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Il Fondo Monetario Europeo: stampella del Fiscal Compact e dell’euro di “made in Germany”

Non avremmo potuto descriverlo meglio. Eppure la lucida disamina di uno dei meccanismi su cui si va “rafforzando” il comando nell’Unione Europea nella visione franco-tedesca, non l’abbiamo trovata su un blog o un giornale “di sinistra”, ma su un giornale borghese: Milano Finanza. E’ il segno che anche un pezzo di borghesia visualizza e prende coscienza che così come si è andato costruendosi l’apparato di dominio dell’Unione Europea stia producendo danni a tutto campo. In basso sicuramente, tra i lavoratori, i disoccupati, gli utenti del welfare e settori crescenti di classi medie polarizzati e trascinati giù. Ma anche in alto, in quel mondo delle imprese piccole e medie che è stato centrifugato dalla busca concentrazione economica nei paesi del nucleo centrale europeo e dalla gabbia dei cambi fissi imposta dall’Eurozona. I precedenti e i riferimenti storici ci sono e sono numerosi, soprattutto perchè segnalano i danni provocati da scelte strategiche come quelle che oggi vengono imposte ai paesi membri dell’Unione Europea e dell’Eurozona.

Ma la proposta di ristrutturazione dell’eurozona proposta dall’asse franco-tedesco, che prefigura la creazione di un budget comune ha per ora sollevato l’opposizione di una serie di stati membri, che hanno inviato una lettera critica al presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno. La firma è quello del ministro delle finanze olandese, con l’appoggio di Belgio, Lussemburgo, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Irlanda e Malta

L’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza fattoci pervenire da un nostro lettore, è utile per molti motivi e invitiamo a leggerlo con attenzione.

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Fondo Monetario Europeo, involuzione della specie. L’Unione europea sta proseguendo nella strategia di raddoppiare le istituzioni multilaterali nate dopo la seconda guerra mondiale, secondo regole del tutto ellittiche. La Direzione Concorrenza si è arrogata da anni poteri di gran lunga superiori a quelli previsti nell’ambito del Wto, sulla base del divieto generalizzato di aiuti di Stato alle imprese. Si andrebbe anche verso la creazione di un Esercito europeo, sovrapposto alla Nato sia dal punto di vista politico che organizzativo, prendendo la scorciatoia della difesa delle frontiere esterne: obiettivo paradossale, perché gli unici a violarle sono i migranti che nessuno osa respingere per ragioni umanitarie.

Si propone anche di trasformare l’Esm (European Stability Mechanism) in Fme (Fondo monetario europeo): diverrebbe una istituzione autonoma ed indipendente di controllo, verifica e sostegno finanziario nei confronti degli Stati europei in difficoltà. Andrà a soppiantare la Troika, composta dai rappresentanti della Commissione europea, dal Fmi e dalla Bce, cui in questi anni è spettato procedere alla erogazione dei fondi messi a disposizione dell’ESM. Sarebbe una pessima imitazione del Fmi.

Quest’ultimo, infatti, nacque per affermare due principi fondamentali nelle relazioni internazionali, che avrebbero garantito tutti i Paesi aderenti: la necessità di bilance dei pagamenti correnti stabili, ed il divieto di svalutazioni competitive. Nel caso di crisi macroeconomica o finanziaria, la svalutazione del cambio è sempre stata una delle misure concesse dal Fmi a favore del Paese in difficoltà, ancorché accompagnata da aggiustamenti fiscali ed azioni volte a migliorare la competitività internazionale. Nell’ambito dell’eurozona, poiché una svalutazione monetaria è impossibile per definizione, gli aggiustamenti devono riguardare prezzi e salari da una parte, occupazione e capacità produttiva dall’altra: ma, così facendo, si finisce per ampliare il divario tra le diverse aree, a discapito di quelle più deboli.

Si ritorna alla contrapposizione che si presentò a livello globale dopo la prima Guerra mondiale: di fronte all’eccesso di capacità produttiva procurato dalle spese belliche finanziate in disavanzo, ed ai giganteschi debiti pubblici accumulati, in Italia si chiedeva un riequilibrio generale basato sulle esigenze dell’economia reale dei diversi paesi, partendo dai lavoratori e dalle capacità produttive in ciascuno disponibili. In Europa, il costo del ritorno al gold standard fu generalizzato, ma risultò ancor più pesante per i Paesi usciti sconfitti dal conflitto e per quelli più economicamente più deboli, come il nostro. Gli Stati Uniti, che si erano immensamente arricchiti con l’export verso l’Europa durante gli anni del conflitto, in nulla si sacrificarono: anzi, pur di continuare ad esportare, mantennero il dollaro sottovalutato rispetto all’oro che era affluito, e per difendersi dal calo dei prezzi agricoli internazionali avviarono una strategia di protezione commerciale basata sui dazi.

Poco o nulla è cambiato da allora. Chi ha il potere in mano, allora gli Usa a livello globale, ora la Germania all’interno dell’Eurozona, impone agli altri le correzioni politiche di deflazione interna di prezzi e salari, accompagnate da una forte correzione fiscale.

Il punto centrale, ed inaccettabile, è che con il Fme si darebbe vita ad un organismo che avrebbe tutti i poteri per imporre severe misure di condizionalità per la erogazione degli aiuti agli Stati in difficoltà, sulla falsariga del Fmi, senza aver riconsiderato a livello dell’Unione la necessità di porre rimedio agli squilibri originari, sempre più ampi, che hanno determinato le crisi recenti. Ancora una volta, si mettono sotto controllo solo i disavanzi ed i debiti pubblici, mentre non si considerano agli squilibri strutturali internazionali, macroeconomici e finanziari. Giappone, Cina e Germania esportano da anni deflazione e disoccupazione accumulando enormi attivi commerciali, che poi impiegano in modo sempre più rischioso. La crisi finanziaria europea è stata determinata dalla mole di titoli tossici americani detenuti dalle banche del nord Europa, dai prestiti insostenibili erogati alle banche irlandesi e spagnole con cui è stata alimentata una gigantesca bolla immobiliare, dalla mancata correzione del disavanzo delle partite correnti della Grecia, passive da tempo immemorabile come il suo bilancio pubblico.

Il Fme sarebbe solo una stampella del Fiscal Compact: servirebbe per imporre, in cambio di aiuti, le misure correttive agli Stati che si trovino in difficoltà nei confronti dei mercati finanziari per via di tassi di interesse sul debito che divengano insostenibili. Probabilmente, anche dopo la istituzione del Fme andrebbe mantenuto l’OMT, il programma della Bce che consente acquisti senza limite prefissato di titoli di Stato, seppure a condizione che sia stato preliminarmente richiesto l’intervento dell’Unione per la introduzione di misure correttive: le risorse del Fme, così come quelle del Fmi, sono del tutto inadeguate per intervenire a sostegno di Paesi di media grandezza. Né il Fmi, né tantomeno il Fme, avrebbero mai le risorse per sostenere un Paese in difficoltà del peso dell’Italia.

C’è un ulteriore paradosso di questa impostazione, che si riverbera sulla politica monetaria: la Bce, con il solo annuncio del Qe, ha fortemente influenzato il cambio dell’euro nei confronti del dollaro e delle altre principali valute, che si è svalutato favorendo ulteriormente una economia export-led come quella tedesca. Senza preordinare strumenti volti a far cessare questi squilibri nel commercio internazionale, che espongono l’intera Europa alle reazioni dell’Amministrazione Trump che impone dazi sulle importazioni, la istituzione del Fme suona ancora più beffarda.

A ruoli invertiti, ad un secolo esatto dal Trattato di Versailles, Inghilterra e Germania giocano la medesima partita a difesa della moneta come strumento di dominio e del loro ruolo di potenza economica e finanziaria.  L’Unione europea ed il progettato Fme sostenuto dalla Germania, assomigliano tristemente alla Società delle Nazioni ed al suo Comitato finanziario, allora egemonizzato dall’Inghilterra: si voleva assicurare la pace tra i popoli, ma intanto si imponevano la sterlina come moneta di riserva, la stabilizzazione dei cambi e le finanze pubbliche in pareggio.

Non avendo affrontato il tema della equa distribuzione dello sviluppo sul piano globale, e nonostante gli immensi sacrifici sociali che vennero imposti all’Europa, fu tutto vano.

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