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Tra globalismo e nazionalismo, l’Italia a Siena cerca una via d’uscita dalla UE

Ben riuscita l’iniziativa “La crisi dell’Unione Europea tra globalismo e nazionalismo”, organizzata da Link, Giovani Comunisti ed Eurostop a Siena.

Al dibattito hanno preso parte tre professori dell’Università di Siena, con la presentazione del prof. Bimonte e gli interventi dei professori Screpanti e Petri, e il prof. Brancaccio dell’Università del Sannio.

Screpanti entra subito nel punto centrale del dibattito, presentando le tre possibilità per l’Italia nell’Unione Europea: uscire, e come, oppure restare dentro preparandosi ad affrontare la tragedia di una progressiva deindustrializzazione del paese, con tutte le conseguenze sui diritti sociali e politici. Presentando invece la necessità di uscita, si evidenziano due possibilità: un uscita solitaria e un’uscita congiunta. Nel primo caso il professore evidenzia le difficoltà economiche oltre che politiche: a fronte di una sicura ritorsione economica (blocco degli investimenti e del commercio da parte dei paesi più forti) si dovrebbe rispondere con difficili misure protezionistiche e di svalutazione. Per fare fronte a questi problemi bisogna quindi avere la forza di lavorare per un’uscita congiunta dei paesi del Mediterraneo, i PIGS, che possano costruire un’unione “orizzontale”.

Il prof. Brancaccio inizia facendo un’analisi delle politiche della BCE e della struttura stessa dell’Unione Europea, che favoriscono la concentrazione di capitale, e allo stesso tempo l’acquisizione dei capitali dei paesi periferici da parte di quelli del centro (e francesi), oltre a mostrare i dati dei crescenti flussi migratori interni di lavoratori, soprattutto giovani ma non solo, che vanno a cercare in Germania quei posti di lavoro persi dalla distruzione economica dei loro paesi.

Il prof. Petri, in disaccordo con gli altri relatori, considera invece che una maggiore unione politica che porti a un governo centrale della UE (sulla struttura federalista della UE) non sarebbe necessariamente dannosa per gli interessi dei paesi periferici. La difficile, se non impossibile, realizzazione di questo progetto porta però le altre considerazioni: la fallita uscita della Grecia dalla UE sarebbe stata necessaria per l’economia del Paese; allo stesso modo, anche con posizioni più “radicali” degli altri professori, anche l’Italexit è possibile pure in una via del tutto unilaterale, con un maggiore problema da risolvere, quello del rischio inflazione, ma comunque contenibile attraverso politiche adeguate, tramite ad esempio imprese pubbliche calmieranti.

La chiusa politica la fanno gli interventi delle organizzazioni che hanno dato vita all’evento: l’Unione Europea è una trappola economica per i paesi più deboli e la classe lavoratrice; non c’è,  nessuna possibilità, né istituzionale né reale, di una “riformabilità” in senso democratico della UE; pertanto l’unica possibilità reale è quello dell’uscita dell’Italia, e questo è il punto politico centrale su cui tutti i partiti, le organizzazioni e i sindacati di classe devono confrontarsi per presentare una proposta reale di uscita “da sinistra”. Anche in questa prospettiva gli occhi sono puntati al referendum di giugno nel Regno Unito, in cui bisogna sostenere fortemente la linea dei sindacati e dei partiti di sinistra inglesi a favore della Brexit.

 

Redazione Contropiano Toscana

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