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L’Istat gela l’ottimismo del governo sulla produzione industriale

Altro che “Italia locomotiva d’Europa”. Nonostante la narrazione rassicurante del governo e le recenti dichiarazioni del vicepremier Antonio Tajani al Messaggero, fiducioso verso la svolta sulla competitività che sarebbe partita ieri con il summit di Alden Biesen, i dati Istat sulla produzione industriale scattano una fotografia ben diversa: un Paese in affanno strutturale che fatica a uscire da un tunnel iniziato ormai tre anni fa.

Sia chiaro, non che lo stato dell’industria italiano fosse roseo prima del 2022 (basta pensare alla lunga storia dell’ex Ilva). Ma la linea guerrafondaia presa contro la Russia ha dato il colpo di grazia, con i costi dell’energia esplosi. Ora, di fronte alla desertificazione industriale creata ad arte per favorire i profitti delle grandi imprese, i nodi vengono al pettine.

Il 2025 si è chiuso con una flessione dello 0,2% rispetto al 2024. Sebbene il calo sia meno marcato rispetto ai crolli del biennio precedente (-2,5% nel 2023, -3,5% nel 2024), il dato segna il terzo anno consecutivo di segno meno, confermando una crisi che morde il cuore manifatturiero dell’Italia.

A dicembre 2025, l’istituto di statistica ha registrato una diminuzione mensile dello 0,4%. Nonostante un rimbalzo tendenziale del 3,2% rispetto allo stesso mese del 2024, il bilancio complessivo dell’anno resta negativo. Il dato più preoccupante riguarda i beni di consumo, che calano dello 0,5% (con punte dello -0,8% per i beni durevoli), a dimostrazione di come la domanda interna sia tutt’altro che solida.

Il panorama industriale appare desertificato, ma alcuni settori mitigano il crollo o la stagnazione di altri. La farmaceutica continua a correre, con un +3,8% rispetto al 2024, a cui si aggiunge anche il +2,6% della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica, ottica, e di misurazione.

Ma ci sono altri settori, che certamente impiegano molti più lavoratori, che stanno colando a picco. Il tessile segna sul 2024 un -5,5%, mentre la fabbricazione di mezzi di trasporto segnala un -4,7%. Quella che era la spina dorsale dell’industria continua a scappare altrove, e l’incapacità di inserirsi nel mercato dell’elettrico non farà che peggiorare la situazione.

Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, non usa giri di parole per descrivere la situazione, sfidando Palazzo Chigi che aveva parlato di un aumento del potere d’acquisto. Secondo Dona, le imprese sono in un tunnel negativo da cui non riescono a uscire, e “non si può sperare nei consumi delle famiglie, ormai ridotti all’osso“.

La realtà descritta dall’Istat parla di un’industria che incide per un quinto del PIL e che, anche per il 2025, rischia di fornire un contributo negativo alla crescita economica nazionale. I tavoli di crisi al ministero delle Imprese palesano una situazione senza presupposti per migliorare, almeno finché l’unica politica industriale sarà quella di sfruttamento intensivo e di totale subordinazione ai desideri delle multinazionali.

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