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Le borse crollano, l’Europa barcolla

I meno scemi si erano chiesti come mai, di fronte al tracollo dell’economia reale fermata dal Covid – Pil sotto zero, utili distrutti, imprese che chiudono o rivedono drasticamente le previsioni, ecc – le borse potessero continuare a stabilire record positivi, come se la questione non le riguardasse.

In fondo, dicono i manuali del neoliberismo, i valori azionari rappresentano le attese sui profitti delle aziende. Addirittura con codificazioni “ottimali” (il price/earnings, ovvero il rapporto tra prezzo dell’azione e ricavi futuri è considerato “normale” se oscilla intorno a 16/1).

Ieri la tregua è finita e tutte le borse mondiali hanno subito mazzate da paura. A Wal Street il Dow Jones ha perso il 6,9%, il Nasdaq -5,27. Quelle europee erano cadute grosso modo nelle stesse dimensioni: Madrid – 5,04%, Parigi -4,71, Milano -4,81, Francoforte -4,47, Londra -3,99. Quelle asiatiche, molto più differenziate tra loro, si erano mosse nello stesso solco.

Stamattina tutti più calmi, ma la tendenza è comunque al ribasso, anche se moderato. Nessun “rimbalzo”, insomma. Solo intorno a mezzogiorno ci sono stati timidi recuperi che hanno portato “in terreno positivo”.

Gli analisti da branco spiegavano la “resilienza” delle piazze finanziarie con le grandi iniezioni di liquidità messe in atto dalla banche centrali (Fed e Bce su tutti). E in effetti – come spiegavamo anche ieri – il soccorso monetario ai mercati finanziari era stata l’unica reale misura presa in tempo reale per il impedire che si scatenasse il panico e quindi il sell off generalizzato.

Ma questa è solo una parte del problema. E chi non vede altro (gli “analisti da branco”, quelli che si copiano tra loro senza neanche pensare) prova a spiegare il crollo di ieri con le “brutte previsioni” pubblicata da questa o quella istituzione (la Fed, per esempio). Che non sono poi molto diverse da quelle di un mese fa…

La questione che sfugge, o che spaventa, è invece un’altra: tutti gli “investitori istituzionali “ (fondi di investimento, assicurazioni, sgr, ecc) sono obbligati a cercare di non vendere quel che hanno comprato tempo addietro, sperando che le “iniezioni di liquidità” continuino ancora a lungo. Se provassero a vendere, faticherebbero a trovare compratori – ai prezzi attuali – e dunque si aprirebbe la danza macabra dei prezzi che crollano.

Non appena qualcuno prova a rompere lo stallo e vendere qualcosa, come avvenuto ieri, si rompe l’apparente calma piatta e soffiano impetuosi i venti di tempesta.

E tutti cominciano a guardare allo stato di salute, certo non buono, di alcuni “campioni del mercato”. Temendo che crollino.

Per stare al solo territorio europeo, c’è un terribile zombie che si aggira: Deutsche Bank. Diciassettesima banca al mondo, prima in Germania, con esposizione in prodotti derivati invendibili (42.000 miliardi di euro) pari a diverse volte il Pil tedesco (3.400 miliardi). Tutti sanno che non può sopravvivere, tutti sperano che continui a vivere. Grazie a iniezioni di liquidità continue che le provengono o direttamente dallo Stato tedesco, o indirettamente dalla Bce, o ancor più indirettamente dalle politiche europee.

Per esempio, nel 2011 DB era spaventosamente esposta sui titoli di stato della Grecia, che non poteva ripagarli. La Bce ha continuato a sovvenzionare la Grecia fino al 2015 (quando poi impose il “memorandum”), consentendo a DB di ridurre i danni (la Grecia ha dovuto “privatizzare” praticamente ogni asset pubblico, dagli aeroporti ai porti, all’energia).

Perché bisogna preoccuparsi della salute di DB? In fondo potremmo anche dire “hai voluto fare la banca speculativa? Crepa!”. Il problema è che DB è il maggior possessore al mondo di titoli di stato italiani, spagnoli, portoghesi, ecc.

Per ripianare anche parzialmente qualche perdita (di dimensioni colossali, come visto), potrebbe farsi venire l’idea di vendere quei titoli, a qualsiasi prezzo. E questo comporterebbe – un eufemismo – “qualche difficoltà” nel piazzare nuove emissioni di titoli (rifinanziare il debito) da parte di quei Paesi. Proprio mentre, magari, la Commissione prescrive loro politiche di bilancio “austere”, che impongono tagli alla spesa.

Le conseguenze sono difficilmente immaginabili, quanto ai dettagli. Ma nell’insieme sono abbastanza chiare.

Un anticipo di problemi? Basta guardare alla riunione del gruppo di Visegrad, ieri, che si è allineato di fatto a Olanda e Austria nel pretendere che il sempre meno ricco Recovery Fund sia pesantemente “condizionato”, escludendo che possa essere redistribuito in modo differenziato tra Paesi che hanno subito di più i colpi della pandemia.

Sono tutti Paesi relativamente piccoli, è vero, e – soprattutto quelli dell’Est – beneficiari netti dei fondi europei (incassano più di quanto versano, al contrario di Italia, Francia e ovviamente Germania). Ma se formano un blocco di sette-otto “oppositori” all’interno di un sistema che prevede l’unanimità o quasi, ecco che l’Unione Europea rallenta enormemente il suo processo decisionale proprio mentre la crisi richiederebbe scelte rapide. E pure intelligenti (ossia “sistemiche”).

In assenza, i rischi aumentano anche sul piano politico e inter-statuale.

Tutto si tiene. O meglio: non si tiene più tanto…

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1 Commento


  • Andrea B.

    “chi non vede altro (gli ‘analisti da branco’, quelli che si copiano tra loro senza neanche pensare) prova a spiegare il crollo di ieri con le ‘brutte previsioni’ pubblicate da questa o quella istituzione (la Fed, per esempio). Che non sono poi molto diverse da quelle di un mese fa…”
    Finalmente qualcuno lo scrive!!

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