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Renzi tra corporativismo e “complotto”

Ora che comincia a sentire vento freddo salire dal paese reale, tra manifestazioni sempre più frequenti di contestazione alla sua persona (e alle sue politiche, naturalmente), scioperi fatti e programmati, vertenze aperte e polemiche puntuali sui suoi “decreti”, Renzi dà il peggio di sé. Si mostra molto più corporativo e di destra, meno “moderno” e innovatore. Persino meno “europeo” e un po’ più “vecchio sistema di potere italiano”.

Scaldato dai suoi amati industriali, nella Brescia un tempo “capitale del tondino”, ha infatti rispolverato il lessico corporativista e avanzato persino una sua personalissima “teoria del complotto”. Sentiamolo:

“Dobbiamo evitare un rischio pazzesco: c’è un disegno per dividere il mondo del lavoro“. Ma “non esiste una doppia Italia, dei lavoratori e dei padroni: c’è un’Italia unica e indivisibile e questa Italia non consentirà a nessuno di scendere nello scontro verbale e non solo, legato al mondo del lavoro”.

Il “siamo tutti nella stessa barca” – lavoratori e padroni – diventa così un ordine perentorio all'”unità nazionale” sotto il suo comando. E’ del resto il principio base di ogni teoria corporativa, che ha avuto la sua più compiuta espressione nel fascimo storico (è da ricordare che Amintore Fanfani, cui Renzi è stato paragonato più volte, era stato per l’appunto docente di “economia corporativa”).

Peggio ancora. E’arrivato all’oscenità dicendo:

“Non si può sfruttare il dolore dei cassintegrati, dei disoccupati, dei precari” (per attaccare il governo, ndr)

Andrebbero insomma “lasciati soffrire in pace”, senza curarsi né delle persone fisiche né delle cause di quelle sofferenze. Ci pensano già imprese e governo; che bisogno c’è di altri soggetti (sindacati, associazioni, partiti, movimenti)? Se qualcuno pretende di organizzarli e rappresentarli, dunque, sarebbe “uno sfruttatore del dolore altrui”.

Questo aumento della vis polemica contro chiunque si opponga alle politiche del governo – che vengono elaborate a comando della Commissione Europea – fa presagire che la “linea delle manganellate” verrà ribadita con forza nelle prossime settimane, magari facendo un po’ più di selezione tra le teste su cui dovrebbero cadere. La deriva conplottarda è però sempre un segno di debolezza politica, un segnale del sentirsi scivolare molto terreno sotto i piedi. E la negazione di questo fatto. Un “vincente” non deve mai mostrare incertezze; deve sempre rilanciare (è in fondo il succo della lezione berlusconiana degli ultimi venti anni). E quindi:

 “Il clima fuori è cambiato: tre mesi fa eravamo una banda di ragazzini. Ora che stiamo facendo le riforme siamo diventati la quintessenza dei poteri forti, la lunga manus di chissà quali disegni, gli uomini soli al comando. Ma non c’è un uomo solo al comando, c’è un popolo che chiede di cambiare per sempre”.

Scaricato insomma anche il padre nobile di Repubblica, quell’Eugenio Scalfari che ancora una volta ha tirato – tramite il gruppo editoriale di De Benedetti, ma da lui fondato – un “leader” che poi si rivela altra cosa rispetto alle attese. Gli era capitato cento volte (De Mita, Craxi, Segni, Rutelli, Veltroni, Prodi…), ma a questo giro ha creato il mostro di Pontassieve.

Il quale ora carica a testa bassa il suo stesso partito, puntando a farne un comitato elettorale personale, tramite la minaccia di espulsione per quanti non dovessero votare la fiducia alla Camera sul jobs act. La sua forza è tutta nella debolezza del presunto “fronte” di minoranza, terrorizzato – individualmente e nell’insieme – dal doversi caricare sulle spalle un progetto alternativo. E’ quindi lo stesso Renzi ha indicare loro la strada: andatevene con Vendola e Landini. Altrimenti, zitti e buoni.

Ma il passaggio “complottistico” del suo discorso besciano annuncia l’intenzione di affrontare l’opposizione sociale e politica in termini di “attentato all’unità del paese”. E’ una novità molto seria. Che andrebbe presa molto seriamente, perché deciderà delle forme del conflitto sociale – obbligato, visto quel che sta combinando questa masnada “messa lì dai poteri forti” – nei prossimi mesi.

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