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L’Italia può abbandonare l’acciaio? Spunti per una produzione pianificata e sostenibile

A inizio agosto ci siamo espressi circa l’ennesima recrudescenza della vertenza Ilva, determinata dall’ingiunzione di chiusura delle aree a caldo dell’impianto di Taranto. Una situazione che, lo ribadiamo, minaccia direttamente gli impianti di Genova e Novi Ligure ma più in generale costituisce una seria ipoteca sulla tenuta della produzione siderurgica in Italia.

La situazione, da allora, ha registrato un precipitoso susseguirsi di fatti:

  1. il gruppo indiano Jindal ha manifestato disponibilità immediata ad accordarsi con il Governo Meloni per rilevare AdI, comprese le aree a caldo dell’impianto di Taranto su cui pende l’ingiunzione di chiusura entro 90 giorni sentenziata dalla magistratura milanese;
  2. a seguire si è palesata – probabilmente su input governativo – una presunta cordata italiana, che ricorda il format dei “capitani coraggiosi” del disastro Alitalia patrocinato nel 2008 dal governo Berlusconi;
  3. infine, quanto sopra sta emergendo come il probabile smantellamento di AdI e il declassamento definitivo della siderurgia italiana sul mercato internazionale.

In questa sede non intendiamo sviscerare la storia delle gare con cui i governi degli ultimi 14 anni hanno cercato un acquirente privato per l’ex Ilva. Ci limitiamo a ricordare che si è trattato di procedimenti dove i soggetti interessati all’acquisizione – gruppi nazionali, internazionali e pure fondi d’investimento “di settore” – hanno dato vita a una danza macabra che ha lasciato sul campo esuberi, operai morti, produzione in vertiginoso calo, disfacimento degli impianti e dipendenza dalle importazioni.

In mezzo a questo valzer non è mai emerso un soggetto istituzionale, industriale o finanziario che si esprimesse seriamente in merito a cosa produrre e con quali tecnologie (Jindal non fa differenza, basta osservare lo stato in cui langue la ex Lucchini di Piombino ed è meglio tacere circa le capacità di analisi e pianificazione dei padroni di Federacciai).

È questa macroscopica ma sistematicamente taciuta assenza che ha trasformato la vertenza ex Ilva nella gestione, differita nel tempo, di uno smantellamento. Quella che, di fatto, è diventata una campana a morto che suona a rallentatore, può essere silenziata solo tornando a parlare di politica industriale da un punto di vista di classe.

Nelle righe che seguono esporremo quello che secondo noi va fatto per rilanciare un settore che è fondamentale per lo sviluppo economico.

Il contesto

La siderurgia mondiale – È in sovra-capacità produttiva strutturale: a fronte di impianti in grado di produrre annualmente 2,5 miliardi di tonnellate di acciaio, il mercato mondiale ne ha assorbiti 1,85 miliardi (dati 2024 [1]). L’eccedenza è dunque pari a ben il 25% e la tendenza non è verso una riduzione di sovra-capacità produttiva.

La siderurgia in Italia – Ha caratteristiche peculiari: l’acciaio è prodotto in prevalenza da rottame, mediante forni elettrici in impianti medio/piccoli. Tale produzione genera emissioni relativamente basse di CO2 perché basata su forni elettrici.

Rispetto alle “esigenze” della produzione manifatturiera italiana (autoveicoli seppur in drastica riduzione, elettrodomestici, edilizia) il settore presenta una carenza di 13 milioni di tonnellate in laminati piani e lunghi che vengono importati dall’estero. In Italia, il settore sconta le seguenti criticità:

  • costi energetici più alti della concorrenza internazionale, in particolare intra UE, determinati
  • dalla dipendenza della produzione elettrica italiana dal gas;criticità nell’approvvigionamento della materia prima rottame (la richiesta di settore supera abbondantemente l’acciaio riciclato a livello nazionale);
  • calo di fatturato (-39,7%) e dei profitti (-45,3%).

Considerazioni – Sulla base dei dati esposti è evidente che:

  • nessun grande produttore internazionale può avere interesse effettivo a rilanciare una azienda in una condizione di mercato globale caratterizzata da una marcata sovrapproduzione. L’unico interesse verso AdI, quindi, può essere quello di rilevarla per toglierla dal mercato, oppure frazionarla scaricando i costi ambientali e sociali sulla finanza pubblica, come di fatto si è verificato da quando la vertenza ex Ilva è in atto.
  • date le specificità del settore italiano, nemmeno i produttori nazionali hanno interesse a rilevare in toto AdI. Anzi, una sua chiusura potrebbe incrementare la redditività complessiva del settore.
  • se il rilancio di AdI è l’obiettivo da perseguire, la proprietà aziendale non può che essere pubblica e il rapporto con il privato “limitato” alle fasi operative di riqualificazione/ricostruzione degli impianti produttivi.

Ipotesi di rilancio per Acciaierie d’Italia

Nel contesto attuale, a livello produttivo, AdI può trovare spazio occupando la carenza di laminati piani e lunghi sul mercato nazionale (come detto, volume produttivo 13 milioni di tonnellate annue) e conservando la quota di mercato nella produzione della banda stagnata [2] in cui è specializzato lo stabilimento di Genova Cornigliano.

Criticità economiche – Il possibile spazio di mercato da coprire non modifica in positivo le criticità economiche del contesto siderurgico italiano. Ciò implica che l’intervento pubblico deve necessariamente valicare il piano meramente proprietario della nuova AdI, intervenendo con funzione di pianificazione, direzione e controllo sia sulla catena di fornitura, in particolare sul versante delle materie prime, sia sull’ambito normativo di settore (come si deve produrre per vendere sul mercato nazionale).

Criticità ambientali – A dispetto di come si è configurata in tempi recenti, la vertenza ex Ilva, tanto a Taranto quanto a Genova, si è connotata storicamente come una questione di conflitto capitale/salute (sia dei lavoratori che pubblica in senso generale). Per questo non vanno minimizzate o rimosse le ragioni degli abitanti dei quartieri posti in prossimità degli impianti produttivi.

In base a questa considerazione:

  • per Taranto la produzione deve essere decarbonizzata nei tempi più brevi possibili. Il periodo di esercizio dell’attuale ciclo a caldo (cokeria + alti forni) deve essere direttamente legato ai tempi realizzativi e di messa in servizio del nuovo ciclo (impianto di preriduzione con idrogeno “verde” e forni elettrici) e comunque prevedere l’implementazione di tutte le tecnologie oggi disponibili atte ad abbattere in maniera massiccia le emissioni dell’attuale ciclo produttivo a caldo.
  • Il nuovo ciclo produttivo non deve contemplare, nemmeno come soluzione “provvisoria” l’uso del metano come riduttore, oppure come “materia prima” tramite cui ricavare idrogeno (cosiddetto “blu”) da impiegare come riduttore nella produzione di DRI (il cosiddetto preridotto).
  • L’obiettivo da perseguire fin da subito e con decisione deve essere la produzione con DRI e forni elettrici, dove il DRI sia ottenuto da processi che utilizzano come riduttore idrogeno cosiddetto “verde”[3], cioè, ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua con energia elettrica generata integralmente da fonti rinnovabili [4].
  • Per Genova l’ipotesi della costruzione di un nuovo forno elettrico va scartata perché, come hanno sostenuto negli ultimi mesi i comitati di quartiere di Cornigliano, costituirebbe un peggioramento oggettivo del contesto attuale in cui nessuna lavorazione a caldo è presente nell’acciaieria [5]. Per altro, l’eventuale costruzione di un forno elettrico a Genova, di fatto aprirebbe la strada a uno scorporo degli impianti AdI del Nord Italia rispetto a Taranto, che verrebbe a trovarsi in posizione ancora più precaria di quella attuale. Deve quindi essere chiaro che la nuova AdI ha futuro solo mantenendo l’unità degli impianti produttivi sul territorio nazionale.

Criticità normative – La sostenibilità economica della nuova AdI, date le criticità di settore (elevati costi energetici), pregresse aziendali (ampio accumulo di debito) e di riqualificazione (costi elevati dei nuovi impianti) richiedono una tutela pubblica ad hoc che, come già scritto, non va intesa come “limitata” alla proprietà pubblica dell’azienda (in toto o a maggioranza azionaria) ma deve allargarsi al piano normativo per:

  • stilare e implementare un piano energetico nazionale volto a ridurre drasticamente i costi energetici per cittadini e aziende [6];
  • massimizzare l’utilizzo di fondi UE per la riqualificazione (che a oggi inspiegabilmente nessun governo ha nemmeno tentato di mobilitare, ma anzi ha stralciato verso altre destinazioni d’uso);
  • “orientare” il consumo del mercato italiano verso l’“acciaio verde” con lo scopo di:
    • garantire redditività alla nuova AdI (unica via reale per la tenuta dei livelli occupazionali e la riduzione del debito aziendale);
    • trainare la siderurgia italiana nella risalita della catena globale del valore (condizione che in potenza potrebbe determinare ricadute positive sulla contrattazione dei lavoratori dell’intero settore).

Quanto fin qui descritto, andrebbe sviluppato in un piano organico che ovviamente non è possibile dettagliare in un semplice testo. A nostro avviso, tuttavia, costituisce un primo passo per riportare nel dibattito di classe temi più strategici e di peso rispetto alle cronache giornalistiche mentre i territori, più o meno silenziosamente, sprofondano nel sottosviluppo dell’economia turistica e del movimento merci.

Note

[1] Fonte dei dati: rapporto di settore redatto da Cassa Depositi e Prestiti.

[2] La banda stagnata è una lamina di acciaio particolarmente sottile e rivestito di La lavorazione ha lo scopo di produrre un laminato maggiormente resistente alla ruggine, utilizzato per la produzione di imballaggi speciali come le lattine e i contenitori alimentari.

[3] Per approfondire gli aspetti tecnologici della produzione citata si veda qui.

[4] A Taranto, “vincolare” il nuovo impianto a una produzione basata su energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili attiverebbe un ciclo virtuoso valorizzando, da un lato l’elevata percentuale di potenza rinnovabile installata nella regione Puglia, dall’altro la produzione locale perché il secondo stabilimento industriale tarantino per numero di addetti è Vestas, che produce pale e generatori eolici.

[5] Un forno elettrico, inoltre, non è compatibile con le attuali aree di AdI che si trovano sulla traiettoria di decollo/atterraggio dell’aeroporto Cristoforo Colombo, situazione che limita lo sviluppo in altezza delle infrastrutture limitrofe allo scalo.

[6] Qui sono disponibili molte affermazioni circostanziate sull’argomento.

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