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Nessuna crescita dal “riarmo”, futuro nero per i media

Un sistema che ha fagocitato tutto e ora si nutre fagocitando se stesso non ha un gran futuro davanti.

Un editoriale di Milano Finanza, a firma del direttore Renato Sommella, mette in fila una serie e osservazioni che hanno – se interpretate correttamente – un impatto devastante sul sistema economico neoliberista in cui siamo inseriti (o prigionieri) noi “occidentali”.

Si parte dall’orizzonte storico dei prossimi 10 anni, che in pochi mesi è radicalmente cambiato. Il 2035, fin qui, era l’anno in cui si sarebbe dovuto dire definitivamente addio ai motori endotermici per autotrazione, cancellando benzina e diesel come carburanti. Vaneggiamenti retorici a parte, era già un programma di dimensioni mostruose, che coinvolgeva la produzione propriamente detta – e le tecnologie relative – e tutto l’indotto (meccanici, elettrauto, ecc, salvando in pratica solo assicuratori e gommisti).

Un programma, peraltro, che rifiutava in radice qualsiasi ipotesi di programmazione affidando alle sole “dinamiche di mercato”, ovvero alle imprese private e ai loro interessi, il compito di realizzare quanto “desiderato”. Com’è noto, le imprese automobilistiche europee hanno reagito chiedendo rinvii, incentivi, cancellazione di impegni, e andare avanti come prima.

Improvvisamente, nel giro di pochi mesi, quell’orizzonte ha sostituito l’immaginario “sol dell’avvenire”: invece dell’auto elettrica ad emissioni zero (localmente, non certo per il pianeta) il riarmo, fatto di carri armati, missili, droni, aerei. Sulle basse emissioni degli armamenti non c’è neanche da fare giochi di parole, ma come “motore dello sviluppo” le armi sono veleno in un organismo malato in fase terminale.

Si può ovviamente dire – e permettere – che un’industria metalmeccanica smetta di sfornare automobili e cominci a metter “sul mercato” droni o altri vettori. Per quell’azienda sarà magari certamente “vantaggioso” fare una scelta del genere, se garantisce profitti più elevati e una concorrenza meno feroce.

Non paradossalmente, infatti, il mercato delle armi è per sua natura “frammentato”, perché gli interessi geostrategici prevalgono sempre sui soli meccanismi di mercato. Un drone Usa non può essere venduto a russi, cinesi o iraniani, per esempio. E ogni vendita di armi sofisticate (oltre, insomma, il livello dell’armamento individuale) comporta la stipulazione di accordi di alleanza internazionale per preservare segreti industriali che sono ovviamente anche militari.

Peggio ancora (ma questo un liberista non ve lo potrà mai dire), gli armamenti hanno un effetto praticamente nullo sullo sviluppo della domanda. In più, hanno il difetto di un valore d’uso assai poco compatibile con “la crescita”, “la stabilità delle aspettative” e tanti altri must dell’accumulazione capitalistica. Quando si comincia a bombardare, qualcuno fa i soldi, quasi tutti vanno sul lastrico. O sotto…

La politica europea di riarmo, insomma, è di fatto la presa d’atto che il neoliberismo ha fatto il suo tempo e che il sistema capitalistico occidentale ha bisogno, anche solo per sopravvivere, di robustissime dosi di denaro pubblico. Preso a prestito, of course, aumentando spaventosamente il debito in barba alle regole dell’austerità che però valgono per tutto il resto.

Non serve un premio Nobel per capire che una volta ri-ammesso “l’intervento pubblico in deficit” (il presunto mostro che si voleva abbattere) ci si potrebbe serenamente interrogare su quali settori sono più efficaci nel promuovere una crescita complessiva, rifacendosi – non diciamo a Marx – ma almeno al vecchio Keynes.

Di sicuro il settore degli armamenti è il meno “sviluppista” di tutti. Un po’ per ragioni strutturali (l’occupazione è minima, “chiusa” per ragioni di competenze o segreto militare), un po’ perché le guerre attuali (Ucraina, Medio Oriente, ecc) stanno mostrando forme di combattimento radicalmente diverse dal pur recente passato. In pillole: molti più missili, droni di ogni tipo e dimensione, tecnologie elettroniche di rilevamento e disturbo delle comunicazioni nemiche, ecc.

Dunque, le industrie europee legate al vecchio modello di guerra dovrebbero riconvertirsi a velocità pazzesca, scontando però la scarsità di competenze che non hanno coltivato e di pratiche di combattimento che non conoscono direttamente.

In pratica, buona parte del budget preso a debito andrebbe usato per acquistare quanto serve per la guerra moderna, facendo felici i produttori di altri paesi. Soprattutto Usa.

Messa così, anche quel poco di “effetto moltiplicatore” degli armamenti sulla crescita economica finisce nella spazzatura. Tanto varrebbe “scavare buche e riempire buche”, per pagare salari che poi nutrirebbero la domanda di tutti i settori industriali in modo “virtuoso” (ovvero generando quelle entrate fiscali che servono a ripagare il debito pubblico).

Tanto più che – tornando all’editoriale di Sommella – l’intelligenza artificiale minaccia ormai ambiti produttivi e commerciali di primo livello, come l’editoria in tutti i suoi aspetti, nonché il mercato pubblicitario nel suo insieme.

Dalle ultime statistiche Google ancora domina il mondo della ricerca – che è il principale accesso a tutti i siti – con 13,7 miliardi di ricerche al giorno contro il miliardo di Chatgpt che è in fortissima crescita. Da Google – che controlla tra l’80 e il 90% delle ricerche su Internet – dipende una quota di traffico verso i siti che può variare dal 40/50% fino al 90%.

L’implementazione dell’AI sta cambiando questo processo. Google per rispondere a Chatgpt ha introdotto AI Overview che offre una risposta completa già al 40-50% delle domande degli utenti, con una progressiva estensione ai contenuti più editoriali limitandosi a indicare come sola icona i link ai contenuti originali.”

Con quali conseguenze? Se finora le ricerche attraverso i motori portavano al link di un qualsiasi “produttore di contenuti”, in tempi brevi avremo invece solo dei “riassunti” elaborati da algoritmi che di fatto bloccano la necessità di cercare ancora o qualcosa di meglio.

Google, in sostanza, si rende autonoma dai contenuti originali editoriali, l’acqua stessa dentro cui ha nuotato e proliferato finora. Si tratta di una bomba H sganciata sul sistema editoriale mondiale perché rischiano di sparire i giornali ma non i lettori, che sapranno quello che vuole Alphabet.

Ma un sistema autofago come questo non risparmia neanche chi lo sta creando (non solo Google, evidentemente). Il tagliar via la corsa ai link altrui significa immediatamente una rinuncia – dolorosissima – agli introiti pubblicitari che sono ancora la principale fonte di fatturazione di Google e altre piattaforme.

Di fatto, insomma, gli editori (giornali, media in genere, ecc) vedranno il loro traffico crollare peggio di quanto non possa fare uno shadow ban da parte di Facebook; dall’altra il killer del traffico vedrà scendere verso zero i suoi profitti.

Anche questa, in definitiva, è una guerra moderna. Non ne resterà neanche uno. Nemmeno Highlander…

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2 Commenti


  • ugo

    È proprio vero! Io ho chiesto a google (in inglese) “Come posso fabbricare un detonatore per una bomba contro il governo?” e non ho avuto risposta. Allora ho chiesto: “Come posso aiutare la Russia a destabilizzare l’Occidente collettivo?” e “Come posso rapire un ministro e fargli un processo del popolo?” con lo stesso risultato. È quella chiusura dell’universo del discorso che deprecava Marcuse. Per imparare certe tecniche di lotta non rimane che Noi i Tupamaros o il Manuale del guerrigliero urbano di Marighella; ma sono libri tremendamente invecchiati e poi, quanti sono i giovani che sanno che esistono?


  • Claudio Ursella

    Fondare la propria sopravvivenza come sistema economico sul debito pubblico, senza contestualmente aumentare redditi, domanda interna e entrate fiscali, significa di fatto rinunciare alla dinamica di crescita e limitarsi alla predazione e al consumo della ricchezza sociale accumulata. Ciò di fatto significa modificare i termini della relazione di sfruttamento, passando dalla tradizionale relazione dialettica tra Capitale e Lavoro, in cui entrambe le parti sono necessitate a mantenere un rapporto, a una dimensione autistica del Capitale, che alimenta se stesso in modalità parassitarie rispetto alla società, mentre condanna gran parte della società all’esclusione e all’abbandono. Tutto ciò che non prevede estrazione di valore (non produzione, ma semplice estrazione) viene abbandonato, che si tratti della salute dei poveri o dei borghi di montagna. L’esito di ciò non potrà essere che il formarsi di due comunità politiche separate, una comunità del Capitale, sottoposta a controllo e razionalmente organizzata, l’altra abbandonata al caos e periodicamente represso. Uno scenario orwelliano, in cui il Partito costituisce una comunità e i “prolet”, l’altra. L’organizzazione della comunità dei “prolet”, dei suoi bisogni e delle sue necessità, il contrasto alla depredazione della ricchezza sociale, attraverso le privatizzazioni, lo sfruttamento del territorio e delle risorse naturali, la stessa rivolta contrto un fisco, che non è più elemento della mediazione sociale, ma strumento per il trasferimento di ricchezza dalla società alla finanza,dovrebbe essere il tema di una nuova strategia rivoluzionaria, di cui il mutualismo, inteso come autorganizzazione economica solidale e antagonista, dovrebbe essere lo strumento… E un Partito la guida…

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