La fotografia scattata da Milano Finanza nel 2026, con la consueta classifica dei più ricchi in borsa (alle quotazioni del 7 agosto) ci restituisce l’immagine del capitalismo rentier che stacca cedole. La composizione vede ancora un ristretto numero di “dinastie”, l’emergere dei fondi speculativi stranieri e delle grandi aziende partecipate dallo Stato.
Il primo posto resta saldamente nelle mani degli eredi di Leonardo Del Vecchio, con un patrimonio azionario di 44,5 miliardi di euro, anche se, la dinastia sta litigando in modo furibondo al proprio interno, un po’ come gli eredi Agnelli.
Al secondo posto c’è la famiglia Rocca che ha visto aumentare il valore della propria partecipazione in Tenaris da 9,9 a 15,2 miliardi, con una crescita del 54%, pari a oltre 5,3 miliardi in dodici mesi.
Al terzo posto sbuca il vecchio palazzinaro romano, ma non solo, Francesco Gaetano Caltagirone che è salito dal quinto al terzo gradino dela classifica di Milano Finanza con 12,5 miliardi, +54% e oltre 4 miliardi di valore in più.
Subito dietro, arrivano i Crippa, una famiglia che controlla Technoprobe: erano sedicesimi un anno fa con 2,6 miliardi, adesso sono quarti con 10,4 miliardi. In dodici mesi il valore della loro quota in azienda è letteralmente esploso (quasi +300%) grazie al boom in borsa della società di microelettronica che è il secondo produttore al mondo di probe card, indispensabili per testare il corretto funzionamento dei microchip. In termini assoluti significa quasi 7,8 miliardi di ricchezza azionaria in più, la maggiore crescita tra i grandi patrimoni già presenti nella classifica 2025.
Ma i proventi in Borsa dei titoli tecnologici hanno spinto in alto anche la novità della Bending Spoons, fresca di quotazione al Nasdaq. Se i suoi azionisti comparsi in classifica venissero considerati come un unico blocco imprenditoriale, oggi la società tecnologica milanese si collocherebbe ai piedi del podio.
Le partecipazioni attribuite ai sei soci italiani censiti da Milano Finanza valgono nel complesso oltre 12 miliardi, neanche 500 milioni meno dei 12,5 miliardi di Caltagirone. E i soli quattro fondatori, che entrano direttamente nelle prime 21 posizioni, valgono 11,95 miliardi. Luca Ferrari entra direttamente al 16° posto con una partecipazione valutata 3,18 miliardi. Matteo Danieli debutta al 19° con 2,98 miliardi, Luca Querella al 20° con 2,92 miliardi e Francesco Patarnello al 21° con 2,87 miliardi. Si aggiungono Davide Giorgio Scarpazza, 127° con 90 milioni, ed Enrico Martinelli, 188° con 41,5 milioni. Considerato come blocco, si collocherebbe alle spalle soltanto dei Del Vecchio, dei Rocca e di Caltagirone, davanti ai Crippa, a Prada, agli Agnelli e ai Benetton.
Contestualmente però una delle dinastie simbolo del capitalismo italiano continua invece a perdere terreno. La famiglia Agnelli-Elkann-Nasi è passata dai 9,5 agli 8,05 miliardi, con un calo del 15,3%, scendendo così dal terzo al sesto posto. Si tratta del secondo arretramento consecutivo. Già lo scorso anno il patrimonio aveva ceduto quasi il 10%, penalizzato dalla debolezza di Exor e soprattutto dalla difficile fase attraversata dal settore automotive, tranne che per la Ferrari (i ricchi al lusso non rinunciano mai, ndr).
Arretra anche la famiglia Piero Ferrari, che scende dal sesto al nono posto. Il valore delle partecipazioni passa da 7,84 a 6,73 miliardi, -14,2%, con una perdita di oltre 1,1 miliardi. Scivolano più indietro anche gli eredi di Giorgio Armani: la ricchezza azionaria censita cala da 2,97 a circa 2 miliardi, -32,7%, e la famiglia del fondatore della maison arretra dal 14° al 26° posto.
Tra i grandi vincitori dell’anno ci sono però anche due famiglie legate alla finanza e ai media. I Doris-Tombolato salgono da 4,69 a 7,23 miliardi, con un incremento del 54,3%, e conquistano l’ottavo posto. In valore assoluto significa oltre 2,5 miliardi aggiunti in dodici mesi. Entrano stabilmente nella top ten anche gli eredi Berlusconi. Il valore delle partecipazioni in Banca Mediolanum, Mfe e Mondadori passa da 4,44 a 6,42 miliardi, con un incremento del 44,6%. La famiglia sale dall’undicesimo al decimo posto.
Secondo Milano Finanza basta però allargare lo sguardo alle prime 50 posizioni per trovare movimenti che raccontano quanto sia stata selettiva la borsa nell’ultimo anno. Tra le ascese più vistose c’è quella della famiglia Maramotti, azionista di Credem, che guadagna sei posizioni e sale al 22° posto: il valore della partecipazione passa da 1,35 a 2,15 miliardi, con un incremento del 60%. Ancora meglio fa la famiglia di Ermenegildo Zegna, che avanza dal 29° al 24° posto grazie a una ricchezza azionaria cresciuta del 75%, da 1,19 a 2,08 miliardi.
A beneficiare della corsa dei titoli industriali sono anche le famiglie legate a Danieli. Camilla e Matilde Benedetti e i Danieli Mareschi salgono rispettivamente al 31° e al 32° posto: per entrambi i rami il patrimonio azionario arriva a 1,52 miliardi, il 66% in più rispetto ai 911 milioni di un anno prima.
Ma uno degli scatti più sorprendenti arriva ancora una volta dalla finanza. La famiglia Gavazzi-Lado, azionista del Banco di Desio e della Brianza, vede più che raddoppiata la ricchezza, che passa da 666 milioni a 1,47 miliardi (+121%), e guadagna sette posizioni fino alla 33ª. Davide Leone, con la partecipazione in Banco Bpm, sale invece a 1,29 miliardi, +30%.Fa rumore anche la risalita della famiglia Ferragamo: dal 50° al 44° posto, con la partecipazione nella maison che passa da 450 a 925 milioni e mette a segno un +106%. La famiglia Storchi invece, grazie a Comer Industries e Vimi Fasteners, guadagna il 45% e sale a 827 milioni, mentre Massimo Perotti di Sanlorenzo cresce del 34% a 774 milioni. Appena dentro la top 50, infine, la famiglia D’Amico porta a 698 milioni il valore delle quote in D’Amico e Tamburi Investment Partners, quasi il 60% in più rispetto a un anno fa.
Ad essersi arricchite in Borsa nel 2026 sono state anche le aziende partecipate dallo Stato. Se nel 2025 il valore delle partecipazioni pubbliche censite da Milano Finanza aveva raggiunto 81,5 miliardi, dodici mesi dopo il totale sfonda la tripla cifra e arriva a 111,1 miliardi. L’incremento in termini assoluti è di oltre 29,5 miliardi, pari al 36,2%.
Il ministero dell’Economia, dispone direttamente di partecipazioni per 55,5 miliardi, mentre Cassa Depositi e Prestiti arriva a 54,7 miliardi. Nel portafoglio diretto del Mef il peso maggiore è quello di Enel, con una quota valutata oltre 24 miliardi, seguita da Poste Italiane con 10,42 miliardi e Leonardo con 10,14 miliardi. STMicroelectronics vale oltre 6 miliardi.
Cassa Depositi e Prestiti ha invece in Eni la gallina dalle uova d’oro: la propria quota vale quasi 21,8 miliardi, seguita da Poste Italiane con 12,46 miliardi, Snam con 6,15 miliardi e Terna con 6,05 miliardi. Italgas supera 2,67 miliardi, Fincantieri vale quasi 3 miliardi e Saipem oltre 1,1 miliardi.
Infine ci sono i grandi fondi di investimento stranieri che hanno ormai quasi 100 miliardi di Piazza Affari nel proprio portafoglio. Alla chiusura del 7 agosto, le partecipazioni riconducibili ai principali investitori istituzionali esteri censiti da Milano Finanza valgono complessivamente 97,7 miliardi di euro.
A dominare la graduatoria è il fondo BlackRock. Il gigante americano guidato da Larry Fink detiene partecipazioni per 37,88 miliardi, oltre un terzo dell’intero patrimonio censito. Il suo portafoglio abbraccia tutti i settori strategici di Piazza Affari: dalle banche, con Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper, Mps e Fineco Bank, all’energia con Eni, Enel, Snam e Italgas, passando per Ferrari, Stellantis, Telecom Italia, Prysmian e Moncler. Se fosse inserita nella classifica dei Paperoni privati, BlackRock sarebbe seconda, dietro soltanto ai 44,5 miliardi degli eredi Del Vecchio e davanti ai 15,2 miliardi della famiglia Rocca. E metterebbe nel mirino lo Stato italiano (111 miliardi).
Alle spalle del colosso americano c’è Norges Bank, il braccio operativo del gigantesco fondo sovrano norvegese, con partecipazioni per 15,45 miliardi distribuite su 81 società italiane.
Al terzo posto c’è Capital Research and Management con 9,34 miliardi investiti tra Carel Industries, Interpump, Lottomatica, Moncler, Prysmian, Reply e Unicredit.
Ma la mappa del capitale straniero non è fatta soltanto di asset manager. Cvc Capital Partners vale 5,21 miliardi grazie alla partecipazione in Recordati, mentre Credit Agricole arriva a 5,18 miliardi con la quota di maggioranza relativa in Banco Bpm. Oak Holdings-Vodafone ha 2,27 miliardi in Inwit. JP Morgan Asset Management supera i 2 miliardi con quote in Azimut, Bff Bank, Bper e altri titoli, mentre Lazard è appena dietro, sempre sopra quota 2 miliardi.
Teradyne possiede quasi 2 miliardi di Technoprobe, la società che ha fatto esplodere anche la ricchezza dei Crippa. Fmr vale 1,70 miliardi attraverso Lottomatica, Marr, Prysmian e Sesa; Morgan Stanley 1,69 miliardi con Moncler e Telecom Italia; Vanguard 1,56 miliardi con Prysmian. Goldman Sachs conta 1,52 miliardi in Banco Bpm, mentre Sinochem conserva 1,43 miliardi in Pirelli e Ardian quasi 1,4 miliardi in Inwit.
Prysmian poi compare nei portafogli di BlackRock, Capital Research, Lazard, Fmr, Vanguard, AllianceBernstein, T. Rowe Price, Amundi, State Street e Baillie Gifford. Più in basso ci sono anche altri investitori industriali e sovrani o gruppi esteri: Advantest ha 991 milioni in Technoprobe, Suez 883 milioni in Acea, Temasek 432 milioni in Moncler e la cinese Shandong Sasac circa 400 milioni in Ferretti.
Questa vera e propria mappa del capitalismo e della ricchezza in Italia va conosciuta e studiata bene, non per invidiarla ma per abbatterla, soprattutto se si mette a confronto la natura e il volume di queste ricchezze e la situazione economico-sociale del paese.
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