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Renzi gira a vuoto, le battute non bastano

Senza essere ottimisti, perché non ce n’è motivo, vista la debolezza comatosa in cui versa il mondo dell’”alternativa” in Italia e in Europa. Però va colto il momento “no” dell’ex fenomeno Renzi.

La prima settimana del semestre italiano è iniziata all’insegna dello scontro senza precedenti tra il neo-premier, nonché conducator semestrale dell’Unione Europea, con i maggiorenti della stessa Ue. E segnatamente con il ministro dell’economia teutonica Wolfgang Schaeuble e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. E sarà anche vero che il burbero banchiere centrale è uscito parecchio dal suo sentiero parlando direttamente contro il presidente di turno della Ue, e per di più dallo sconveniente pulpito di un convegno di partito (la Cdu, ci mancherebbe), cui un “tecnico indipendente” non dovrebbe neppure avvicinarsi; ma i toni usati da Renzi in questo battibecco sono stati decisamente fuori ordinanza per uno nella sua posizione. In evidente difficoltà per i dati economici sfavorevoli (il Pil sotto zero, la “crescita” rinviata a data da destinarsi, il Fiscal Compact che s’avvicina, la disoccupazione che aumenta, ecc), ha usato argomenti da euroscettico di vecchia data (“l’Europa è dei cittadini, non dei banchieri”, o peggio ancora dei “burocrati”). Come se fosse ignaro della genesi dell’Unione Europea. La quale non è affatto quel paradiso disegnato dagli spot Rai (il Minculpop era una banda di dilettanti, al confronto), ma un apparato burocratico-amministrativo disegnato da una valanga di accordi intergovernativi superdettagliati al cui interno riescono a muoversi con qualche certezza soltanto burocrati di altissima specializzazione. Un parto di quel metodo che Padoa Schioppa – uno dei massimi esponenti di quella burocrazia – definì “dispotismo illuminato”.

Naturalmente Renzi non può essere così ignorante. Quindi bisogna per forza pensare che la difficoltà oggettiva l’abbia spinto ad assumere – temporaneamente, magari soltanto per l’occasione – la retorica “populista” che è stato chiamato a combattere. Un estremo tentativo di giocare tutte le parti esistenti in questa tragicommedia, da quella di “leader responsabile” a quella di masaniello anti-burocrazia. Un gioco che può funzionare nel ristretto teatrino italiano, ma che è esplicitamente vietato nel consesso continentale. Non caso un vecchio ma abilissimo funzionario di Bankitalia, come Angelo Di Mattia, ha bastonato il giovincello di Pontassieve sottolinenado come questa volta gli sia “ mancato un po’ di Ulisse e un po’ di Minerva”. Poca furbizia e ancor meno intelligenza, dunque.

 

L’impressione che qualcosa si stia rompendo nella gioiosa macchina da guerra della comunicazione renziana è confermato dai rabbuffi che gli cominciano ad arrivare anche dal “salotto buono” (si fa per dire…) del capitale nazionale, il Corriere della sera. Dove il solitamente compassato Michele Ainis si esercita in una critica bonaria, quindi ancor più sfottente, del pasticcio creato intorno alle “riforme istituzionali” – a cominciare da modifica del Senato e legge elettorale – dove il massimo della disponibilità al “dialogo costruttivo” da parte di tutti i principali schieramenti politici fa da contraltare l’ottusa supponenza dei giovani “cuochi” messi al lavoro: “nessuno può cucinare le riforme in solitudine. Mentre i 5 Stelle aprono al Pd, mentre Berlusconi offre collaborazione, sarebbe un delitto se il governo vedesse solo il proprio ombelico. Ma dopotutto, basta regalare al cuoco un paio d’occhiali”. Strano che da palazzo Chigi non sia ancora arrivata risposta altrettanto pepata…

 

In questo attimo sospeso di incertezza, quando la marcia che sembrava inarrestabile dà segni di affanno, bisogna dar atto ai grillini di aver evidenziato al massimo la fuffa piddina sulle “riforme” e non solo. È bastato che accettassero di sedersi al tavolo e “fare aperture” così grandi da far pensare quasi a una resa senza condizioni, per costringere i ggiovani garruli renziani a chiudersi a riccio e rifiutare qualsiasi mediazione.

Tecnicamente, l’appiglio escogitato dalla delegazione piddina per annullare l’incontro di oggi sulle “riforme” è risibile: il M5S avrebbe “dovuto” inviare una lettera scritta, elencando nero su bianco i punti di “disponibilità” vera in fatto di legge elettorale. E uno si deve chiedere: ma non eravamo nell’era della “politica smart”, dove i titoli e il messaggio contavano più dell’articolato di legge o del decreto attuativo? Non era Renzi – e tuti i suoi boys – l’incarnazione vivente che “il fare” non si può attardare in giochetti su carta scritta? E ora un “dialogo costruttivo” incardinato in Parlamento e su tutti i media mainstream si ferma perché qualcuno non ha scritto col sangue la sua bozza di contratto?

Il “vaffanculo” questa volta è arrivato davvero “a cecio”. Lo diciamo noi, che certo non siamo mai stati teneri col comico genovese “precipitato” in politica.

Ma anche questo rimanda alla debolezza renziana, improvvisamente in primo piano. La scommessa fatta sul suo conto dal capitale multinazionale è di una chiarezza da manuale: rovesciare gli assetti istituzionali italiani concentrando il potere nell’esecutivo (che – col combinato di sposto di Italicum e svuotamento del Senato – potrebbe persino scegliersi il Presidente della Repubblica con cui sostituire “Re Giorgio”), sciogliere nell’acido il potere di contrattazione dei lavoratori, mettere a disposizione degli (eventuali) investimenti multinazionali il patrimonio produttivo pubblico e privato di questo paese.

Compito già assegnato ai precedenti “governi della Troika”, si dirà. Esatto. La specificità di Renzi & co. stava nel fatto che questo programma doveva esser realizzato con il massimo consenso popolare, nonostante grondi da ogni lato lacrime e sangue per il 90% della popolazione. Cosa rivelatasi impossibile per Monti e Letta.

La gioiosa macchina da guerra comunicativa gira a vuoto da una settimana. È presto per dire se si è davvero inceppata, se qualche biella fondamentale si sia fusa. Se insomma la realtà della crisi stia già ora mettendo sabbia negli ingranaggi.

Quel che sappiamo per certo è che il “semestre europeo a guida italiana” deve essere l’occasione in cui il movimento reale della classe deve trovare l’unità e la forza per mettere in ginocchio questo meccanismo infernale. Altrimenti dalla crisi precoce del renzismo ci si potrà attendere soltanto una “uscita” ancora peggiore del triste presente.

 

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