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L'”altruista” che spaventa la finanza

Sembra una presa in giro tipo attentamente studiata, più che l’antica ironia della Storia. Ma l’idea che un’intero settore dell’”industria finanziaria” (altra definizione inconsapevolmente autoironica) possa entrare in fibrillazione quando appare all’orizzonte una semplice app prodotta da una startup che si chiama Altruist è davvero stimolante. Non è un Robin Hood digitale, ma minaccia un business sicuramente redditizio.

Sono ormai due giorni che le borse occidentali, già da mesi in allarme per la possibile esplosione della “bolla dell’intelligenza artificiale” – quotazione dei titoli relativi assurdamente alte pur in presenza di profitti al momento quasi inesistenti e un indebitamento da migliaia di miliardi – vedono il repentino crollo azionario della società di risparmio gestito (sgr).

Queste ultime sono quelle branche di normali banche che si occupano di far fruttare i risparmi depositati da clienti, sfruttando la poco conoscenza dei meccanismi finanziari, la paura di perde molto per inseguire il sogno preistorico di fare più soldi con i soldi. O anche soltanto di garantirsi una vecchiaia tranquilla.

Le sgr, in pratica, creano dei fondi comuni differenziati per il “profilo di rischio” in cui incanalare quei risparmi investendo in titoli azionari, obbligazioni di stato e societarie, etf e altre “diavolerie” di natura imprecisata per il comune mortale.

Sono il rifugio obbligato di un ceto medio con un piccolo patrimonio messo da parte (risparmio, quando lo stipendio è o era alto, liquidazione a fine carriera, risarcimenti, eredità, ecc), ma impossibilitato a gestire in autonomia l’investimento “sicuro, “prudente” ma comunque almeno un po’ redditizio.

Le sgr, naturalmente, “grattano” una parte del reddito che ne viene fuori (anche quando le dinamiche di mercato producono invece delle perdite), come retribuzione di un’attività di intermediazione.

In questo mondo in fondo tranquillo è improvvisamente apparsa l’app “Hazel”, creata appunto da Altruist, ovvero un software di gestione patrimoniale basato sull’intelligenza artificiale e dotato di funzionalità di pianificazione fiscale dedicate ai “consulenti finanziari indipendenti”, ossia persone – non società né banche – che fanno lo stesso lavoro delle sgr.

E’ un tipo di figura professionale diffusa soprattutto negli Usa, da sempre “concorrenziale” con le sgr ma gravata dall’intrinseca debolezza degli individui rispetto a una “struttura organizzata” che concentra diverse competenze (legali, fiscali, borsistiche, ecc). Hazel permette di bypassare gran parte di quelle competenze che in fondo si riducono alla conoscenza di regole, leggi, ecc, che sono codificate e quindi sono uguali per tutti.

L’intelligenza artificiale permette di interrogare tutta quella massa di codici in continuo aggiornamento/modificazione, facendo a meno degli “esperti” relativi. Anche il “consulente indipendente”, insomma, diventa davvero “competitivo” con una società con centinaia o migliaia di “gestori”.

Non è ancora un software in grado di eliminare anche questa figura, permettendo al singolo risparmiatore di gestirsi da solo (a meno che non abbia qualche esperienza lavorativa nel settore), ma di certo permette di abbassare moltissimo il costo della “cura del patrimonio”. Ossia la quota di profitto/reddito da lasciare alla sgr o al “consulente”.

Hazel, in pratica, è una piattaforma di AI per automatizzare e potenziare il loro lavoro quotidiano di un consulente o investitore privato. Elabora istantaneamente dichiarazioni dei redditi, buste paga, estratti conto e documenti legali senza dover fare l’inserimento manuale dei dati.

Genera “strategie personalizzate”, applicando una logica fiscale per identificare opportunità di risparmio e creare in pochi minuti piani pronti per il cliente, nonché tutte le possibilità relative al pensionamento, alla compravendita di case, ecc. Di fatto, saltano quote impressionanti di lavoro (e di guadagno) per fiscalisti, commercialisti, consulenti di molti ambiti.

La “sussunzione del lavoro mentale” di basso e medio livello, basato su conoscenze standard e pubbliche, viene così ad interferire negativamente non solo sull’occupazione (tutti quelli che perderanno il posto di lavoro), ma anche sui profitti del capitale finanziario concentrato in società multinazionali. Quella riduzione di lavoro che dà sempre fa felice il mondo degli imprenditori in questo caso porta con sé anche una riduzione dei profitti, contrariamente al solito.

Una quota al momento difficilmente quantificabile, ma già sufficiente a far scattare allarme rosso in un sistema che da anni si aggira in cerca di una fase espansiva che non arriva mai. E anzi si annuncia grandine. Tanto che basta un “altruista” per scatenare il panico nel mondo degli egoisti…

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