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I cigni neri fanno cambiare idea pure a Weidmann

Allora. Sappiamo tutti che il presidente della Bundesbank – l’equivalente tedesco della anca d’Italia – è il più feroce critico di qualsiasi politica monetaria “espansiva”, tipo quella praticata da Mario Draghi nel corso della sua presidenza, e soprattutto un teorico dello “zero debito” (naturalmente pubblico) come obbiettivo per un’economia solida.

E’ il famoso “pareggio di bilancio” che un Parlamento di imbecilli, senza competenze economiche e sotto il ricatto della Commissione Europea, ha addirittura introdotto nell’art. 81 della Costituzione. Pareggio di bilancio significa zero debito/Pil nel lungo periodo, ossia liberare una notevole quantità di risorse finanziarie che abbandonano l’investimento in titoli di Stato a basso rischio e quini necessariamente dovranno essere investite in titoli privati.

Teoria brillante, “virtuosa”, con cui ci sfracellano i cervello da oltre venti anni dalle colonne di qualsisi media mainstream. Ma che ha un piccolo difetto genetico: non funziona. O meglio, funziona – piuttosto male – solo in un sistema chiuso pesantemente asimmetrico. In cui qualcuno riesce a raggiungere lo zero debito, e magari anche dei lunghi periodo di surplus debito/Pil, ma condannando qualcun altro a stare costantemente in deficit.

Insomma, la situazione che da molti anni vive l’Eurozona, in cui lo schwarz null è stato raggiunto soltanto dalla Germania, affiancata a volte dall’Olanda, dalla Finlandia e quasi nessun altro. Mentre tutti gli altri Paesi, a cominciare ovviamente da Italia, Grecia, Spagna (ma anche Francia…) non riescono mai ad avvicinare questo obbiettivo e finiscono – ogni anno – nel disegnare leggi di stabilità che prevedono nuovo deficit battagliando disperatamente con la Commissione Europea, prodiga di bacchettate ed istruzioni su come e cosa tagliare, nella spesa pubblica.

La Germania, da questa situazione ci ha guadagnato molto. Persino la politica monetaria della Bce, tanto criticata in pubblico, ha comportato vantaggi straordinari per Berlino. Tipo 55 miliardi l’anno in meno di spesa per gli interessi sul debito pubblico, che anzi da qualche tempo è addirittura in positivo (chi compra Bund tedeschi ci rimette qualcosa, invece di guadagnarci; ma lo fa convinto che almeno non rischia di perdere di più puntando su altro).

Ma il paradiso prepara l’inferno. Zero debito può essere nonostante tutto una buona cosa quando l’economia “tira” da sola (quasi mai…), ma è una follia quando va in crisi o ristagna, magari per oltre un decennio (è la realtà di questo inizio millennio).

Se n’è accorto ora – soltanto ora! – persino il terribile Jens Weidmann, beccato dal Financial Times (testata insospettabile di nutrire ansie “socialiste”) a ipotizzare un ruolo positivo per la spesa in deficit, mettendo così fine al “feticcio dello zero nero”. Parole sue…

Di più. “Non c’è nulla da dire contro l’uso della libertà di bilancio a breve termine per rafforzare le condizioni di base per la crescita attraverso gli investimenti o per alleviare l’onere per i cittadini“, ha affermato il capo della Bundesbank, evidentemente dimentico di esser stato sempre lui a trovarci qualcosa di sbagliato.

Naturalmente non si passa in una notte da austero censore a spenditore senza freni e quindi Weidmann indica anche gli obbiettivi per cui varrebbe la pena di allargare (finalmente) un po’ i cordoni della borsa. “Si tratta di buone reti di trasporto, ma anche di un’infrastruttura digitale efficiente e di un approvvigionamento energetico rispettoso del clima“, ha affermato. “Qui sono necessari investimenti sia pubblici che privati. Vi è certamente anche la necessità di una spesa maggiore per l’istruzione”.

Non è detto esplicitamente, ma nella sua testa questa “libertà di spendere” dovrebbe esser limitata a quei paesi che avevano raggiunto da qualche tempo il debito zero, mentre gli altri dovrebbero continuare a svenarsi – e salassare i propri cittadini – per arrivare a quel punto.

Non lo dice apertamente perché diventerebbe troppo chiaro che equivarrebbe ad affermare che la Germania può modernizzare le proprie infrastrutture e il sistema dell’istruzione mentre gli altri no. E sarebbe la conseguenza logica diretta di investimenti infrastrutturali in un solo paese (non esistendo al momento, a causa soprattutto della contrarietà tedesca, una politica europea degli investimenti con fondi comunitari e rischi condivisi).

A medio termine, una eventuale maggior spesa tedesca potrebbe avere un qualche effetto positivo anche sulle economie continentali soffocate da crisi e austerità, ma sempre nella logica asimmetrica incardinata nei trattati uropei. E dunque aumentando la distanza tra i paesi, invece che riducendola.

Ma la vera domanda che fin qui nessuno ha fatto a Weidmann è: ma quanto è grave la crisi dell’industria tedesca per costringere Cerbero a rinunciare al pilastro della sua politica?

Rispondiamo intanto noi, citando i dati ufficiali resi noti qualche giorno fa. La produzione industriale tedesca è crollata, a dicembre, del 5,3% su base annua; un valore che non si vedeva dal 2009, cioè dalla grande crisi finanziaria seguita al crack globale di Lehman Brothers (e tante altre società).

Lo stesso sito Scenarieconomici.it – altra testata piuttosto lontana dal socialismo utopista – cerca di dare una spiegazione logica qdi questo drammatico arretramento: “Si tratta di una situazione molto preoccupante che sembra preparare la strada ad un ultimo trimestre 2019 negativo dal punto di vista del PIL. Il fatto che calino in modo così forte la produzione dei beni capitali al netto dell’auto  è significativa di una contrazione che non colpisce più solo il settore dei mezzi di trasporto, ma che si sta allargando ad altri settori di carattere industriale. La causa può essere sia la crisi internazionale, con il problema della guerra commerciale fra USA e Cina ed i dazi internazionali, a cui si sommano le forti tensioni politiche e commerciali con la Turchia, altro paesi con forti legami con Berlino”.

Ma anche lì il dubbio cresce col passare del tempo: “Però non scartiamo a priori anche il caso in cui ci sia una crisi di sistema industriale, che la Germania abbia puntato troppo su settori maturi, come il chimico tradizionale ed il meccanico. Oppure la crisi di un sistema economico che si è basato solo sull’export e sulla depressione dei consumi?”

La seconda che hai detto (in aggiunta alla prima,ovviamente), come nel karma di Quelo… Una crisi di cui Weidmann conosce molti più dettagli di quanto noi potremmo mai avere a disposizione. E che gli fa fare una giravolta di 180 gradi sulle sue convinzioni più profonde, ma con molta lentezza.

Allacciate le cinture. Il 2020 sarà un anno turbolento. E c’è persino chi scommette (soldi veri, non opinioni) – il fondo di investimento Bridgewater, tra i grandi avvoltoi della finanza internazionale – che già a marzo avremo una crisi globale. Magari sarà dopo, magari un po’ prima, magari un po’ meno drammatica di così…

Ma i cigni neri si vanno alzando in volo…

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1 Commento


  • Frank Grill

    Finalmente e onestamente vyicono la verità che purtroppo farà affossare tutti compresa la GerMagna.

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