispetto alla concorrenza. Sul piano economico e non solo. Ma questa accelerazione agisce anche nel senso di approfondire le differenze tra paesi, favorendo quelli più forti e solidi a scapito degli altri. Con ovvie e prevedibili conseguenze sociali.

Non ci soffermiamo sui numeri, che come in tutti gli scenari sono “ballerini” e risultanti da un’infinità di variabili. Ma il quadro d’insieme dovrebbe aiutare a riflettere. Soprattutto quanti, finora, all’idea-forza “rompere l’Unione Europea”, hanno contrapposto soltanto una giaculatoria di frasi fatte contro il “sovranismo”, i pericoli del nazionalismo, ecc. Tutti rischi veri, ma indirizzati verso il bersaglio sbagliato. È la stessa Unione Europea a interrogarsi pesantemente sulle condizioni e le caratteristiche del suo “farsi”, sui paletti entro cui il disegno complessivo può aver successo (ovvero creare un “competitore imperialista” forte abbastanza da confrontarsi internazionalmente) oppure retrocedere su obiettivi meno ambiziosi (un’”Europa tedesca”, che tiene insieme soltanto le aree – non necessariamente gli Stati nazionali attuali – compatibili o funzionali per le filiere produttive teutoniche, mentre lascia al loro destino quelle più deboli o “meno competitive”).

Farsi le domande su questa “costruzione costrittiva”, insomma, non è affatto una manifestazione di nostalgia per il passato (la “liretta” buona per fare svalutazioni sompetitive); è semplicemente un dovere militante, che obbliga a usare più la testa che le mani o i piedi. Che tornano utilissimi, per manifestare l’esistenza di un’opposizione sociale molto determinata, certo. Ma ragionare e camminare sono due disposizioni “naturali” negli esseri umani. Per chi non è pigro o “mono”, almeno.

Si tratta “semplicemente” di uscire dal “pensiero unico” per cui le alternative sono sempre e soltanto due: o si “sta dentro” (e si schiatta) o si “sta fuori” (e si schiatta lo stesso).

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Se l’Italia rischia di perdere il posto al G-7

di Adriana Cerretelli

E se dopo aver bene o male digerito gli stress provocati da un quinquennio di crisi finanziaria e struttural-debitoria, l’euro si ritrovasse presto tramortito da uno shock commerciale, cioè da nuove spinte centrifughe scatenate dai radicali cambiamenti in atto nei flussi degli scambi internazionali come nella produzione di ricchezza? E se la Cina, con lo yuan ormai convertibile, si ritrovasse seduta tra i membri di Fmi e G-7 dal quale però fossero stati espulse, per sopravvenuta mancanza di requisiti, Italia, Gran Bretagna e Canada?

Non è fantapolitica e nemmeno un’ipotesi a lunga scadenza. È lo scenario molto plausibile del 2020: tra 6 anni, dopodomani. Si ricava rielaborando le tendenze osservate nell’ultimo decennio e proiettandole nel prossimo, in toto o anche soltanto in parte: lo hanno fatto due ricercatori del think tank Bruegel, Jim O’ Neill e Alessio Terzi. Con risultati magari discutibili ma di sicuro impressionanti.
Tra gli anni 60 e il 2000 la quota di Europa e Stati Uniti nel Pil mondiale si è mantenuta intorno al 65%, quella del Giappone al 10%. Ancora nel 1994 la fetta della Cina non arrivava al 3% ma tutto cambia nel 2001, con il suo ingresso nella Wto.
In dieci anni Pechino “scatta” di oltre 5 punti percentuali, Tokyo ne perde più di 4, l’Occidente più di 10 (9,12 gli Stati Uniti. 1,21 la Ue), cioè più di quanto aveva perso nei precedenti 40 anni messi insieme. La dislocazione della crescita economica a livello globale si riflette inevitabilmente sui flussi commerciali. Grazie a un aumento del 23,2% annuo degli scambi, la quota della Cina nel commercio mondiale nello stesso periodo supera quelle di Gran Bretagna, Giappone e Germania e sale di 5,4 punti percentuali. I Paesi industrializzati Ocse lasciano ben 12 punti sul terreno.
Partendo da questi cambiamenti radicali, lo studio di Bruegel proietta all’orizzonte 2020 un mondo ancora diverso dove l’Europa che, con il 33% del totale, resta tuttora il più grande blocco commerciale del mondo, scenderà al 25%, tallonata dalla Cina ma battuta dal pianeta degli emergenti (34%). La Cina da sola si lascerà alle spalle gli Stati Uniti.
Il grande smottamento globale della ricchezza e del commercio, che inevitabilmente imporrà un cambiamento anche negli equilibri della governance mondiale, se ne trascina dietro un altro, tutto europeo.

Ancora nel 2000 la quota prevalente del commercio tra i paesi dell’euro era intra-Ue. Nel caso di Germania e Italia già nel 2009 risultava sotto il 50% del totale. Se ancora l’anno scorso la Francia era il primo partner commerciale della Germania, nel 2020 lo sarà la Cina, che diventerà anche il secondo partner della Francia. Nel caso dell’Italia, Berlino e Parigi resteranno primi in classifica, con il resto dell’attenzione diretta più sui mercati emergenti che su quello cinese.
Ma che cosa succederà alla coesione interna dell’euro, la moneta creata per stabilizzare il flusso degli scambi intra-comunitari nel mercato unico, quando l’interscambio dei suoi Paesi membri avverrà sempre più fuori area e sempre meno dentro? Sotto certi aspetti diminuiranno i vantaggi offerti dalla moneta comune e al tempo stesso aumenterà la sua esposizione a possibili shock asimmetrici, questa volta di matrice commerciale.
Come governare allora questo cambiamento strutturale e come conciliarlo con la necessità di rafforzare integrazione e coesione politica ed economica dentro alla moneta unica, per lasciarsi alle spalle il quinquennio di crisi, quando si aggiungeranno nuove divergenze da ripianare nella gestione degli interessi nazionali in campo?

 

«Non c’è dubbio che la spinta all’integrazione rischia di affievolirsi» risponde O’ Neill. «L’Europa è stata costruita in modo statico. In un mondo che cambia rapidamente ci vogliono invece sistemi flessibili, altrimenti non si sopravvive». Opposto il parere di Guntram Wolff, direttore di Bruegel: «Proprio l’aumento della concorrenza della Cina indurrà la Germania a integrarsi di più nell’euro e nell’Europa, dove produrre per esportare a Pechino. Per questo un’Europa stabile è nel suo interesse. E poi negoziare sulla scena globale con una sola voce, europea, è meglio che farlo da Berlino o da Parigi».
Già, perché i nuovi equilibri di forza che si stanno creando, renderanno improcrastinabile la scelta di presentarsi nelle assise internazionali con un volto solo: quello dell’eurozona o dell’Unione. Addio dunque ai seggi nazionali, almeno così vorrebbe la logica. Addio di sicuro al nostro posto nel G-7 «perché già oggi l’economia italiana è un quarto di quella della Cina che nel 2020 potrebbe surclassarla di 6-7 volte». Stesso destino per Gran Bretagna e Canada. Davvero?

 

 

 

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