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Indro il bugiardo e il benemerito Don Calò

Nel ventennale della morte, tutto l’establishment – a partire ovviamente dal “garante” Sergio Mattarella – ha celebrato la “grandezza”, l’”autonomia”, l’”indipendenza” di Indro Montanelli, accettando di definirlo come si era lui stesso dichiarato: “controcorrente”, titolo di una sua famosa rubrica.

Essenso affezionati al nostro verace “essere contro”, fin dalla testata, ci sembra necessario riproporre un ricordo decisamente meno agiografico e soprattutto denso di informazioni veritiere.

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La mafia di Don Calò? Una benemerita associazione di «privati» specializzati nel comporre i contenziosi, di qualsiasi tipo, laddove lo stato latita; Calogero Vizzini, tra questi «privati», era l’unico a meritare il titolo di Don per la sua statura di capo dei capi.

La catastrofe del Vajont con i suoi duemila morti? Una sciagura dovuta a cause naturali e che soltanto i soliti «sciacalli» comunisti potevano addebitare alle irresponsabili scelte della Sade.

Theodor Saevecke, il nazista «boia di Milano», condannato all’ergastolo per i suoi crimini? Niente di più assurdo, giacché egli si era sempre comportato da perfetto ufficiale-gentiluomo.

Il capo dell’Ovra Arturo Bocchini? Ecco un esempio di come la bonarietà napoletana aveva mitigato e resa quasi sopportabile la repressione della polizia politica durante il regime fascista.

Camilla Cederna, una coraggiosa e acuta giornalista che fu tra i primi a denunciare la «strage di stato» del 1969 e a scagionare gli anarchici innocenti? Niente affatto, fu piuttosto una attempata signorina, ottenebrata dal virile afrore dei suoi amici bombaroli.

Le armi chimiche usate in Etiopia dall’Italia di Mussolini? Ma quando mai! Non importa se lo provano i documenti custoditi negli archivi di stato perché, si sa, è meglio non fidarsi delle «carte» antipatriottiche.

Così parlò (e scrisse) Indro Montanelli, il «principe del giornalismo italiano». Queste «notizie» proposte e riproposte nell’arco di decenni, formano soltanto un piccolo campione delle aberrazioni ispirate alla teoria montanelliana sulla preferenza da accordare al verosimile rispetto al vero, essendo quest’ultimo noioso e inadatto a supportare pregiudiziali ideologiche.

Qualcuno dovrà pure, prima o poi, incaricarsi di analizzare le infinite fake-news e le sistematiche manipolazioni dell’«eroe della libertà di stampa», così, tanto per sollecitare la statua della discordia a scendere dal piedistallo del conformismo e della smemoratezza.

Per ora ci limitiamo all’esame di uno solo dei cinquantamila articoli scritti in settant’anni di carriera, uno soltanto, ma talmente denso di menzogne da risultare esemplare. Si tratta dell’articolo intitolato «Don Calò» pubblicato dal Corriere della sera del 30 ottobre 1949 e riproposto varie volte nei volumi che raccolsero gli «Incontri» del vate di Fucecchio.

Questi, degli «Incontri», sono i pezzi più pregiati, i gioielli più luccicanti di quel tipo di giornalismo che i soliti e acidi radical-chic, tipo Elena Croce e Raimondo Craveri, definirono

scanzonato e mondano, ma sostanzialmente incolto e solo ricco di sfarfallio qualunquistico, pettegolo e querulo, il quale può vantare un’unica ‘abilità’, invero assai ricercata e remunerata, quella di riportare sotto il segno comune della facilità e della sensazione, ogni realtà politica e economica o sociale, che non si presti a essere compresa […] con gli schemi usuali della mentalità proprietaristica borghese.

Così, sentenziò, nel febbraio 1954, la rivista Lo Spettatore Italiano, diretta da quell’importante storico e da quella finissima intellettuale che era la figlia di Benedetto Croce, entrambi indifferenti al rischio di essere marchiati come «utili idioti» al servizio dei comunisti.

Negli «Incontri» più che in altri articoli, Montanelli era solito mescolare i materiali più diversi: frammenti di dialoghi, sconfinamenti nella narrativa, ricostruzioni fantasiose di avvenimenti reali, nostalgie e sospiri per il tempo (fascista) che fu, giochi di parole e battute da bar dello sport, luoghi comuni «rivisitati» con una scrittura spesso brillante, scambi di ruoli tra il giornalista e il personaggio incontrato.

Con risultati che vorrebbero essere divertenti anche quando veicolano false informazioni e interessate manipolazioni su argomenti drammatici quali mafia e stragi, dittatura fascista, crimini di guerra, catastrofi provocate dalla corsa ai profitti, manifestazioni di razzismo, disprezzo pregiudiziale per le donne.

Nell’autunno del 1949 Montanelli scese in Sicilia per un’inchiesta sull’incandescente situazione determinata prima dalla guerriglia indipendentista e dalla recrudescenza del banditismo, e poi dalla lotta armata che la mafia aveva scatenato contro il movimento contadino.

Nelle sole campagne di Corleone negli anni che vanno dal 1944 al 1948, ci furono 153 omicidi, la maggioranza dei quali colpì militanti e dirigenti dei sindacati e dei partiti di sinistra nonché i protagonisti delle occupazioni di terre incolte. Gli assassinii di solito erano ben mirati e avevano lo scopo di terrorizzare i contadini stroncandone il movimento.

L’uccisione (marzo 1948) di Placido Rizzotto, segretario della Camera del lavoro di Corleone, ebbe pesanti conseguenze sulle lotte delle campagne e segnò il trionfo di Luciano Liggio, astro emergente della mafia.

Montanelli sapeva molto bene che cosa stesse combinando l’«onorata società», in pieno accordo con i latifondisti; quasi tutti i boss erano anche «gabellotti» e cioè gestori dei feudi (così venivano ancora chiamate le immense proprietà fondiarie degli aristocratici).

La strage di Portella della Ginestra perpetrata il Primo Maggio del 1947, aveva rivelato fino a che punto si era disposti ad arrivare pur di bloccare i «disordini», temine allora usato per confondere in unico calderone il banditismo e le lotte dei contadini.

L’inviato del Corriere della sera era perfettamente a conoscenza, almeno nelle grandi linee, di questa situazione, così come non ignorava che Calogero Vizzini stava per essere processato, sia pure con cinque anni di ritardo e sia pure a piede libero, per la tentata strage di Villalba.

Per questo motivo si impegnò con tutte le sue forze per incontrare Don Calò che invece alle luci della ribalta preferiva la mimetizzazione nel ruolo di uno sprovveduto provinciale perché nel silenzio mediatico vedeva crescere il suo carisma. Montanelli non avrebbe fatto mistero delle difficoltà incontrate per arrivare all’agognato incontro:

Per dieci giorni, invano avevo bussato a tutte le porte che potevano aprirmi una possibilità di presentazione all’unico nome di tutta la Sicilia di cui, per designarlo, basta pronunziare la metà del patronimico: Calò […] con una telefonata potevo raggiungere, quando volevo, il cardinale arcivescovo, il prefetto, il generale comandante il corpo d’armata, il presidente della regione, il sindaco, qualunque deputato. Don Calò restava lontano e inaccessibile come un samurai o un maresciallo tedesco nell’esercizio delle sue funzioni. Egli non ha mai ricevuto un giornalista in vita sua, non ha mai concesso un’intervista né rilasciato una dichiarazione.

Per quale vie si arrivò al grande scoop? Non certo per un tardivo cedimento di Vizzini alle vanità del palcoscenico e tantomeno per una specialissima simpatia nei confronti di Montanelli. A farlo decidere fu, in primo luogo, il consiglio di don Lucio Tasca, un latifondista che era stato ai vertici del movimento separatista e che, da quella posizione, aveva favorito la collaborazione, anzi l’inserimento, della mafia e di Don Calò in particolare.

Tasca, a sua volta incensato da Montanelli come un esemplare imprenditore, assicurò a Vizzini che essere gratificato da un articolo benevolo sul principale giornale italiano, lo avrebbe messo sotto una luce positiva davanti agli occhi dei magistrati che, di lì a poco, lo avrebbero processato.

A togliere ogni residuo dubbio fu però l’articolo che il 22 ottobre era apparso sul giornalone milanese e nel quale Montanelli chiedeva allo stato di cambiare strategia nella lotta al brigantaggio. Era giunto il momento, secondo Montanelli, di affidarsi alla mafia.

A «togliere di mezzo» (parole testuali) Salvatore Giuliano e gli altri banditi «cattivi», risparmiando perciò i «buoni»,  quelli tenuti sotto controllo dai boss mafiosi, «avrebbe provveduto la stessa mafia» dal momento che essa «tiene molto a certe cose. Per questo si chiama onorata società; per questo i suoi membri si chiamano galantuomini di rispetto e al servizio della collettività».

La mafia, sempre secondo il giornalista è capace di porsi come «mediatrice e disciplinatrice del brigantaggio».

Nel momento in cui Montanelli preconizzava il cambio di strategia i carabinieri del Cfrb (Corpo forze repressione banditismo) si erano già portati molto avanti nella sua pratica attuazione con molteplici arresti, resi possibili dalla mafia. Il 13 ottobre, per esempio, avevano catturato nove dei responsabili della strage di Bellolampo in cui erano morti sette militi.

Lo stesso giornalista ammetterà, in un altro articolo, di aver già avuto un colloquio con l’allora capitano Antonio Perenze, braccio destro del colonnello Ugo Luca, comandante del Cfrb nonché ex ufficiale del servizio segreto militare, spregiudicato nel collaborare con la mafia. Non è difficile immaginare che cosa pretese e ottenne, in cambio, la benemerita associazione di «privati».

L’incontro tanto sospirato si concretizzò nell’ultima decade di ottobre, a Palermo, nell’Albergo del Sole, quando il boss pose fine agli indugi. La sua apparizione fu accolta con la più profonda deferenza dal personale alberghiero, come Montanelli avrebbe fatto notare nel suo articolo non nascondendo il suo compiacimento.

In realtà da tutto il pezzo tracima un atteggiamento rispettoso e cauto, consueto nei giornalisti inclini alla genuflessione ma non in chi era solito ostentare pose da enfant terrible, da ragazzaccio anticonformista e «anarcoborghese». Qualche anno dopo Montanelli, tornando a scrivere su Don Calò, avrebbe dismesso ogni cautela definendolo

uomo rispettato e sotto certi punti di vista rispettabile, che nella mafia [è] stato ciò che Ford fu nell’industria automobilistica e Rockfeller in quella del petrolio (cfr. Corriere della sera del 17-11-1957).

L’anno successivo, sempre dalle colonne dello stesso giornale, in data 3 ottobre 1958, Don Calò diventerà «l’uomo della provvidenza» che purtroppo era venuto a mancare nel trapasso della mafia da campagnola a urbana, perché «giudizio morale a parte, era davvero un grosso capo […] un uomo eccezionale».

L’articolo «Don Calò» fu pubblicato dal Corriere della sera, il 30 ottobre 1949, una ventina di giorni prima dell’inizio del processo. Vizzini, nell’incontro con Montanelli, si premurò innanzitutto di definire se stesso e i suoi amici:

Il fatto è che in ogni società ci deve essere una categoria di persone che aggiustano le situazioni, quando si fanno complicate. In genere sono i funzionari dello Stato. Là dove lo Stato non c’è, o non ne ha la forza sufficiente, ci sono dei privati.

Montanelli non fece una piega, neanche abbozzò una contestazione. E come avrebbe potuto se egli stesso, pochi giorni prima, aveva consigliato di affidarsi alla mafia per «togliere di mezzo» il bandito Giuliano? Il discorso avviato dal boss, lo proseguì il giornalista in modo che le due parti, quella attribuita al mafioso e quella espressa in prima persona, appaiono il frutto di un unico cervello:

ma perché egli [don Calò, Ndr] intervenga, occorre che la situazione non sia complicata, ma inestricabile. Allora egli manda a chiamare separatamente le parti, le ascolta con pazienza e diligenza; poi decide, e non è mai avvenuto, dacché mondo è mondo, e Sicilia è Sicilia, che qualcuno si sia appellato contro il suo verdetto.

Il disinvolto giornalista non si attardò nell’annoiare i lettori spiegando il perché e il come di tanta autorevolezza, in una Sicilia tormentata dagli omicidi mafiosi.

Fin qui qualcuno potrebbe osservare che ci troviamo sul terreno delle opinioni anche se le omissioni sul profilo criminale di Vizzini sono talmente macroscopiche da rendere poco credibile questa interpretazione.

Ogni limite di decenza professionale fu comunque travolto quando, poche righe più avanti, la tentata strage di Villalba venne ridotta a una sorta di beffa strapaesana, a una pura e semplice bega tra «politici», ma senza violenza e senza spargimento di sangue; neanche aggressioni verbali e tantomeno un cazzotto, uno spintone, un buffetto sulla guancia. Niente di niente. Difficile immaginare fino a che punto poté spingersi nella propensione alle fake news; meglio citare le sue parole. Un certo giorno, scrisse,

Don Calò fu chiamato a dirimere anche la vertenza fra Li Causi e i rappresentanti di altri partiti, i quali non volevano permettere al senatore comunista di tenere un comizio in una certa città [oltre che sul giorno Montanelli restò nel vago anche sul nome della città, sempre in omaggio alla preferenza per il verosimile, Ndr]. ‘Quando mai? – disse Don Calò – Ognuno è libero di tenere i comizi che vuole’.

E fu anzi – secondo Montanelli che di nuovo completa la narrazione del mafioso – il comizio più tranquillo,

perché quando l’oratore giunse sul posto a bordo di una rombante macchina e seguito da alcuni accòliti, non vi trovò anima viva. Solo Don Calò c’era a passeggiare su e giù per la piazza deserta.

Prima di proseguire la citazione, lunga ma molto chiarificatrice, è necessario osservare che:

a) Li Causi  viene indicato come un individuo che si contrappone ai partiti mentre, in realtà, il comizio era stato indetto da due partiti, Pci e Psi, nonostante il parere contrario della locale Democrazia cristiana capeggiata da un parente stretto di Vizzini;

b) i compagni di Li Causi che Montanelli riduce al ruolo di accoliti, e cioè di chierici minori e di scarsa importanza, erano militanti disposti a rischiare la vita pur di portare ai braccianti e ai contadini di Villalba, parole chiarificatrici; tra di essi, quel giorno, figuravano anche personaggi come Emanuele Macaluso e Michele Pantaleone, futuri parlamentari della repubblica;

c) la materia del contendere non era il diritto di tenere un comizio ma il divieto assoluto, posto da Don Calò, di denunciare il ruolo nefasto dei «gabellotti»;

d) Li Causi non viaggiò su un’auto rombante come gli aristocratici pionieri della Targa Florio ma, più avventurosamente, su un camion mezzo scassato. Senatore nel 1944 non poteva esserlo perché le prime elezioni politiche si sarebbero tenute quattro anni più tardi. Era semmai, ma Montanelli si guarda bene dal ricordarlo ai suoi lettori, un reduce da anni di galera fascista e mesi di partecipazione alla Resistenza nell’Italia settentrionale;

e) i partecipanti alla manifestazione, in quelle condizioni d’insicurezza, non erano molti e pur tuttavia erano lì a sfidare la potenza criminale di Don Calò creando un precedente che il boss non voleva tollerare.

Riprendiamo il testo di Montanelli là dove l’avevamo lasciato e cioè alla «piazza deserta» lungo la quale Don Calò passeggiava solitario «coppola in testa, occhiali sul naso e sigaro in bocca».

A questo punto del racconto, il giornalista supera ogni limite inventando di sana pianta una sceneggiata di quart’ordine; anziché ricordare che al segnale convenuto, e cioè al grido «non è vero, non é vero» lanciato dal mafioso all’indirizzo di Li Causi, i picciotti avevano iniziato la sparatoria e il lancio di tre bombe a mano, Montanelli racconta che Don Calò, tutto solo nella piazza deserta avrebbe accolto un Li Causi smarrito fino al punto di chiedere «e la gente dov’è?», con le seguenti parole:

e iu che ni sacciu. Iu ‘ca sugnu. Mi manciavi tanticchia di pasta e staiu passiannu pi’ digiriri […] Ah sì? vossia avi a parlari? Tantu piaciri. Accussì ‘u pozzo sentiri.

Tutto qui, una semplice variante sicula delle baruffe tra Peppone e don Camillo. Carabinieri e magistrati avevano denunciato, sia pure a piede libero, Don Calò e i suoi scherani per tentata strage? Montanelli non ne parla. Così come non spende una parola sui diciotto feriti, tra i quali figurò lo stesso Li Causi.

Del processo imminente non si fa cenno alcuno. Perché rovinare il divertente quadretto delle dispute dialettali dei soliti siciliani con la coppola e gli occhiali scuri? Meglio lasciare i lettori nell’ignoranza più assoluta di quanto era realmente accaduto; meglio spacciare come autentico il ritratto del «capo dei capi» nelle sembianze del perfetto mediatore, regolatore e pacificatore.

Nel primo dei suoi articoli «siciliani» di quell’autunno Montanelli aveva a lungo ironizzato sull’omertà diffusa nei paesini dell’isola tra la gente che viveva nella miseria e sotto il fuoco incrociato delle minacce di banditi, mafiosi e «sbirri».

Ma se i silenzi e i dinieghi di chi era costretto a vivere nel terrore dovevano essere considerati come manifestazioni di omertà, neanche si trattasse di una loro tara congenita, come si dovrebbe definire l’omissione più totale dei fatti reali operata dal «principe dei giornalisti?». E che dire del tentativo di derubricare una sparatoria alle irrilevanti dimensioni di uno sfottò allusivo?

In tempi relativamente recenti Beppe Severgnini, rispondendo a una domanda di un suo lettore ammise che Il Giornale di Montanelli aveva commesso un grave errore conducendo una campagna contro il giudice Falcone, e tuttavia cercò di giustificare il suo ex direttore affermando ch’egli sapeva poco della Sicilia e che, su questa materia, aveva dato fiducia alle persone sbagliate.

Si può comprendere l’imbarazzo dell’ex allievo di fronte al maestro ma le cose non stavano così.

Indro, il bugiardo, per anni si occupò di Sicilia e di mafia sempre con la massima coerenza e guidato da una convinzione che espose con estrema chiarezza nella lettera golpista consegnata all’ambasciatrice americana Clare Luce, il 6 maggio 1954, che è stata possibile conoscere soltanto nel 1998 dopo che la Library of Congress l’aveva desecretata.

Si tratta di un documento importante, e non soltanto per la biografia dell’«eroe della libertà di stampa», giacché costituisce un tassello del lungo mosaico delle trame eversive in Italia. In quell’occasione, dopo essersi dilungato sulla sua attività tesa a contrapporre la violenza di «centomila bastonatori» a un’eventuale vittoria dei comunisti, al fine di «salvare l’Italia» anche a costo di smembrarla e di rinunciare alla democrazia, Montanelli chiese a Clare Luce, notoriamente maccartista, di chiarire se gli Stati uniti, in caso di fallimento del golpe, sarebbero stati disposti a intervenire per fare della Sicilia, roccaforte anticomunista, una nuova Taiwan.

Indicò nel principe (Galvano?) Lanza di Trabia latifondista e già ufficiale del Sim (Servizio informazione militare) al tempo del fascismo, il personaggio sul quale puntare, perché si trattava di «un giovane e coraggiosissimo avventuriero» capace di assicurare «un’eccellente rapporto con la MAFIA (sic!) che laggiù ha un potere decisivo, molto più importante di quello del governo».

Come si vede siamo ben oltre l’omertà, siamo ormai nel campo del reclutamento, nel proprio esercito anticomunista, dei benemeriti «privati» di Don Calò.   

     * da Jacobin Italia, 2020.

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1 Commento


  • Gianfranco

    Lo ricordo sprezzante nei riguardi di un documentario Sovietico (aimè si era già in Perestrojka) nel dichiarare che “mai si era vista nessuna polizia filmare (e rendere pubblici) i suoi arresti”. Esattamente il giorno dopo andava in onda un servizio di Rai 3 (“Telecamere” se non ricordo male) con una nostra pattuglia di Rimini che arrestava uno spacciatore. Ma la vita si sà è spesso burlona e così lui che vantava l’on.Berlusconi di permettergli di scrivere ciò che voleva, finì i suoi ultimi giorni ospitato come un santino nelle pagine del “Manifesto” che recava scritto “quotidiano Comunista”.

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