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I conti non tornano, Renzi straparla

E venne l’ora della “finanza creativa”. Renzi e la sua corte di valletti/e non sanno come uscire dalla morsa recessione-deflazione-disoccupazione-bilancio-consumi-ripresa, quindi ripiegano sulla tentazione tremontiana di fare un po’ di ammuina e truccare qualche carta.

La decisione di rinviare al 2017 il pareggio di bilancio non è in sé una stupidaggine, visto che tale rientro – ammette ora anche Pier Carlo Padoan, ninostro dell’economia che starà rimpiangendo la tranquillità che aveva come analista Ocse – aggraverebbe la recessione. Ma significa violare plateamente un vincolo europeo. Anche se la Germania non dovesse fare per questo la faccia feroce (ma non ci scommetteremmo), resta comunque il rischio tendenziale di una maggiore esposizione sui mercati finanziari, che coglieranno questa decisione come prova di debolezza del “sistema Italia”, esercitando perciò a loro modo la propria capacità di fare pressing. In parole povere: facendo salire lo spread.

Fin qui, comunque, siamo nel novero delle mosse necessarie, senza alternative.

La “creatività”, al limite della truffa, è riservata invece al piano interno. Renzi ha ripreso per la terza volta l’idea di far arrivare in busta paga il 50% del tfr. Obiettivo: rilanciare i consumi, come sperato con i famosi 80 euro di riduzione del cuneo fiscale. Siccome è un “bugiardo seriale” – definizione dell’ottimo Andrea Scanzi, nel confronto tv con Nardella – ha buttato lì la cifra di “100 euro al mese per chi ne guadagna 1.300”.

Come notato subito da molti esperti, questa è una bufala. E anche molto pericolosa.

Perché è una bufala? Per molte ragioni.

a) Il tfr è “salario differito”, ovvero risparmio accantonato per ritrovarsi – all’atto del pensionamento o del licenziamento – una cifra con cui affronatare qualsiasi problema (mangiare in attesa di trovare un nuovo lavoro, mandare i figli all’università, versare l’acconto per l’acquisto della casa, saldare i debiti, curarsi, ecc). Averne una parte in busta paga significa ritrivarsi con molto meno alla fine del rapporto di lavoro, secondo il principio “un uovo oggi invece che una gallina domani”. Non sarebbe insomma un “regalo del governo”, ma un maneggiare il nostro salario senza chiederci permesso.

b) il tfr accantonato mensilmente è il 6,9% della retribuzione; per chi guadagna 1.300 euro mensili, dunque, il totale è di circa 100 euro. Se ne vuole mettere la metà in busta paga, saranno circa 50 euro al mese. Il “bugiardo seriale” ha colpito ancora…

c) non tutti i lavoratori effettivi hanno contratti che prevedono l’accantonamento del tfr, quindi la misura non migliorerebbe il loro salario immediato; di sicuro non andrebbe a quanti sopravvivono con gli ammortizzatori sociali (aspi, mini-aspi, mobilità);

d) un eventuale aumento della retribuzione ottenuto in questo modo – anche di soli 50 euro – diminuirebbe il numero di quanti godono degli “80 auro” di sgravio Irpef, perché porterebbe il loro salario netto al di sopra della soglia massima; insomma, Renzi si riprenderebbe con una mano quello che dice di aver regalato con l’altra, per di più a spese nostre (lo sgravio Irpef, infatti, è una diminuzione delle tasse, ovvero delle entrate dello Stato; mentre il dimezzamento del tfr è una partita di giro sui soldi nostri, che si tradurrà comunque in un liquidazione roncata della metà);

e) il totale del tfr accantonato annualmente è pari a 25 miliardi; di questi, 5,2 vanno ai fondi pensione integrativi, 6 vengono versati dalle imprese all’Inps, circa 14 restano nelle casse delle imprese (che devono restituirceli, rivalutati, alla fine del rapporto di lavoro); togliere il 50% a queste destinazioni aprirebbe un buco nella previdenza integrativa, nei conti dell’Inps e soprattutto nella liquidità delle imprese, specie di quelle minori.

Un disastro sistemico.

Come se ne è uscito dunque il “bugiardo seriale”? Promettendo di consegnare alle imprese “i fondi della Bce”. Quali? Quelli dell’operazione Tltro (che concede prestiti alle banche private finalizzati ai prestiti all’economia reale)? Non sono soldi nelle disponibilità del governo. E in ogni caso la destinazione verrebbe decisa dalle singole banche. Una cazzata propagandistica, buona per i maggiordomi con microfono che intervistano il premier in tv, ma davanti a cui ridono – o più speso si incazzano – gli operatori economici “normali”.

Si capisce dunque perché il povero Padoan sia stato costretto ad andare davanti ai colleghi dell’Unione Europea a chiedere quello che nessuno di loro è disposto a concedere: una “revisione del Fiscal Compact”, addirittura.
Per capirci: si tratta di quel trattato che, entrando in vigore il prossimo anno (e quindi bisogna tenerne conto in sede di “lege distabilità” da presentare alla Commissione Ue nei prossimi giorni), ci obbliga a ridurre il debito pubblico totale (oltre 2.100 miliardi) del 5% ogni anno. In soldoni: oltre 50 miliardi l’anno, da trovare mediante tagli alla spesa o nuove tasse. Senza nemmeno contare il rapporto deficit/Pil, che il governo stesso prevede di far salire, nel 2015, dal 2,2% al 2,). Un pelo sotto il limite di Maastricht, con ovvi rischi si sforare se il Pil – come certifica anche l’Istat – dovesse continuare a calare.

Finanza creativa, giochi di carte, poste spostate da un capitolo all’altro, coperta corta e nessuna idea vera. Siamo tornati nel vortice di Giulio Tremonti? Se è così ci sveglieranno presto, prendendo anche il “bugiardo seriale” per la collottola e spedendo a palazzo Chigi qualcuno di più serio e grigio. Che non si preoccupi di fare audience, ma di “rispettare i trattati”.

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