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Dividendi da record. L’industria delle armi europea vola col riarmo

Spinti della transizione verso un’economia di guerra, risposta comune delle capitali europee alla crisi industriale, i maggiori gruppi del settore bellico del Vecchio Continente si apprestano a distribuire agli azionisti una cifra record: circa 5 miliardi di dollari tra dividendi e riacquisti di azioni (buyback). Si tratta del livello più alto raggiunto negli ultimi dieci anni, una pioggia di soldi che riflette lo stato di grazia finanziaria del comparto.

Secondo un’analisi condotta da Vertical Research Partners per il Financial Times, la crescita della remunerazione è accompagnata anche da un robusto rafforzamento degli investimenti. La quota di ricavi destinata a ricerca, sviluppo e spesa in conto capitale dall’esplosione del conflitto ucraino è salita, secondo le stime, dal 6,4% al 7,9% di quest’anno.

A guidare questa classifica del profitto sono le britanniche BAE Systems e Babcock, le francesi Thales e Dassault, la svedese Saab e le tedesche Rheinmetall e Hensoldt. Bisogna inoltre sottolineare che dai conti è esclusa Airbus, per via dell’importanza delle sue attività commerciali, e che ci si aspetta che nel 2026 i risultati generali possano essere ancora migliori.

Un ruolo di primo piano spetta, inoltre, all’italiana Leonardo: il colosso nazionale ha raddoppiato la cedola quest’anno. Nei primi nove mesi del 2025, Leonardo ha registrato ricavi per 13,4 miliardi di euro (+11,3%) e un utile netto in crescita del 28%. Grazie al boom di commesse aeronautiche e alla recente intesa con Airbus e Thales nel settore spaziale, il gruppo guidato da Roberto Cingolani è riuscito anche a ridurre l’indebitamento netto di oltre un quarto rispetto allo scorso anno.

Negli Stati Uniti, invece, il clima è diverso. Il picco dei rendimenti è arrivato nel 2023, per gli azionisti di sei giganti delle armi stelle-e-strisce (Lockheed Martin, General Dynamics, Northrop Grumman, RTX Corporation, L3Harris Technologies e Huntington Ingalls). Ora la remunerazione è diminuita, così come gli investimenti. Il settore è finito delle critiche per eccessivi buyback, effettuati per mantenere alto il valore delle azioni.

Donald Trump ha sollecitato le compagnie a investire di più nella capacità produttiva anziché nei mercati finanziari. Ancora più duro il segretario al Tesoro, Scott Bessent, che ha accusato le aziende di essere “gravemente in ritardo nelle consegne“, invocando “più ricerca e meno riacquisti di azioni“.

Tuttavia, secondo Rob Stallard, analista di Vertical Research, queste critiche non sarebbero supportate dai fatti: “negli ultimi due anni, i riacquisti azionari e i dividendi in percentuale sulla capitalizzazione di mercato [delle aziende statunitensi] si sono quasi dimezzati“. Va inoltre sottolineato che il nuovo bilancio della difesa varrà oltre 900 miliardi di dollari: c’è molto materiale attraverso cui “stimolare” la produzione bellica.

Con le tensioni geopolitiche che non accennano a diminuire, e che anzi, per l’azione di UE, USA e loro alleati (Israele e Taiwan in primis) stanno aumentando, con la propaganda di guerra costruita da Bruxelle intorno alla Russia, bisogna aspettarsi che il complesso militare-industriale guadagnerà ancora più soldi e legittimazione, con la scusa del rilancio industriale annesso. Una narrazione che va combattuta in virtù dell’enormità di fondi stornata dalle spese sociali verso le armi.

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