Nel suo libro “Quattro Futuri: La Vita Dopo il Capitalismo“, il direttore di Jacobin, Peter Frase, descrive quattro sistemi radicalmente diversi che potrebbero plasmare il futuro della politica e dell’economia globale: comunismo, rentismo*, socialismo e sterminismo.
Ognuno di questi è una proposta ambiziosa, ma prima che uno qualsiasi di essi si affermi, è più probabile che assisteremo a un’altra fase del capitalismo che incorporerà elementi di diversi di essi.
Questa transizione potrebbe durare fino alla metà del secolo. È improbabile che il capitalismo muoia facilmente nel breve o medio termine, eppure non può sopravvivere indefinitamente nella sua forma attuale. La trasformazione economica e politica è diventata inevitabile e il mondo intero ne sta vivendo le difficoltà.
La transizione porterà nuove alleanze e collaborazioni in evoluzione, insieme a mosse diplomatiche e militari che spesso si contraddicono a vicenda.
Rotte energetiche sotto pressione
La ricerca di equilibri temporanei nella politica globale riflette le molteplici crisi che affliggono l’economia mondiale. I dati relativi al primo semestre del 2026 offrono un quadro rivelatore.
Secondo il rapporto periodico Prospettive e Statistiche del Commercio Globale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il volume degli scambi commerciali globali ha superato le aspettative, crescendo del 3,5% nonostante le interruzioni causate dalla guerra in Medio Oriente. Le catene di approvvigionamento si sono adattate alle interruzioni nei mercati dell’energia, dei fertilizzanti e dei trasporti.
Sebbene le esportazioni di petrolio greggio dal Medio Oriente siano diminuite di circa il 24% su base annua nel primo semestre del 2026 e le esportazioni di gas naturale liquefatto siano calate del 47%, l’aumento delle spedizioni da altri fornitori ha limitato il calo globale al 6% per il petrolio greggio e a solo l’1% per il gas naturale liquefatto.
Anche i mercati dei fertilizzanti si sono adeguati grazie all’ingresso di fornitori alternativi, sebbene i prezzi rimangano elevati.
I flussi commerciali sono stati reindirizzati attraverso porti e corridoi alternativi, mentre il traffico globale di container è aumentato del 3,9% fino a luglio.
Di conseguenza, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita del commercio di merci per il 2026, portandole dall’1,9% al 3,9%, con una crescita prevista al 4,1% nel 2027.
Il boom del commercio legato all’intelligenza artificiale
La forte domanda associata agli investimenti nell’Intelligenza Artificiale ha contribuito a compensare i danni causati dalla guerra in Medio Oriente.
Semiconduttori, server e altri beni che abilitano l’Intelligenza Artificiale hanno rappresentato il 47% dell’aumento del valore del commercio globale di merci durante la prima metà del 2026. Il commercio di questi prodotti è aumentato del 67% su base annua, accelerando un’espansione già evidente nei due anni precedenti.
Tuttavia, i benefici derivanti dagli investimenti nell’Intelligenza Artificiale e dall’espansione del commercio sono stati distribuiti in modo diseguale. Il commercio di servizi e le regioni esposte ai combattimenti hanno sofferto maggiormente.
Si prevede, ad esempio, che il commercio di servizi commerciali crescerà solo del 3,3% quest’anno, un dato nettamente inferiore alla precedente previsione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio del 4,8%.
Nonostante guerre e tensioni geopolitiche, il commercio globale ha continuato a funzionare, con le catene di approvvigionamento che si sono adattate alle interruzioni e le spedizioni che si sono spostate verso rotte e fornitori alternativi.
Il commercio sopravvive alle fratture
Un nuovo modello sta emergendo man mano che l’economia mondiale si adatta alla frammentazione geopolitica. Circa un quinto del commercio globale di merci avviene tra economie geopoliticamente distanti tra loro.
I conflitti in Medio Oriente e i crescenti rischi logistici stanno rimodellando le rotte commerciali. Mentre gli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina sono diminuiti, le relazioni commerciali con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e il Messico continuano ad espandersi.
La concentrazione della produzione strategica in determinati Paesi rappresenta un’ulteriore vulnerabilità. La Cina domina la fornitura di magneti per motori elettrici, i Paesi Bassi e il Giappone occupano posizioni cruciali nella produzione di apparecchiature per semiconduttori e Taiwan rimane centrale nella produzione di microprocessori avanzati.
Eppure, al di là di questa apparente resilienza, il Fondo Monetario Internazionale individua tre principali minacce per l’economia globale: gli elevati prezzi dell’energia, il crescente debito pubblico e la rapida espansione degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale.
I costi energetici alimentano l’inflazione, mentre l’aumento del debito rende sempre più difficile il finanziamento. L’Intelligenza Artificiale promette notevoli incrementi di produttività, ma le sue enormi esigenze finanziarie introducono ulteriori rischi in un sistema già sotto pressione.
La politica dell’austerità
La prossima sfida non sarà semplicemente chi produce di più, ma chi riesce a produrre in modo più efficiente.
I guadagni di produttività derivanti dall’Intelligenza Artificiale potrebbero diffondersi rapidamente, ma relativamente pochi Paesi sono in grado di beneficiarne appieno. Le disuguaglianze che ne derivano rischiano di acuire le divisioni economiche e politiche esistenti.
Nel frattempo, il boom dell’Intelligenza Artificiale sta generando pressioni inflazionistiche. Le spese in conto capitale, che raggiungono migliaia di miliardi di dollari, insieme ai costi operativi che ammontano a centinaia di miliardi, stanno mettendo a dura prova le risorse finanziarie.
Le difficoltà di approvvigionamento di beni essenziali, dovute alle guerre in Medio Oriente e in Ucraina, potrebbero protrarsi fino al 2027. L’aumento dei rendimenti obbligazionari, inoltre, manterrà i governi con un debito eccessivo, sotto crescente pressione sui bilanci.
Le economie avanzate sono tra le più esposte. Gli shock energetici e alimentari continuano a spingere l’inflazione, mentre i programmi di elettrificazione e la crescente domanda di elettricità da parte dei centri dati mettono a dura prova i sistemi energetici.
Guerre tariffarie, spese militari e indebitamento pubblico non faranno che aumentare la pressione.
La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha sottolineato la necessità di disciplina monetaria e di decisioni fiscali difficili, poiché i governi si trovano ad affrontare queste pressioni.
Tra i Paesi che si trovano ad affrontare le maggiori difficoltà figurano Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia e Germania.
In Francia, gli sforzi per imporre tagli alla spesa e avvicinare il deficit di bilancio al limite di Maastricht del 3% del PIL hanno incontrato una forte resistenza popolare. Il potere d’acquisto si è deteriorato, i servizi pubblici ne hanno risentito e l’austerità è diventata un terreno di scontro politico.
Anche il Giappone si trova ad affrontare difficoltà economiche, con il Primo Ministro Sanae Takaichi sotto pressione per conciliare le richieste dell’opinione pubblica con i vincoli di bilancio del Paese.
La stessa battaglia tra austerità e tenore di vita si profila all’orizzonte anche in altre economie avanzate, in particolare in Europa.
Il neoliberismo raggiunge il punto di ebollizione
Il neoliberismo è sotto pressione da anni. Ora la situazione sta per precipitare. Le economie nazionali e il sistema finanziario internazionale non possono continuare indefinitamente sulle stesse basi.
Si consideri l’enorme volume del debito. Secondo l’Istituto di Finanza Internazionale, il debito globale ha raggiunto i 365.500 miliardi di dollari (326,4 miliardi di euro) nella prima metà del 2026, con un aumento di oltre 10.000 miliardi di dollari (8.930 miliardi di euro).
L’aumento dei costi di finanziamento e l’enorme fabbisogno di finanziamento pubblico hanno già scosso i mercati obbligazionari.
Il Governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, ha messo in guardia sui pericoli che corrono i governi la cui capacità fiscale è stata ridotta dalla debole crescita e dai ripetuti shock economici.
Quando i costi di finanziamento aumentano mentre la crescita si indebolisce, il debito diventa più difficile da gestire. I governi subiscono una pressione crescente per aumentare la spesa, anche se gli investitori richiedono rendimenti più elevati per finanziarla.
La fine del denaro facile
Le prospettive economiche del Fondo Monetario Internazionale di ottobre descrivono un’economia globale che rimane resiliente ma sempre più vulnerabile alle pressioni fiscali, al rinnovarsi delle tensioni commerciali e a un’inversione di tendenza nelle aspettative di investimento nell’Intelligenza Artificiale.
L’era del credito a basso costo sta volgendo al termine, ponendo fine a quasi due decenni di denaro facile.
Per gran parte del periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008, i bassi tassi di interesse hanno consentito ai responsabili politici un ampio margine di manovra. Questo contesto sta scomparendo con l’aumento dei costi del servizio del debito.
Nel frattempo, le aspettative legate all’Intelligenza Artificiale continuano a spingere al rialzo i mercati azionari. I principali produttori asiatici di microprocessori e apparecchiature correlate stanno registrando una crescita straordinaria delle esportazioni.
Tuttavia, l’entusiasmo per l’Intelligenza Artificiale è diventato eccessivo. Le valutazioni sono gonfiate dalle aspettative di utili futuri che potrebbero non concretizzarsi mai nella misura prevista dagli investitori.
La bolla dei titoli tecnologici non può espandersi all’infinito. L’unica domanda è come e quando arriverà il momento della resa dei conti.
I mercati obbligazionari sono già alle prese con pressioni strutturali intensificate dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio.
Shock climatici e crisi alimentare
La crescente interazione tra i cicli climatici naturali e l’aggravarsi della crisi climatica minaccia di aggravare i problemi di approvvigionamento alimentare mondiale.
Un El Niño intenso, un riscaldamento periodico delle acque dell’Oceano Pacifico che sconvolge i modelli meteorologici in tutto il mondo, potrebbe causare siccità prolungate, piogge eccessive e gravi danni alla produzione agricola, facendo lievitare i prezzi dei prodotti alimentari e alimentando le pressioni inflazionistiche.
I Paesi dell’America Centrale sono esposti a rischi di siccità ricorrenti, mentre le piogge monsoniche sempre più irregolari minacciano la produzione agricola in alcune zone dell’Asia.
Anche l’Europa ha subito ondate di calore intense e bassi livelli idrici, con conseguenti interruzioni della navigazione lungo importanti corsi d’acqua come il Reno e il Danubio, e una riduzione del traffico fluviale che potrebbe costare miliardi di euro.
L’impatto sui prodotti agricoli potrebbe essere considerevole, in particolare per zucchero, semi oleosi, olio di palma e riso, la cui produzione è altamente vulnerabile alla siccità e alle piogge eccessive. Per i Paesi più poveri, già alle prese con elevati costi di importazione, un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti alimentari potrebbe aggravare le carenze e rendere i beni di prima necessità sempre più inaccessibili.
Di conseguenza, il Fondo Monetario Internazionale e altre istituzioni internazionali potrebbero trovarsi ad affrontare crescenti richieste di assistenza finanziaria da parte dei Paesi che faticano a garantire un approvvigionamento alimentare adeguato.
Una tregua temporanea nelle guerre commerciali
L’indebitamento globale record e la possibilità di un altro crollo del mercato obbligazionario rimangono tra i maggiori pericoli per il sistema finanziario.
Una brusca correzione dei titoli tecnologici potrebbe aggravare il danno, innescando potenzialmente una più ampia instabilità finanziaria e persino una crisi bancaria.
Quasi nessun Paese può sfuggire agli effetti di prolungate carenze di approvvigionamento e dell’aumento dei prezzi, in particolare di energia e cibo. Con il debito globale a livelli record e i mercati finanziari sempre più vulnerabili, l’economia mondiale ha un disperato bisogno di respiro.
La guerra dei dazi tra Washington e Pechino ha subito una temporanea tregua in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, sebbene ciò che seguirà rimanga incerto. Le economie avanzate europee sono già sottoposte a forti pressioni economiche, mentre i crescenti costi della crisi climatica aggravano le loro difficoltà.
Né Washington né l’Unione Europea possono permettersi facilmente un altro scontro militare di vasta portata, per quanto avventata possa rivelarsi la loro dirigenza politica.
Sia gli Stati Uniti che la Cina hanno validi motivi per allentare la tensione, almeno temporaneamente. Una guerra commerciale incontrollata infliggerebbe ulteriori danni al commercio, agli investimenti tecnologici e alla stabilità finanziaria, mentre un periodo di relativa calma potrebbe dare alle loro economie in difficoltà un margine di manovra.
Il terreno scivoloso della multipolarità
È improbabile che il mondo si divida nettamente in due blocchi ostili come accadde durante la Guerra Fredda. Al contrario, sta emergendo una forma di multipolarità in rete più fluida e pericolosa, in cui i Paesi possono cooperare militarmente con gli Stati Uniti, mantenere relazioni economiche con la Cina e perseguire collaborazioni energetiche con la Russia contemporaneamente.
La multipolarità è diventata una necessità, ma finché non saranno stabilite le regole e gli equilibri di potere, ogni ulteriore centro di influenza comporta un altro potenziale scontro.
Anche una soluzione temporanea in Ucraina difficilmente garantirebbe una pace duratura in Europa, dove la NATO e l’Unione Europea potrebbero cercare nuove arene di confronto con la Russia, che si tratti dei Paesi baltici, della Moldavia o di Kaliningrad.
Nessuna tregua per l’Asia occidentale
Mentre le grandi potenze cercano soluzioni temporanee altrove, l’Asia Occidentale rimane un campo di battaglia, con le sue popolazioni che pagano il prezzo più alto. La geografia dell’instabilità si estende dal Marocco all’Afghanistan, da Cipro all’Iran e dalla Turchia all’Oman, ben oltre il territorio tradizionalmente associato al cosiddetto “Progetto del Grande Medio Oriente” di Washington.
Anche il Corno d’Africa è entrato a far parte di questi calcoli, con Etiopia, Eritrea, Somalia, Puntland, Somaliland e Gibuti coinvolti nella lotta per le rotte marittime, le posizioni militari e i corridoi commerciali. L’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, firmato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan in agosto, riflette la crescente dipendenza dagli accordi militari regionali.
Il patto è stato attivato in ottobre nel contesto del rinnovato confronto tra Arabia Saudita e Yemen, sebbene Ankara abbia escluso l’invio di truppe a sostegno di Riad, offrendo invece supporto difensivo. L’Imperialismo Occidentale si sta rivolgendo sempre più alle potenze regionali per controllare la regione e salvaguardare i propri interessi, lasciando ai suoi “gendarmi” appena nominati il compito di togliere le castagne dal fuoco.
Notti insonni nei palazzi
In tutto il Medio Oriente, si stanno elaborando piani per nuovi gasdotti, ferrovie, autostrade e corridoi commerciali per aggirare gli Stretti di Hormuz e Bab al-Mandab. Persino i confini entrano a far parte dei calcoli, mentre le potenze regionali rivalutano le proprie posizioni e si preparano a ulteriori sconvolgimenti.
L’Asse della Resistenza non è stato distrutto e l’Arabia Saudita ha faticato a sottomettere le Forze Armate Yemenite allineate ad Ansarallah, nonostante anni di interventi militari.
Il Bahrein rimane vulnerabile a nuove rivolte tra la sua maggioranza Sciita, mentre il Libano si trova ad affrontare la minaccia di un’altra guerra interna. Le tensioni persistono intorno a Cipro e Israele e Turchia sono impegnate in un’aspra lotta per l’influenza in Siria, dove interessi contrastanti si intersecano sempre più con i piani per nuovi corridoi energetici.
A Damasco, il Presidente siriano autoproclamato Ahmad al-Sharaa, ex capo di Al-Qaeda noto come Abu Mohammad al-Julani, è tirato in direzioni diverse dalle potenze regionali e internazionali. Resta da vedere per quanto tempo riuscirà a rimanere al potere, destreggiandosi tra le loro esigenze contrastanti.
Nel frattempo, le monarchie del Golfo hanno investito somme ingenti nella trasformazione delle loro economie, da centri di esportazione energetica a poli di eccellenza per la tecnologia finanziaria, l’Intelligenza Artificiale, le infrastrutture dati, il settore immobiliare e il commercio internazionale.
Le loro ambizioni, sostenute da investimenti per migliaia di miliardi, si scontrano ora con le conseguenze di una guerra che ha messo a nudo la vulnerabilità delle infrastrutture stesse su cui si basano i loro piani di diversificazione.
Avendo già subito perdite considerevoli, i sovrani del Golfo potrebbero dover attendere un’altra primavera per realizzare le loro ambizioni post-petrolifere. Nei loro sontuosi palazzi, i Re e gli Emiri del Golfo dormono ora nell’inquietudine, temendo una rivoluzione interna e attacchi missilistici dall’estero.
(** Il rentismo (o capitalismo rentista) è un sistema economico e sociale in cui il reddito principale non deriva dal lavoro produttivo, dall’innovazione o dalla creazione di beni e servizi, ma dallo sfruttamento di posizioni di vantaggio, di proprietà o di rendite finanziarie.
** Lo sterminismo (o tesi sterminazionista) è il termine storiografico utilizzato per indicare la tesi scientifica secondo cui lo Stato Nazista programmò e attuò deliberatamente lo sterminio sistematico e di massa degli ebrei (la Shoah) e di altre minoranze durante la Seconda Guerra Mondiale)
* Suleyman Karan dopo essersi diplomato all’Istituto Galatasaray, ha completato gli studi universitari presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Istanbul. Ha lavorato come caporedattore di Pazar Postası e Posta Daily. È stato caporedattore delle riviste Hürriyet BusinessWeek e Platin, nonché coordinatore editoriale di Yurt Daily. Collabora con Gazeteduvar come giornalista economico. – Traduzione: La Zona Grigia – Fonte: https://thecradle.co/articles-id/40676
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