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Impedire l’abolizione del valore legale del titolo di studio

Qualche giorno fa il governo ha Lega-M5S , nella persona di Matteo Salvini, ha sostenuto la necessità di abolire il valore legale del titolo di studio. Durante la scuola di formazione politica della Lega, infatti, il Ministro dell’Interno ha dichiarato di voler mettere mano a scuola e università, partendo dal valore legale del titolo di studio. Una misura sostenuta precedentemente dall’ex ministra dell’Istruzione Gelmini e dal governo Monti, ovvero un cavallo di battaglia dei governi liberisti di destra e di quelli liberisti europeisti, che mostra come nei fatti vi sia sostanziale continuità di visione tra quelle compagini e questo governo, sulla questione dei diritti sociali fondamentali come quello all’istruzione.
Abolire il valore legale del titolo di studio, nel contesto liberista in cui ci troviamo, significa consegnare un altro pezzo del sistema di istruzione al mercato, significa mettere un altro mattone nella costruzione di una scuola strettamente e rigidamente classista. L’idea è quella di rafforzare ancora di più quel mercato dell’istruzione che da anni viene incoraggiato tramite l’abolizione nei fatti dei bacini di utenza, l’incoraggiamento del cosiddetto “orientamento”, che altro non è che marketing con cui le scuole entrano in competizione tra loro per accaparrarsi utenza, sempre più intesa come clientela, basandosi peraltro su tutto ciò che è collaterale alla didattica (certificazioni linguistiche e informatiche, rapporti con enti e aziende del territorio, attività extrascolastiche di vario tipo, pseudo-promesse di un futuro lavorativo assicurato).

L’obiettivo è costruire scuole e università di serie A e scuole di serie B, scuole adatte alle zone depresse del paese e scuole adatte alle zone economicamente più avanzate, o che tali si ritengono (e questa contraddizione necessariamente in questo paese si sovrappone alla suddivisione tra nord e sud e tra scuole del centro e della periferia), scuole frequentate dalle classi dirigenti e scuole riservate ai figli dei lavoratori, scuole che attraggano i docenti migliori e scuole riservate a docenti meno competenti.

Inutile dire che la qualità dell’istruzione offerta all’interno di questi tipi di scuole è e deve essere estremamente diversa: alta in quelle riservate alle classe dirigenti; essenziale, di base, funzionale alle esigenze del mercato in quelle riservate ai figli delle classi popolari. In questo senso vanno le riforme degli ultimi anni, di cui l’Alternanza Scuola Lavoro è l’esempio più lampante e calzante; riforme, non dobbiamo dimenticarlo che sono mera applicazione di un progetto di scuola funzionale alla concorrenza economica globale dentro al quale l’Europa tenta di ritagliarsi uno spazio preciso, come uno tra io poli imperialisti mondiali.

Appare quindi evidente come questa proposta del leader leghista si colleghi alle riforme attutate da tutti i governi precedenti, a partire dai tagli lineari della Gelmini, che hanno indebolito laboratori e discipline culturali nelle scuole tecniche e professionali, fino alla riforma dei professionali, legge delega della famigerata L.107/2015, la cosiddetta Buona Scuola, che destruttura ulteriormente quella parte di scuola tradizionalmente frequentata dalla classi popolari.


Certo la scuola italiana è sempre stata classista, lo è per storia e per struttura, ma negli ultimi vent’anni stiamo assistendo ad una legalizzazione e istituzionalizzazione del classismo, che, quanto meno nel dettato costituzionale è invece chiaramente ripudiato, sotto la patina del merito, dell’europeismo, dello stare al passo con la globalizzazione e coi tempi nuovi. È peraltro evidente che il progetto di abolizione del valore legale del titolo di studio va di pari passo con le proposte di regionalizzazione dell’istruzione che la stessa Lega porta avanti nelle regioni del nord, progetto che vuole mantenere le risorse e le competenze nelle zone più ricche del paese, che sperano di restare agganciate alla locomotiva europea, in barba ad ogni principio di redistribuzione e unità nazionale.
Questo governo, in continuità con quelli precedenti, di destra o centrosinistra che fossero, vuole sostituire la scuola della Repubblica, con la scuola del mercato, la scuola dei ricchi e dei poveri, la scuola di chi è destinato a professioni dirigenziali e di chi è destinato a essere forza lavoro flessibile, sfruttabile, spostabile e licenziabile.
Anche per questo USB rilancia lo sciopero e la mobilitazione del 30 novembre, per una scuola che diminuisca e non accresca le differenze di classe; per una scuola che sia degli studenti e dei lavoratori che la vivono ogni giorno, non delle imprese, non del mercato; per una scuola che garantisca la possibilità di scegliere, non un futuro cupo e immodificabile.

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