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Riforme lacrime e sangue: storia recente del saccheggio sulle pensioni

Il recente studio a cura del Fondo Monetario Internazionale “Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform” (“Italia: verso una riforma fiscale amica della crescita”) pubblicato a marzo di quest’anno, oltre a tracciare la rotta ortodossa delle più congrue politiche fiscali e del lavoro per il nostro Paese, fissa anche le priorità di nuovi interventi in tema previdenziale. Evidentemente le riforme più recenti, che hanno già stravolto in senso restrittivo le pensioni dei lavoratori italiani, non sono state sufficienti a saziare gli appetiti dei sostenitori della presunta insostenibilità del sistema previdenziale italiano.

Dopo venti anni di stravolgimento del sistema previdenziale, cerchiamo di capire in modo più approfondito qual è il quadro attuale delle pensioni in Italia così come plasmato dalle ultime riforme del biennio 2010-2012, la duplice Riforma Sacconi 2010-11 e la Monti-Fornero del 2011. Tali riforme meritano particolare attenzione: in primo luogo poiché sono state le ultime vaste riforme che hanno fortemente modificato in direzione restrittiva il sistema pensionistico; in secondo luogo perché i contenuti stabiliti esprimono in modo palese la furia controriformistica dettata dal dogma dell’austerità finanziaria che, seppur già pienamente vigente dagli anni ’90, ha visto una forte accelerazione negli anni della crisi economica e in particolare in concomitanza con la crisi dei debiti sovrani dei Paesi periferici dell’eurozona (2009-2011).

I provvedimenti restrittivi hanno colpito due aspetti: l’età pensionabile e l’entità della pensione media attesa.

L’età pensionabile

Per quanto riguarda l’età di accesso alla pensione la situazione vigente ad oggi, bisogna in primo luogo distinguere tra pensione di vecchiaia e pensione di anzianità.

La pensione di vecchiaia, ovvero associata ad un’età raggiunta la quale è possibile teoricamente andare in pensione indipendentemente dagli anni di contribuzione maturati, è stata fissata attraverso diversi passaggi a 67 anni entro il 2018 per tutte le categorie di lavoratori. Peraltro il diritto alla pensione è comunque subordinato ad un periodo di contribuzione di almeno 20 anni, oppure di almeno 5 anni una volta raggiunti i 70 anni. Dopo alcuni tentennamenti sull’applicazione dell’ultimo scatto in avanti è stato annunciato proprio lo scorso autunno dal governo Gentiloni che dal 2019 si arriverà definitivamente al raggiungimento dei fatidici 67 anni per la maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia.

Tornando alle tappe che hanno modificato questa tipologia di prestazione previdenziale, in primis la riforma Sacconi, che ha introdotto il meccanismo di adeguamento dell’età pensionabile all’evoluzione della vita media (solo se al rialzo peraltro e non in caso di ribasso), e in seconda battuta la riforma Fornero, con un aumento secco di un anno e poi con l’accelerazione degli effetti dell’adeguamento già previsti dalla legge precedente, hanno contribuito a stabilire uno dei regimi di pensionamento di vecchiaia più pesanti e restrittivi tra quelli dei Paesi europei. Qualche esempio: in Francia la pensione per anzianità può ancora essere ottenuta ad un’età flessibile compresa tra 57 e 62 mentre a 62 anni si può ottenere quella di vecchiaia; in Germania l’età di vecchiaia passerà da 65 a 67 entro il 2027, ma esiste ancora la possibilità di accedere ad una pensione di anzianità molto più generosa tramite combinazione di età anagrafica e anzianità di lavoro (ad esempio 35 anni di contribuzione uniti ad almeno 63 anni di età anagrafica).

Un impatto quantitativo devastante e subitaneo peraltro era stato ottenuto, sul fronte delle pensioni di vecchiaia per le donne del pubblico impiego, con la Legge Sacconi nel 2010 che spostava di cinque anni, da un anno ad un altro, l’età minima per l’accesso alla pensione puramente anagrafica (da 60 a 65 anni). Provvedimento giustificato, allora, dalla sentenza della Corte europea sull’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne. Sentenza, però, alla quale si sarebbe potuto ottemperare abbassando l’età maschile e alzando di poco o persino lasciando invariata quella femminile nell’intervallo tra 60 e 65 anni.

La pensione di anzianità, ribattezzata poi ‘anticipata’ dalla Legge Fornero, legata al numero di anni di contribuzione e non all’età anagrafica, è stata letteralmente stravolta tramite l’abolizione del precedente sistema delle quote. La legge Fornero ha accelerato brutalmente un meccanismo messo in moto con la Riforma Sacconi, tramite il già menzionato adeguamento automatico dell’età pensionabile all’evoluzione della vita media attesa. Con l’abolizione del sistema delle quote la Legge Fornero ha infatti innalzato in modo enorme già nel brevissimo termine l’età pensionabile precedentemente raggiungibile con la sommatoria dell’età anagrafica e di un numero di anni contributivi. Lo stacco per l’anno 2012 è stato repentino. Sarebbe infatti stato possibile, fino a quel momento, andare in pensione con quota 96 ed età minima di 60 anni (quindi ad esempio 60 anni e 36 anni di contributi + 1 anno determinato dal differimento dovuto alla finestra prevista dalla Legge Sacconi). L’abolizione della quota e la previsione della pensione di anzianità a 41 anni o di vecchiaia a 66 determinava per alcune coorti di lavoratori aumenti improvvisi micidiali, sino a 4-5 anni, devastanti per le vite concrete di chi aveva pianificato fino a poco tempo prima il proprio passaggio alla pensione. Da quel salto derivò anche il terribile problema degli esodati, ovvero di coloro che avevano già sottoscritto accordi di ristrutturazione aziendale accettando di lasciare il lavoro in attesa dell’arrivo imminente dell’età pensionabile. Questo gruppo di lavoratori, circa 350.000 persone, si trovavano così senza lavoro e senza pensione. Solo negli anni successivi sono stati trovati graduali rimedi ad hoc per i vari gruppi di esodati con clausole di salvaguardia che, consentendo di andare in pensione con le regole pre-Fornero, hanno coperto una platea consistente, ma non ancora definitiva, di quei soggetti senza lavoro e senza pensione colpiti dalla riforma.

Ad ogni modo, decorrendo il sistema di adeguamento automatico alla vita media, a partire dal 2019 il requisito per usufruire della pensione anticipata sarà di 43 anni di attività e 3 mesi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne. Lontanissimi dai 40 anni di attività previsti soli pochi anni fa e ancora più lontani dalla gradualità resa possibile dal sistema delle quote sino al 2010.

Nel 2016, agli albori del Governo Gentiloni, l’introduzione dell’APE, ovvero l’anticipo pensionistico che consente ai lavoratori di andare in pensione a partire dai 63 anni ricevendo o un prestito bancario (APE volontario) oppure un sussidio pubblico (APE sociale), non ha modificato sostanzialmente il quadro della pensione anticipata. L’APE sociale è stata infatti riconosciuta ad una platea estremamente ristretta di lavoratori, con requisiti molto rigidi; l’APE volontaria è, invece, un prestito bancario ai pre-pensionati e implica di fatto una privatizzazione (fino a maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia) dei diritti previdenziali, affidati a banche e assicurazioni tramite un ricatto molto chiaro: se vuoi andare in pensione poco prima del tempo previsto devi chiedere un prestito alle banche.

L’importo della pensione

L’altro pilastro toccato è stato l’importo della pensione media attesa, colpito in vari modi dalla riforma Fornero.

Anzitutto, con l’estensione del metodo contributivo anche a quei lavoratori che la Riforma Dini del 1995 aveva inizialmente escluso ovvero coloro che al 1 gennaio 1996 avevano già versato almeno 18 anni di contributi. Ciò nel concreto ha colpito quei lavoratori giunti a 33 anni di contribuzione a decorrere dal 1 gennaio 2012 per gli anni a venire prima della pensione.

In secondo luogo, con la previsione di blocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita (inflazione) per il 2012-2013 per tutte le pensioni di importo superiore a tre volte il minimo (già previsto dalla legge Sacconi per gli importi però superiori a cinque volte il minimo). Si tratta di categorie di pensionati di certo non definibili come ricchi, né benestanti tenendo conto che “tre volte il trattamento minimo” significa una pensione di circa 1500 euro lordi mensili. Come noto le pensioni, contrariamente ai salari, non sono oggetto di contrattazione sindacale ma sono soggette a meccanismi legislativi diretti. Bloccare quindi l’indicizzazione all’inflazione per pensioni di quel calibro è un atto gravissimo di accanimento contro il potere di acquisto dei pensionati impossibilitati a far valere le loro ragioni tramite una contrattazione ad hoc capace di recuperare il terreno perduto.

Infine, con la revisione dei coefficienti di trasformazione a cadenza prima triennale e poi biennale. I coefficienti di trasformazione sono quei numeri che determinano l’importo della pensione mensile distribuendo il montante contributivo accumulato nel corso della carriera dal lavoratore sul numero di anni di vita attesa, calcolati ovviamente in media. Un aumento di vita media attesa determina così una riduzione dei coefficienti, ovvero una diminuzione della pensione mensile. La loro revisione più frequente, in condizioni di aumento della vita media attesa, rende le riduzioni più graduali, ma allo stesso tempo determina naturalmente un aggravio anticipato nel tempo e quindi in sommatoria maggiore.

Accanimento contro i pensionati e i lavoratori

Si può affermare in conclusione che, per vie diverse, le ultime riforme pensionistiche hanno imposto un restringimento durissimo dei diritti pensionistici a partire da un regime già pesantemente restrittivo plasmato dalla Riforma Dini del 1995, che introdusse il metodo contributivo stravolgendo il sistema precedente. È anche impressionante notare come l’applicazione più recente della ricetta dell’austerità alle pensioni sia stata scatenata non solo sui diritti di lungo termine, tramite restrizioni ad effetto graduale nel tempo, ma anche sui diritti di immediata acquisizione, tramite provvedimenti improvvisi e drastici a danno degli stessi pensionati attuali o dei lavoratori vicini al pensionamento.

In merito al continuo aumento dell’età pensionabile, oltre all’impatto brutale e catastrofico sulle vite dei soggetti in transito tra lavoro e pensione, occorre una riflessione specifica sulla previsione, introdotta dalla riforma Sacconi, di vincolare i mutamenti dell’età pensionabile in modo automatico all’andamento della speranza di vita.

In un sistema contributivo, diversamente da quello retributivo, in cui la pensione è pagata sulla base dei livelli di salario ricevuti nella vita attiva, il computo dell’assegno pensionistico è di per sé subordinato alla vita media attesa al momento della pensione. In sostanza, più si anticipa il momento della pensione e più si riduce la pensione mensile attesa, poiché il monte contributivo versato viene spalmato su un numero maggiori di anni calcolati sulla vita media attesa futura. Questo meccanismo viene aggiornato tramite i già menzionati coefficienti di trasformazione modificati al principio ogni 10 anni e poi, dal 2010, ogni 3 e dal 2019 ogni 2. Questa logica è già di per sé molto critica perché sancisce automaticamente che una vita più lunga debba tradursi in un minore godimento del riposo in termini qualitativi o, alternativamente, quantitativi. Motivo per cui un sistema retributivo ha un grado di universalità e di equità sociale assai più forte.

Tuttavia, pur accettando ipoteticamente la logica insita nel sistema contributivo, è evidente che l’ulteriore penalizzazione dell’aumento dell’età pensionabile, sommata alla riduzione dell’assegno pensionistico a parità di età, appare punitiva e del tutto gratuita. Superflua dal punto di vista dell’equilibrio attuariale del sistema (rapporto tra versamenti contributivi e prestazione ricevuta), che è di per sé garantito dalla stessa logica contributiva, e gravemente punitiva nei confronti dei lavoratori futuri pensionati, la cui pensione viene continuamente posticipata e diminuita.

Si può obiettare che in un sistema a ripartizione in cui non esistono conti individuali accumulati, ma si ripartiscono direttamente risorse dalla generazione lavoratrice a quella in pensione al tempo corrente, l’equilibrio finanziario rilevante è quello tra entrate contributive della generazione attiva e le uscite per il pagamento delle pensioni della generazione a riposo. Vero! Ma valgono tre obiezioni cruciali: in primo luogo non è affatto detto che un sistema pensionistico, anche per lungo tempo, non possa trovarsi in una situazione di squilibrio tra entrate contributive e uscite ed essere in parte coperto dalla fiscalità generale; in secondo luogo, il sistema italiano non soffre attualmente di alcun passivo di bilancio nella sua componente previdenziale;  in terzo luogo, ipotizzando che non si voglia ricorre alla fiscalità generale e che in futuro, ceteris paribus, possa esservi il rischio di passivi di bilancio (ad oggi inesistenti), vi sarebbero comunque amplissimi margini di azione sull’aumento delle entrate contributive in alternativa alla riduzione della spesa pensionistica corrente e futura, tramite politiche di immediata ragionevolezza: riduzione della disoccupazione e della precarietà delle carriere e lotta contro il lavoro nero e l’evasione contributiva.

 I veri motivi della guerra alle pensioni pubbliche

Sembra quindi che i continui aumenti dell’età pensionabile causati dal ciclo di riforme 2004-2011 e resi addirittura cogenti e automatici dopo il 2010, unitamente alla riduzione della pensione media attesa, siano stati solo orientati a ridurre drasticamente i tempi e l’entità del godimento della pensione pubblica e a costituire cospicui avanzi di bilancio dell’ente previdenziale in ossequio ai diktat dell’austerità e a tutto vantaggio della progressiva sostituzione della spesa pubblica con un inevitabile aumento futuro della spesa privata destinata ai fondi pensione gestiti da banche, assicurazioni e società di investimento.

Secondo il Rapporto sulle tendenze di medio e lungo periodo del sistema pensionistico e sanitario a cura del MEF, l’insieme di Riforme varate dal 2004 (Riforma Maroni, Damiano, Sacconi 1 e 2 e Fornero) garantirebbe risparmi cumulati di circa 1000 miliardi ai prezzi attuali. Circa un terzo sarebbero garantiti dalla sola Riforma Fornero del 2011.

Queste cifre roboanti, insieme ai dati falsi sui presunti e inesistenti passivi di bilancio dell’INPS, vengono agitati nel dibattito pensionistico per dimostrare l’inevitabilità delle ultime riforme varate e per sigillare ogni tentativo di affermare la necessità di invertire la rotta restrittiva.

Il dibattito in occasione delle ultime elezioni è stato emblematico in questo senso. Ai timidissimi e invero parziali tentativi di Lega, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Liberi e Uguali di proporre modifiche e/o abolizioni della Fornero, i guardiani dell’austerità hanno risposto che si tratta di un’utopia irresponsabile perché non ci sono le coperture (agitando il consueto mantra del debito insostenibile e delle risorse fiscali irreperibili). Voce emblematica che si è distinta per una difesa a oltranza della legge Fornero è il think tank liberista lavoce.it tra i cui protagonisti vi è non a caso lo stesso economista presidente dell’INPS Tito Boeri. Al riguardo, suggeriamo la lettura di tre riflessioni significative sul tema pubblicate poco prima dell’appuntamento elettorale (1, 2, 3).

…e non è finita

L’aspetto più preoccupante, peraltro, è che i più accesi sostenitori dell’austerità a oltranza sono già pronti per prossimi ulteriori attacchi. Non paghi dei risultati finanziari “straordinari” ottenuti con le riforme Sacconi e Fornero, i falchi dei tagli alla spesa sociale iniziano già a disegnare, in alcuni ambienti economici, i prossimi passi. Il recente documento del Fondo Monetario Internazionale citato a inizio articolo ci spiega le nuove direttrici inquietanti che l’Italia dovrebbe seguire.

Insomma la partita è aperta, gli appetiti della speculazione finanziaria sulle pensioni italiane non sono affatto sedati e sull’ennesimo saccheggio pensionistico si giocherà una delle sfide maggiori dei prossimi anni. Entreremo prossimamente nel merito di questo fosco programma, punto per punto.

Per il momento preme ribadire che per fermare l’accanimento cieco contro i pensionati di oggi e i lavoratori di oggi, futuri pensionati di domani, oltre alla sacrosanta abolizione della Legge Fornero, urge un’inversione a “U” ancor più profonda. È necessario rimettere radicalmente al centro della politica economica il tema della piena e buona occupazione, della fine della precarietà, della redistribuzione del reddito progressiva tra ricchi e poveri e tra capitale e lavoro, ridisegnando allo stesso tempo un sistema pensionistico socialmente sostenibile che offra una flessibilità di scelta ampia sul momento di cessazione dell’attività lavorativa ed una pensione che rifletta i redditi conseguiti nella vita lavorativa consentendo di mantenere durante il meritato  riposo una vita decorosa in condizioni di certezza.

 

* Coniare Rivolta è un collettivo di economisti – https://coniarerivolta.wordpress.com/

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