In Italia si spende nominalmente di più rispetto agli anni passati, ma quel che si riesce a comprare è molto meno. È questo che emerge da uno studio dell’Istat sulle spese per i consumi delle famiglie nel 2025, integrato dall’analisi del Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc). In parole povere, il carrello della spesa è molto più leggero, ma lo scontrino continu diventa sempre più pesante.
Nel 2025 la spesa media mensile per famiglia in valori correnti si è attestata a 2.782 euro, segnando una sostanziale stabilità (+1,0%) rispetto ai 2.755 euro del 2024. La mediana, ovvero il valore sotto il quale si colloca esattamente la metà delle famiglie, si ferma invece a 2.338 euro.
Se si guarda al periodo prepandemico, emerge il devastante effetto corrosivo dei rincari degli ultimi anni. Se nel 2019 la spesa mensile a valori correnti era di 2.560 euro (+222 euro nominali nel 2025), in termini reali, ossia depurandolo dall’inflazione, la spesa si è ridotta dell’8,7%.
Secondo le stime del Crc, si tratta di una rinuncia virtuale pari a circa 224 euro al mese per ciascun nucleo familiare. A risentire maggiormente dell’onda lunga dei prezzi sono gli alimentari e le bevande analcoliche. Nel 2025 l’esborso medio mensile è salito a 552 euro (dai 533 euro del 2024, con un incremento del +3,6%), arrivando a rappresentare il 19,8% dell’intero budget familiare.
La spesa non alimentare è rimasta invece ferma a 2.230 euro al mese (l’80,2% del totale), dominata dalle voci fisse e incomprimibili legate all’abitazione e alle utenze (36,0%) e ai trasporti (10,6%), seguite da ristorazione e alloggi (5,9%) e cura della persona (4,7%). Tuttavia, l’indagine palesa ancora una profonda frattura territoriale, con il Nord-Est che spende quasi il 40% in più del Sud. Inoltre, la divaricazione geografica 2025 si è ulteriormente accentuata nel 2025.
Questa disparità incide direttamente sulla qualità della spesa: al Meridione, dove le disponibilità economiche sono minori, quasi un quarto del bilancio è assorbito dal cibo (25,4% al Sud e 24,1% nelle Isole, contro il 17,7% del Nord-Ovest). Al Nord, al contrario, restano margini per quote più elevate destinate a ristorazione (6,9% nel Nord-ovest) e ad attività culturali e ricreative (4,3% nel Nord-Est, a fronte del 3,8% nazionale).
C’è poi da segnalare il dislivello tra famiglie composte esclusivamente da cittadini italiani e famiglie con stranieri: i primi spendono in media il 37,8% in più al mese. “Gli italiani spendono di più per acquistare sempre meno“, ha riassunto Furio Truzzi, presidente del comitato scientifico del Crc.
Per far quadrare i conti, le famiglie hanno dovuto riscrivere l’ordine delle priorità, mettendo mano anche a spese considerate essenziali. I dati sulle rinunce e le rimodulazioni dei comportamenti di spesa nell’ultimo anno restituiscono un quadro di forte preoccupazione rispetto al futuro.
Le spese per abbigliamento sono state tagliate dal 44% dei nuclei familiari, le vacanze e i viaggi sono stati modificati o ridotti dal 45% di essi. Anche gli esborsi per la cura della persona sono stati ridotti dal 38,2% delle famiglie italiane. Soprattutto, è grave il fatto che pure la spesa per cibo e bevande è stata compressa da una famiglia su tre e quella per la sanità da una famiglia su quattro.
Il carovita è una realtà sempre più strozzante per lavoratori e pensionati. Ad un certo punto, non basteranno più i risparmi o la casa “lasciata dai nonni”. Con una classe dominante che continua a preoccuparsi solo della guerra, l’insofferenza sociale potrebbe trasformarsi in rabbia e necessità di alternativa. Lo sciopero generale del 30 ottobre sarà di certo un appuntamento importante in questa direzione.
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