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Criminalità politica

 

Se la maggioranza soffre per l’ex fiduciario del ministro dell’economia Tremonti, Marco Milanese, e per il cosiddetto “imprenditore” Tarantini (quello che portava a Berlusconi le fanciulle quando stava a Roma, mentre Lele Mora provvedeva sulla piazza milanese), il Pd è in ambascie per la rovinosa caduta dell’astro nascente Filippo Penati, boss milanese che ha già trascinato con sé per “legittimo sospetto” tutto il gruppo dirigente meneghino.

Non c’è molto da commentare. Qualsiasi idea di “pubblico interesse”, “sistema paese”, condizioni di vita della popolazione, sviluppo e occupazione, ecc, sono totalmente estranei al complesso dei raggruppamenti – sarebbe insultante per il concetto chiamarli “partiti” – he si alternano nelle stanze del potere.

Il problema è mettere tutta questa gente completamente da parte. Nemmeno in galera (non siamo giustizialisti). In fonderia, magari, con un Marchionne come capo.

 

Le ultime deprimenti notizie.

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Il caso tarantini – D’Addario  – Berlusconi

Gianpaolo Tarantini, 36 anni, e sua moglie Angela Devenuto, 34ennne, arrestati a Roma. Latitante l’ex direttore dell’Avanti! Valter Lavitola, 38 anni. Il reato ipotizzato sarebbe estorsione ai danni del premier Silvio Berlusconi. Questa volta ad indagare è la procura di Napoli, che ha chiesto e ottenuto un’ordinanza di custodia cautelare dal gip Amelia Primavera. Tarantini è stato al centro dell’inchiesta sul giro di escort svelato da Patrizia D’Addario alla procura di Bari. E nell’ambito di quella vicenda fu già arrestato e detenuto per diverse settimane.

LE PAURE DI TARANTINI – La chiave dell’inchiesta sarebbe la paura di Berlusconi. Tarantini ha sempre sostenuto che il premier non era a conoscenza del fatto che le ragazze ospitate nelle sue dimore romane e sarde fossero state pagate. Affinché non modificasse questa versione, l’imprenditore barese avrebbe ottenuto mezzo milione di euro e forse uno stipendio mensile. Non una bugia secondo l’imprenditore, tant’è che al telefono ripete più volte che «quella è la verità». Secondo l’accusa, però, sarebbe stato indotto dai pagamenti a scegliere la strada del patteggiamento nel procedimento sul favoreggiamento della prostituzione in corso a Bari. Un modo per salvare il premier da un altro processo pubblico, con conseguente diffusione di un gran numero di intercettazioni telefoniche dal contenuto hard.

IL RUOLO DI LAVITOLA – Al centro delle indagini ci sarebbero cinquanta conversazioni intercettate, tra Tarantini e sua moglie e Lavitola, personaggio che negli ultimi mesi appare e scompare in diverse vicende tra il politico e il giudiziario, dal caso della villa a Montecarlo di Fini alla cosiddetta P4. L’estorsione ai danni del Cavaliere consisterebbe in un versamento di 500 mila euro a Tarantini e di altre somme versate ogni mese per un totale di 20mila euro. Ma il sospetto della Procura è che Lavitola in questa situazione non abbia agito in modo trasparente, trattenendo per sé 400 dei 500 mila euro che avrebbe dovuto veicolare a Tarantini. Una ricostruzione che sembra essere giustificata da alcune telefonate con il direttore dell’Avanti! e di quest’ultimo con diversi suoi collaboratori.

LA VERSIONE DI BERLUSCONI – Il presidente del Consiglio non ha negato i pagamenti. Ma smentisce decisamente l’estorsione e il ricatto. Il 25 agosto scorso, con il diffondersi delle prime indiscrezione, il premier ha infatti dichiarato a Panorama, nel numero scorso che anticipava la notizia: «Ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si è trovata e si trova in gravissime difficoltà economiche. Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così e nulla muterà il mio modo di essere».

INDAGINI ANCORA IN CORSO – Le indagini sulla presunta estorsione ai danni di Silvio Berlusconi «sono tuttora in pieno svolgimento, anche con perquisizioni domiciliari», spiega in una nota il procuratore aggiunto di Napoli Francesco Greco. Secondo il quale le indagini stesse sono state «fortemente compromesse dalla criminosa sottrazione di numerosi e rilevanti contenuti della richiesta cautelare ad opera di ignoti, cui ha fatto seguito nei giorni scorsi la pubblicazione degli stessi su alcuni giornali nazionali». Greco ha spiegato che l’indagine sulla presunta estorsione nasce dall’inchiesta su alcune società del gruppo Finmeccanica, «dove Valter Lavitola (direttore ed editore de L’Avanti!, ndr) sembra svolgere non meglio definite attività di consulenza». Gli esiti delle investigazioni della sezione criminalità economica della procura sono poi confluiti nelle indagini della sezione reati contro la pubblica amministrazione riguardanti lo stesso Lavitola e altri indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P4, che vede coinvolti tra gli altri il parlamentare del Pdl Alfonso Papa e l’uomo d’affari Luigi Bisignani.

dal Corriere della sera

 

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Il gip Amelia Primavera ha accolto quindi la richiesta di custodia cautelare avanzata dai pm Henry John Woodcock 3, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli nell’ambito dell’inchiesta sul giro di escort svelato da Patrizia D’Addario alla Procura di Bari che vede indagato anche l’editore e direttore de L’Avanti!, Valter Lavitola. Un’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stato emessa anche nei suoi confronti, ma l’editore si è reso irreperibile, quindi latitante. Lavitola si troverebbe da diverso tempo all’estero. Gli indagati sono in tutto cinque.

Le indagini “sono tuttora in pieno svolgimento, anche con perquisizioni domiciliari”, rende noto la procura di Napoli. Tutto ciò, si legge in una nota a firma del procuratore aggiunto Francesco Greco, malgrado le indagini stesse siano state “fortemente compromesse dalla criminosa sottrazione di numerosi e rilevanti contenuti della richiesta cautelare ad opera di ignoti, cui ha fatto seguito nei giorni scorsi la pubblicazione degli stessi su alcuni giornali nazionali”. Il riferimento è alle anticipazioni uscite la settimana scorsa su Panorama, e poi riprese dagli altri media.

Secondo le tesi degli inquirenti infatti, così come anticipato il 25 agosto dal settimanale di proprietà del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Tarantini avrebbe ricevuto un compenso per mentire circa la consapevolezza del premier che l’imprenditore avesse portato a Palazzo Grazioli escort. Tarantini, a sua volta, sarebbe vittima di un raggiro di Lavitola, che dei 500 mila euro avrebbe trattenuto 400 mila euro per impiegarli in operazioni finanziarie in tutta Italia. Nella versione di Panorama, l’indagine dei pm Curcio, Woodcock sarebbe stata imperniata su intercettazioni telefoniche 5 molto recenti che riguarderebbero conversazioni di Lavitola con Tarantini o con la moglie dell’imprenditore.

Per gli inquirenti, esistono “gravi e consistenti indizi”, scrive il procuratore aggiunto Francesco Greco, su dazioni di denaro contante o benefici economici (quali ad esempio il pagamento di spese legali o dell’affitto di casa, nonché incarichi di lavoro) ripetuti, dissimulate o non trasparenti e con l’intervento di Lavitola, dal premier Silvio Berlusconi a Giampaolo Tarantini o alla moglie Angela Devenuto, che ora devono rispondere di estorsione ai danni del presidente del Consiglio dei Ministri.

I coniugi Tarantini, secondo quanto emerge dall’inchiesta, avrebbero ottenuto dal premier non solo somme di denaro ma anche impieghi e altri incarichi di lavoro, il canone di locazione di una casa e il pagamento di spese legali. Lavitola, secondo l’accusa, avrebbe concertato con l’imprenditore barese “le iniziative processuali più idonee per costringere Berlusconi al pagamento di ulteriori somme”.

Nella ricostruzione di Panorama, Tarantini avrebbe ricevuto il denaro per dichiarare al processo istruito a Bari che il premier non sapeva di ospitare escort retribuite dall’imprenditore. “Pagato per mentire? No, perché al telefono Tarantini ribadisce più volte che quella è la verità”, sosteneva il settimanale. I 500 mila euro, si leggeva ancora nel resoconto, dovevano servire “soprattutto” a convincere l’imprenditore pugliese a scegliere il patteggiamento per evitare un processo pubblico e la conseguente pubblicazione di “intercettazioni telefoniche ritenute imbarazzanti” che avrebbe danneggiato il premier.

Nel settimanale di Berlusconi c’era anche una dichiarazione del premier: “Ho aiutato una persona (Tarantini ndr) e una famiglia con bambini che si è trovata e si trova in gravissime difficoltà economiche. Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così e nulla muterà il mio modo di essere”. L’avvocato Nicola Quaranta, legale di Tarantini con l’avvocato Giorgio Perroni, contattato da Repubblica spiegò allora che l’imprenditore non aveva presentato alcuna richiesta di patteggiamento nel filone escort: “È nostro interesse leggere e conoscere tutti gli atti. Attendiamo l’avviso di conclusione delle indagini per guardare le carte e fare le nostre valutazioni”.

da Repubblica

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Il caso Penati

La diversità etica della sinistra «storicamente è esistita. La sinistra più di ogni altra ha posto la questione morale come architrave dell’agire politico. Ultimamente la diversità etica è molto scemata. La politica si è persa nei palazzi e l’affarismo l’ha corrotta. Il sistema degli affari funziona allo stesso modo a destra e a sinistra». Lo afferma, in un’intervista a ‘La Repubblicà, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. «Mi irrita la sorpresa che mostrano i leader di partito di fronte ai casi Bisignani, Penati e quant’altro – prosegue – Penati era il capo della segreteria di Bersani. Bisignani l’uomo di fiducia di Gianni Letta a Palazzo Chigi. I leader sanno sempre benissimo quel che accade nel loro cerchio stretto. Sono stato ai vertici di un partito, ho trattato con i miei referenti in altre forze politiche, lo so». «Del resto – aggiunge – sui casi di corruzione e concussione i partiti non sono mai arrivati per primi. Non c’è stato uno che abbia di sua iniziativa bonificato situazioni opache. È stata la magistratura, sono stati i movimenti di cittadini a sollevare i casi».

Sull’idea del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che suggerisce il limite dei due mandati per una nuova classe dirigente, De Magistris si dice d’accordo «come principio di carattere generale, ma in politica le regole burocratiche non sempre funzionano. La questione morale non si risolve solo così». Sul futuro del governo e dell’attuale maggioranza, de Magistris afferma: «temo che si andrà a fine legislatura. Questo governo è in grande difficoltà ma ha paura di perdere le elezioni. Del resto il centrosinistra non è ancora pronto ad avanzare un’alternativa credibile a Berlusconi: nè come modello, nè come leadership. Andare a votare non conviene a nessuno». De Magistris dice che, nel caso ci fossero le primarie del centrosinistra non si candiderebbe perchè «voglio fare il sindaco» ma conclude: «vorrei contribuire a creare un movimento politico organizzato che sappia tenere insieme elementi della politica e dei movimenti».

(da AdnKronos)

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“Così Penati restituì a Di Caterina due milioni e mezzo di tangenti”

SANDRO DE RICCARDIS e WALTER GALBIATI

Di “profili palesi e profili riservati” della vendita del 15% di azioni Serravalle, aveva parlato in procura Piero Di Caterina, imprenditore dei trasporti e grande accusatore di Filippo Penati. Sugli aspetti oscuri dell’operazione che nel 2005 consegnò alla Provincia la maggioranza della società, i pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia vogliono vederci chiaro e hanno nominato un commercialista per rileggere l’intero fascicolo dell’operazione Serravalle e capire se qualcosa di illecito si nasconde dietro la supervalutazione delle azioni.

Nel 2005 la Provincia, guidata da Penati, acquistò da Gavio il 15% del capitale della società autostradale, pagando 8,9 euro ciascuna azione che l’imprenditore aveva invece acquistato a 2,9 euro. Su quella vendita che garantì al socio privato una plusvalenza di 179 milioni, la procura di Milano ordinò una perizia che giudicò “congruo” il prezzo, mentre la Corte dei Conti parlò di operazione “priva di qualsiasi utilità”.

Ora la procura di Monza, che indaga sul giro di tangenti del “Sistema Sesto”, ha acquisito la relazione della Corte dei Conti e iscritto nel registro degli indagati il manager di Banca Intesa Maurizio Pagani per aver partecipato agli incontri per definire “il sovrapprezzo da pagare a favore di Penati e Vimercati”. Di Caterina aveva raccontato agli inquirenti di aver saputo direttamente dall’ex presidente della Provincia Penati, che “l’acquisto della partecipazione gli avrebbe consentito di restituire i soldi”, circa 2,5 milioni di euro, che negli anni l’imprenditore aveva prestato al politico. Di “guadagno dall’operazione, ricevuto da Penati a Montecarlo, Dubai e Sudafrica” aveva saputo, sempre Di Caterina, da Giordano Vimercati, il braccio destro dell’ex sindaco di Sesto.

Secondo l’accusa, per essere risarcito del denaro che aveva “prestato” al leader lombardo del Pd, viene redatta una finta compravendita tra Di Caterina e Bruno Binasco, manager del gruppo Gavio, con una clausola che garantiva all’imprenditore due milioni di euro se la vendita non fosse andata in porto. “Binasco ha aggiunto la postilla a mano – ha detto ai pm Di Caterina – ho avuto la sensazione che volesse chiudere il contratto nel senso di pagare la caparra e sganciarsi da altri impegni, altrimenti quella clausola non avrebbe alcun senso”. Per questa operazione, conclusa nello studio dell’architetto Renato Sarno, Binasco è indagato per finanziamento illecito ai partiti, perché i due milioni sarebbero stati pagati dal manager a Di Caterina per conto di Penati.

In un altro filone dell’inchiesta, invece, è indagato Michele Molina, ingegnere del gruppo Percassi, amministratore delegato di Api, società del gruppo che si occupa della progettazione di grandi centri commerciali, come l'”Idroscalo center”, in costruzione a Segrate. Il gruppo Percassi risulta tra i principali finanziatori di Fare Metropoli, la fondazione di Penati, attraverso la quale – è il sospetto della procura – sarebbero arrivati fondi per decine di migliaia di euro per finanziare le campagne elettorali del politico.

Prima di Ferragosto la Finanza ha acquisito la documentazione contabile e statutaria della fondazione nello studio del commercialista dell’associazione, Carlo Angelo Parma, e nella sede della fondazione stessa. Tra i finanziatori, anche Renato Sarno, indagato nell’inchiesta di Monza, indicato da Di Caterina come “collettore e gestori degli affari di Penati e Vimercati”, nonché come l’uomo che avrebbe portato all’estero i fondi neri ottenuti con l’acquisto di Serravalle.

La procura vuole capire se dietro i bonifici alla fondazione Fare Metropoli si nascondano vere e proprie tangenti, dato che molti dei finanziatori – banche, società, persone fisiche – hanno avuto appalti e contratti dalla Provincia e dalle sue società negli anni della gestione di centrosinistra.

Intanto, l’inchiesta va avanti anche sul fronte degli episodi di corruzione per pratiche edilizie in Comune. Nell’inchiesta risulta indagato per finanziamento illecito ai partiti anche il segretario del comune di Sesto, Marco Bertoli, indicato da Di Caterina come “uno dei tre uomini che contano in Comune, insieme al sindaco Giorgio Oldrini e l’assessore all’edilizia Pasqualino Di Leva”, quest’ultimo arrestato. E per chiarire le dinamiche dell’approvazione delle pratiche, oggi tornerà in procura Nicoletta Sostaro, la responsabile dello sportello Edilizia di Sesto.

Da Repubblica

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Il caso Milanese – Tremonti

I pm: tre al mese, svuotate le cassette di sicurezza

NAPOLI – Le cassette di sicurezza di Marco Milanese potrebbero essere state svuotate qualche mese prima della richiesta di arresto presentata alla Camera dal giudice di Napoli. Nell’ultimo anno il deputato del Pdl ed ex consigliere politico del ministro Giulio Tremonti, ha avuto accesso al caveau delle banche almeno tre o quattro volte al mese, e secondo i pubblici ministeri in quelle occasioni potrebbe aver «movimentato» soldi in contanti oltre ad aver occultato alcuni documenti che riguardavano gli accertamenti avviati sulla sua attività. L’elenco delle «visite» sarà trasmesso la prossima settimana alla giunta di Montecitorio che la prossima settimana si pronuncerà sulla sua cattura. La riunione è già stata fissata per il 7 settembre e in quella occasione i magistrati napoletani metteranno a disposizione dei parlamentari nuovi verbali di interrogatorio, in particolare quello del generale Cosimo D’Arrigo, l’ex comandante della Guardia di Finanza diventato testimone d’accusa contro Milanese, oltre all’ultima relazione sulle sue disponibilità finanziarie. Carte processuali per ribadire la necessità che Milanese entri in carcere per evitare la reiterazione del reato e l’inquinamento delle prove, così come sottolineato nell’ordinanza di custodia cautelare.

Denaro e gioielli
Era stato proprio Milanese, poco dopo l’arrivo in Parlamento del provvedimento del giudice, a sollecitare i deputati ad accogliere la richiesta del sostituto procuratore Vincenzo Piscitelli di esaminare sei cassette di sicurezza a lui intestate e acquisire i tabulati telefonici «per ricostruire i rapporti da lui intrattenuti con esponenti della Guardia di finanza». Il braccio destro del ministro dell’Economia è stato ufficiale delle Fiamme Gialle fino al 2002 e l’accusa è convinta che proprio grazie al legame con alcuni ex colleghi sia riuscito a ottenere notizie riservate sulle indagini in corso. Comprese quelle che lo riguardano. Circostanza che lui ha invece sempre negato. «Non ho niente da nascondere – ha spiegato, seguendo la linea di difesa concordata con gli avvocati Franco Coppi e Bruno Larosa – dunque voglio che siano esaminate le cassette e analizzate le mie telefonate, per svelare i miei contatti».
La relazione consegnata dai poliziotti della Digos disegna un quadro ben diverso. Nell’informativa sono annotate tutte le volte che Milanese si è recato nei caveau degli istituti di credito. E si evidenzia come una delle «visite» sia avvenuta il giorno successivo all’arresto di Paolo Viscione, l’imprenditore che poi si è trasformato nel principale accusatore del deputato Pdl raccontando di avergli consegnato soldi e gioielli. In quell’occasione – questo è il sospetto – Milanese potrebbe aver portato via denaro contante, ma anche documenti che avrebbero potuto dimostrare lo stretto legame finanziario che aveva proprio con Viscione. Incrociando le date degli accessi effettuati e le testimonianze sulla consegna delle «mazzette» sarebbero emerse nuove convergenze, suffragando l’ipotesi che quei forzieri servissero proprio a nascondere i soldi ottenuti illecitamente e che siano stati «ripuliti» poco dopo l’avvio delle indagini, tenendo conto che Milanese era consapevole di essere «coperto» rispetto a eventuali perquisizioni proprio grazie al suo incarico di parlamentare.

Nomine e potere
Per dimostrare come Milanese continuasse a esercitare il proprio potere sulla Guardia di Finanza, ma anche sulle aziende di Stato che avrebbero nominato i dirigenti da lui indicati disposti a versargli soldi e altre utilità, i pubblici ministeri trasmetteranno alla Camera alcuni verbali di interrogatorio. In particolare quello del generale D’Arrigo. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nei giorni della polemica scatenata da Tremonti quando aveva parlato di «cordate» interne alla Guardia di Finanza, l’alto ufficiale ora in pensione aveva negato guerre interne e affermato: «Con tutto il rispetto per la professionalità che chiunque gli riconosce, posso dire che Tremonti non aveva il tempo per occuparsi della Guardia di Finanza e ha commesso l’errore di delegare quasi in toto la gestione del Corpo. Milanese era a volte il “perno” attorno a cui ruotavano i rapporti tra noi e il ministero, a volte era il “diaframma”, altre diventava o rappresentava una sorta di sbarramento… Certamente una distorsione… ».
Di fronte ai magistrati avrebbe rincarato la dose evidenziando come «Tremonti concesse a Milanese un enorme potere, facendo sì che a volte il vertice potesse sentirsi quasi esautorato». Un’influenza che – è questa la tesi dell’accusa – il parlamentare Pdl avrebbe poi sfruttato per i propri interessi personali. E adesso si continua a indagare sulle modalità di assegnazione e di pagamento della casa al centro di Roma che ospitava anche Tremonti e sui rapporti con i vertici della Sogei, la società controllata dal ministero dell’Economia dove Milanese sarebbe riuscito a orientare nomine e appalti.

Fiorenza Sarzanini

dal Corriere della sera

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Il caso Scajola

 

Indagato Anemone per la casa di Scajola

L’appartamento con vista sul Colosseo comprato dall’ex ministro Claudio Scajola

PAOLO FESTUCCIA

ROMA
Il politico e l’imprenditore. L’accusa è finanziamento illecito a un parlamentare e i protagonisti sono l’ex ministro Claudio Scajola e l’imprenditore Diego Anemone. Nel centro, naturalmente, è ancora una volta l’appartamento con affaccio sul Colosseo. Cambia la Procura, stavolta Roma e non Perugia (La procura umbra aveva inviato il fascicolo a Roma), ma non la sostanza delle indagini. Secondo gli inquirenti, infatti, sarebbe stato proprio Anemone (indagato a Roma), l’imprenditore della «cricca», a fornire all’ex ministro ligure la maggior parte dei fondi necessari all’acquisto dell’immobile in via del Fagutale 2 a Roma. Insomma, l’inchiesta va avanti. Scajola parla di tormentone, ma ora i magistrati romani, Ilaria Colò e Carlo Felici, ritengono di aver ricostruito e individuato anche i canali attraverso i quali sono stati reperiti i fondi necessari, che furono poi versati dall’architetto Angelo Zampolini, uomo di fiducia di Anemone, alle sorelle Papa che vendettero l’appartamento al Colosseo.

Ed, infatti, le anziane ex proprietarie dell’immobile, Beatrice e Barbara Papa saranno ascoltate il prossimo 6 settembre proprio dai pm di Roma. Identica sorte per l’architetto Zampolini, che nell’operazione secondo gli inquirenti consegnò i 900mila euro per l’acquisto in assegni circolari.

«Al momento – osserva però il legale di Anemone, Cesare Placanica – non abbiamo ancora ricevuto nessun avviso a comparire né per il 6 settembre né per altra data». Di certo, allo stato, c’è il fatto che l’interrogatorio di Scajola fissato per il prossimo 21 settembre potrebbe anche saltare per via di un’articolata memoria di parte che i difensori dell’ex ministro si appresterebbero a depositare. Ma al di là delle strategie giudiziarie, la nuova azione dei pm, comunque, dà loro l’opportunità di allungare i tempi della prescrizione. Il reato contestato, infatti, prevede una perseguibilità a partire fino a sette anni e mezzo dal fatto (se non interviene alcun atto interruttivo). L’acquisto della casa è del 2004 (secondo quanto accertato prima dalla Procura di Firenze nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti del G8, e poi da quella di Perugia l’appartamento in realtà fu pagato 1,7 milioni di euro e 900mila di questi furono pagati con 80 assegni circolari), mentre i lavori di ristrutturazione sono del 2006.

«Quando l’altro giorno è arrivata la notizia che sono stato indagato, mi sono chiesto torno? Parlando con mia moglie racconta a Il Messaggero Scajola da Creta dove è in vacanza – ci siamo detti: no, restiamo qui in pace ancora per qualche giorno. Non dobbiamo rovinarci le vacanze per questa storia, che è sempre la stessa storia. Un vero tormentone. Tra poco torno, vado in Procura e darò tutte le spiegazioni sulla vicenda della casa, che finora non ho dato perché nessun magistrato me le ha chieste». Innocente, dunque? «Ma certo – spiega Scajola – e lo dimostrerò, non sono un corrotto».

Oltre all’ex ministro Scajola, dimessosi a seguito dell’indagine nel maggio dello scorso anno, tra gli indagati figurano altri 26 nomi, gli stessi di Perugia. Lo scorso 5 maggio i pm del capoluogo umbro hanno chiesto il rinvio a giudizio per 19 persone, tra cui Anemone, l’ex capo della protezione civile, Guido Bertolaso, l’ex capo dei lavori pubblici, Angelo Balducci e il provveditore alle opere pubbliche, Fabio De Santis.

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