I dati provvisori diffusi dall’Istat per ottobre 2026 evidenziano un brusco rialzo dell’inflazione, che schizza al 5,4% su base annua (dal 4,2% di settembre), toccando i massimi da oltre tre anni. A spingere il dato, ancora una volta, è l’incremento dei prezzi energetici, mentre la crescita si azzera.
Nel terzo trimestre, infatti, il PIL italiano ha registrato una variazione nulla. L’impasse gela le speranze del governo di raggiungere una crescita dell’1% a fine anno, considerando che il dato acquisito per il 2026 si ferma allo 0,8%. L’indice dei prezzi ai massimi dall’agosto del 2023 è “una drammatica conseguenza” dell'”impatto delle guerre sulle materie prime energetiche“, e a dirlo è lo stesso ministro dell’Economia Giorgietti.
Il politico della Lega si scorda di dire che la responsabilità di quelle guerre è in capo agli alleati di Washington e di Tel Aviv, e che il territorio italiano è stato usato come piattaforma bellica per questi conflitti. Come al solito, la guerra “cade dal cielo” nella narrazione della classe dirigente, come non potesse farci nulla.
I beni legati all’energia segnano un balzo del 31,4%, con un picco enorme per le bollette sul mercato regolamentato, in crescita del 59,5%. Il “carrello della spesa” – beni alimentari e quelli per la cura della casa e della persona – accelera e passa da +1,5% a +2,5%, con gli alimentari non lavorati che raggiungono un +7,5%.
L’Istat conferma poi che le retribuzioni contrattuali non stanno al passo dell’inflazione, con il potere d’acquisto che rimane tuttora inferiore di oltre il 9% rispetto ai livelli del 2021. Associazioni come Confesercenti hanno lanciato l’allarme sull’ennesima fiammata inflattiva che potrebbe arrivare a bruciare fino a 1,4 miliardi di euro di vendite nell’ultimo trimestre, quello fondamentale degli acquisti natalizi.
La situazione ha spinto persino il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a esprimere preoccupazione sul tenore di vita dei cittadini, salvo poi firmare qualsiasi provvedimento che criminalizza le proteste sul tema e sostiene le politiche guerrafondaie.
Alle voci preoccupate si è aggiunta anche quella del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che richiama l’attenzione sulla possibilità di tornare ad alzare i tassi di interesse per frenare l’inflazione, scaricando ancora i costi di questa politica monetaria sui mutui pagati dai lavoratori. A segnalare il vicolo cieco in cui è incastrata questa fallimentare classe dirigente.
Il contesto nazionale si presenta come ancor più critico nel confronto con l’Eurozona. L’inflazione in Francia sale al 3,4%, in Spagna resta stabile al 4,9%, in Germania scende leggermente, ma rimane al 2,8%. Anche sul fronte della crescita il nostro paese resta fanalino di coda, facendo peggio della media europea (+0,4%). Ma la situazione è piuttosto critica ovunque, come si può evincere anche da recenti incontri europei.
Il commissario europeo all’Energia e all’Edilizia abitativa, Dan Jørgensen, a margine del Consiglio dell’Unione Europea nel formato Energia tenutosi in Lussemburgo il 29 ottobre, ha lanciato un allarme che, nonostante la portata, è passato un po’ troppo in sordina: oltre 50 milioni di cittadini comunitari rischiano di non poter riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni a causa dei costi elevati di gas e petrolio.
Jørgensen ha evidenziato come i paesi membri si trovino oggi in una posizione strutturalmente più solida rispetto allo shock energetico del 2022. I consumi complessivi di gas sono stati ridotti del 18%, la dipendenza dalla Russia è stata largamente ridimensionata e i livelli di stoccaggio continentali sono sicuri.
La crisi attuale non riguarda dunque l’approvvigionamento, bensì il potere d’acquisto. I salari vengono mangiati dall’inflazione, gli affitti sono insostenibili come dimostrano le proteste in tanti paesi europei, e i prezzi energetici e dei carburanti stanno dando il colpo di grazia ai settori popolari di mezzo continente.
Le continue tensioni sui mercati internazionali create dalle guerre imperialiste hanno portato a un petrolio che continua a gravitare sempre intorno sopra i 100 dollari a barile, mentre anche il gas ha ormai sforato i 100 euro a megawattora. Ed è da qui che deriva l’impossibilità di scaldarsi quest’inverno.
Per contrastare la volatilità dei mercati nel lungo periodo, la strategia indicata da Bruxelles è quella di un abbandono accelerato dei combustibili fossili. Peccato che sia stata la stessa UE a smantellare il proprio Green Deal, ad annacquare la spinta verso la mobilità elettrica e a piegare la propria legislazione ambientale al riarmo.
Per bocca di Jørgensen, la Commissione ha esortato i paesi UE ad adottare misure di welfare energetico mirate e temporanee per proteggere le famiglie a basso reddito. Ovviamente, però, interventi del genere sono legati a margini di bilancio che i membri non hanno, o che, se presenti, stanno spendendo nell’industria militare.
Insomma, i vertici europei hanno fatto di tutto per negare la responsabilità politica della crisi energetica, relegando a misure residuali e palliative qualche sollievo, senza dubbio inadeguato. E così le fasce più vulnerabili della popolazione si trovano sempre più spesso a dover scegliere tra l’acquisto di beni di prima necessità e il riscaldamento domestico.
L’azione della UE si è fermata qui. Ha annunciato che più di un cittadino su dieci dei suoi paesi membri dovrà patire il freddo, e questo per la classe dirigente continentale è il “giardino” in cui tutti dovrebbero sognare di vivere. L’unica priorità rimane il riarmo, nonostante la politica guerrafondaia abbia dimostrato di portare solo danni.
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